"L’alpinismo
- come dice il buon Bruno Detassis (la più importante guida
alpina degli anni 30, con i suoi 92 anni suonati) - è salire
per la via più facile alla vetta, tutto il resto è acrobazia".

Bruno
Detassis e' nato a Trento nel 1910, da famiglia operaia. Apprendista
operaio egli stesso, cominciò ad arrampicare giovanissimo:
a quindici anni la sua prima salita del Campanile Basso. Raggiunse
la notorieta' nel 1932 con la "diretta" alla parete Sudest
della Paganella, che inaugurò la serie delle sue grandi salite
degli anni Trenta, tra le quali spiccano per ardimento, eleganza e
maestria la Nordest della Brenta Alta ( Via Trento,1934, con Enrico
Giordani e Ulisse Battistata ), la Nordest del Crozzon di Brenta (
Via delle Guide, 1935, con Giordani ), la Sudovest alla Cima Nordovest
del Croz dell'Altissimo ( 1936, ancora con Giordani ), il pilastro
di destra della parete Sudest della Cima Tosa ( 1937, con Giorgio
Graffer ), la via Canna d'Organo al Dain Picol in Valle Sarca ( 1938,
con Rizieri Costazza ). Numerose anche le vie aperte in Brenta, nelle
Pale, nel Sella e altrove in Dolomiti, in compagnia di Ettore Castiglioni,
a cui fu legato da profonda amicizia. Istruttore di alpinismo presso
la Scuola Militare Alpina di Aosta, nel 1943 finì deportato
in Germania, dove fu d'aiuto e d'esempio ai compagni di prigionia.
Rientrato in patria e ripresa la via dei monti, nel 1949 divenne gestore
del rifugio Maria e Alberto ai Brentei, da lui amorevolmente curato
fin quasi ai nostri giorni, combinando la sua attività di albergatore
con il mestiere di guida alpina, maestro di sci e istruttore di alpinismo
ai più alti livelli di competenza e responsabilita'. E' stato
tra i principali realizzatori della Via delle Bocchette, forse il
sentiero attrezzato più suggestivo e celebre del mondo.Nel
1957-58 guidò la prima spedizione trentina in Patagonia. Innumerevoli
i riconoscimenti ufficiali ricevuti nel corso della sua lunga carriera.
http://xoomer.alice.it/vittoriodetassis/detassis/settori.html
"Anche
se la fama di Bruno Detassis è legata soprattutto alle sue
splendide arrampicate degli anni Trenta, sarebbe riduttivo ricercare
i segni della sua popolarità solo nelle pareti.
Continuità e visione completa della montagna gli hanno permesso
di trasferire le emozioni dell'alpinista nella professione, e gli
consentono oggi di confrontarsi con un alpinismo diverso senza perdere
serenità ed entusiasmo." Così Fabrizio Torchio
e Josef Espen nell'introduzione al bel profilo biografico Bruno Detassis.
Il custode del Brenta, da loro scritto in collaborazione con Donato
Valentini e pubblicato in volume da Vivalda nel 1995.
In effetti, basterebbero le straordinarie linee verticali tracciate
da Bruno sulle rocce del Brenta a fare di lui non soltanto un indiscusso
protagonista dell'alpinismo dolomitico del secolo scorso, ma uno dei
massimi interpreti dell'arrampicata libera di tutti i tempi. La Via
Trento sulla faccia Nordest della Brenta Alta, la Via delle Guide
sul Crozzon di Brenta, il suo itinerario sull'abissale parete del
Croz dell'Altissimo e la Canna d'Organo al Dain Picol in Valle Sarca
restano a testimoniare, tra le cento e più vie da lui aperte
in Dolomiti tra il 1928 e il 1976, l'eccellenza di quella sintesi
davvero unica di tecnica, audacia, senso estetico e
rigore
etico che costituisce la cifra inconfondibile del suo superbo stile
arrampicatorio.
Bruno Detassis traccerà con Ettore Castiglioni, in sei giorni
alle Pale di San Martino, quattro importanti vie: lo spigolo O del
Campanile d'Ostio, la parete N del Sass d'Ortiga, lo spigolo NO della
Cima d'Oltro e la classica e molto ripetuta via dello spigolo NO della
Pala del Rifugio.
A sedici anni con l’amico Pietro Stenico sale in arrampicata
sulla Paganella dal versante di Trento. Inizia la sua attività
di guida nel 1933 e con lo Stenico prende la gestione del rifugio
Dodici Apostoli. Nel 1934 è chiamato al Sestriere ad insegnare
lo sci ai membri di Casa Savoia. Il 14 agosto di quello stesso anno,
insieme con Enrico Giordani e Ulisse Battistata, scala una lavagna
verticale di 500 metri, la Nord-Est della Brenta Alta, ribattezzata
la Regina delle pareti, aprendo con enormi difficoltà quella
che fu chiamata la via Trento. Il 2 agosto del ‘35 scala parete
Est-Nord-Est del Crozzon di Brenta, 800 metri di roccia. Nel 1936
Detassis ed Enrico Giordani aprono una nuova via, alla cima Nord-Ovest
del Croz dell’Altissimo, e nello stesso giorno vanno a recuperare
la salma della guida alpina Silvio Agostini, caduto dal Campanile
dei Brentei. Segnalazione di Silvio Agostini
ricevuta il 29/11/2005:Ho letto la biografia di Bruno Detassis sul
sito Pareti Verticali. Le segnalo un'imprecisione per quel che riguarda
la guida e maestro di sci Silvio Agostini".....Il 30 luglio
del ‘36 Silvio, che sta per compiere 33 anni, vive gli ultimi
istanti della sua breve esistenza. Di buon mattino parte dal rifugio
insieme al commercialista di Milano dott. Aldo Agati e al notaio romagnolo
Virgilio Neri, giovane accademico del CAI, già molto noto per
avere, fra le altre imprese, salito il canalone della Tosa. Vorrebbero
aprire un nuovo itinerario sulla Cima Brenta ma, raggiunta la parete
e osservandola dal basso, non riescono a decidere quale possa essere
la via migliore.Per valutare il da farsi Silvio e Neri decidono di
arrampicarsi per un tratto sul Campanile dei Brentei, che si trova
di fronte. Silvio procede, poi assicura il compagno che lo raggiunge.
Al secondo tratto di corda improvvisamente Silvio cade all’indietro,
batte forse contro la parete del camino, precipita senza emettere
un grido, tocca una cengia, precipita ancora e resta infine a penzoloni
nel vuoto, appeso alla corda trattenuta da Neri. E’ morto".
Sul Campanile dei Brentei, non sul Campanile Basso.
http://xoomer.alice.it/vittoriodetassis/detassis/settori.html
Nel
1937 incontra una stupenda ragazza dagli occhi azzurri, Nella Cristian,
grande sciatrice azzurra, e si sposa nel 1939. Nel 1949 compie la
prima salita invernale per la via normale al Campanile Basso con Serafino
Serafini. Il Campanile Basso è stato il suo cavallo di battaglia
e come guida l’ha scalato per tutte le vie circa 170 volte.
La più grande impresa fu la traversata delle Alpi, un raid
sulla neve di 1700 km, con suo fratello Catullo e Alberto Righini,
nel 1956. Dal ‘49 aveva preso la gestione del rifugio Brentei,
ora condotto dal figlio Claudio.
La grandezza di Bruno tuttavia - come hanno rilevato i suoi biografi
- non sta solo nei vertici raggiunti nella sua carriera di sestogradista,
e nemmeno forse nel suo lungo e prestigioso curriculum di guida alpina,
soccorritore, gestore di rifugio, maestro d'alpinismo per generazioni
di nuove guide così come di semplici amanti della montagna.
Il
segreto della grandezza di Bruno sta soprattutto nella profonda umanità
che si cela sotto la sua ruvida scorza di montanaro. Un'umanità
che gli suggerisce di adottare per sé il motto Rupes manu cordeque
domo, a sottolineare come la passione alpinistica non possa costituire
un alibi per eludere la premurosa cura degli affetti familiari; un'umanità
che lo induce a obiettare come in fin dei conti l'alpinista più
bravo sia quello che torna a casa, non per facile ironia verso i molti
"grandi" caduti in montagna, bensì per convinta avversione
all'idea ossessiva della montagna come valore assoluto e totalitario,
quasi una sorta di Moloch da nutrire con sacrifici di sangue; un'umanità
che è anche senso del limite, consapevole umiltà di
fronte alla potenza della natura e meticolosa serietà nel prepararsi
ad affrontarla; un'umanità che, infine, lo rende così
misurato e pensoso, pur nella consueta schiettezza del tratto, quando
gli vengano richiesti giudizi su persone o episodi della sua lunga
vicenda alpinistica.
E che dire dei suoi disarmanti understatements, alquanto insoliti
nell'ambiente, sul proprio ruolo di capocordata, della generosa valorizzazione
del contributo dei compagni, del riconoscimento cavalleresco dell'
importanza e dei meriti degli altri alpinisti di ieri e di oggi? Gli
e' che Bruno Detassis, giovane operaio rifugiatosi sui monti alla
ricerca di una libertà e dignità che i tempi e le circostanze
sembravano dovergli negare, ha sempre sentito la montagna non come
mero palcoscenico di spavalde esibizioni atletiche, bensì innanzitutto
come luogo ideale di un'affascinante avventura esistenziale, terreno
di gioco e insieme terreno di verifica della propria coerenza con
se stessi, con i valori in cui si crede e per i quali soltanto la
vita vale la pena d'essere vissuta.
Disponibile
ma parco di consigli, severo ma alieno dalle prediche, comprensivo
ma non corrivo, sempre pronto a spendersi in prima persona per gli
altri nei momenti più difficili, Bruno e' stato per decenni
un punto di riferimento tanto importante e autorevole nel suo ambiente
da guadagnarsi l'epiteto tra reverente
e
scherzoso di "re del Brenta". Così, col succedersi
delle stagioni e il passare dei lustri, con la stessa naturalezza
con la quale dalla minuscola ghianda si sviluppa nel tempo l'annosa
gigantesca quercia, Bruno e' diventato a poco a poco il grande vecchio,
il patriarca custode dei mille segreti della montagna, il guru dispensatore
di una saggezza tanto sommessa quanto preziosa ( "Prenditi il
tempo, ma non la vita..." ), parte integrante e caratteristica
del paesaggio del Brenta quasi quanto lo smisurato spigolo del Crozzon
o la svettante guglia del Basso. Da qualche anno Bruno, ultranovantenne
e pressoché cieco, non sale più ai Brentei se non raramente,
per qualche occasione speciale o qualche fugace incursione quasi clandestina
dettata dalla nostalgia. Da quanti come me si erano abituati a ritrovarlo,
anno dopo anno, tranquillamente seduto a godersi l'ultimo sole sul
terrazzo del suo rifugio, l'occhio sornione sopra il grande barbone
grigio-argenteo trafitto dall'immancabile pipa, o più spesso
ancora presso la legnaia indaffarato a tagliare zoche o a giuntare
tubi per l'impianto idraulico, alla bella età di quasi novant'anni,
la sua assenza e' avvertita come un vuoto, un difetto che diffonde
sulle crode, i ghiaioni e i prati tutt'intorno un impercettibile velo
di melanconia.
"..... Nei riguardi di ciascuno, la natura opera una sua selezione:
chi arriva ai rifugi, chi sale per i sentieri più impervi,
chi raggiunge le cime lungo le difficili vie d'arrampicata. Esiste
però una cosa che ci accomuna tutti e che ci spinge in questo
ambiente unico: la passione per la montagna" (Bruno Detassis)
Il
26 luglio 1997 ho avuto l'occasione di intervistare Bruno Detassis
nella sua casa di Campiglio. Bruno vedendomi ha abbandonato il libro
che stava leggendo e mi ha abbracciato.
Nello stringere la sua mano la mia mente ritornò indietro negli
anni.
Ogni anno, dal '70 al '77, nel mese di settembre trascorrevo le ferie
al suo rifugio situato nel cuore del Gruppo di Brenta. Era la base
per le mie ascensioni. Con Bruno e Catullo Detassis, i gestori, si
era creata simpatia e amicizia reciproca. Sorridemmo al ricordo della
possibilità che mi avevano concesso di salire al loro rifugio
con la teleferica. Oggi, solo al ripensarlo, non so come ho potuto
salire nel cassone e risalire guardando l'esile cavo e il vuoto sotto
di me.
Ma erano altri tempi ed ero sempre entusiasta di tutto quello che
mi circondava.
Due giorni prima avevo portato al rifugio un mio quadro che raffigurava
il Campanile Basso e Claudio Detassis, solerte, lo aveva subito fatto
recapitare al padre Bruno. Abbiamo parlato per venti minuti di montagna.
Ha voluto sapere in che modo arrampicavo e se la tecnica era prettamente
alpinistica o d'arrampicata libera (free climbing). Continuò
dicendomi:
"Non ho nulla contro l'arrampicare alla moda - citando nomi famosi
- le loro vie tracciate, con il tempo, non avranno ripetitori mentre
le nostre non verranno mai scordate". Senza lasciarmi aggiungere
qualcosa continua lisciandosi la barba:
"Anche se non arrampico più il mio cuore è sulle
pareti, sulle mie montagne. Conosco molti giovani come te (ndr. 45
anni) che a causa del lavoro, della famiglia non possono allenarsi
per stare al passo con la moda ma, quando li vedi muoversi, esprimono
tutta la loro energia e naturalezza sulla parete tracciando itinerari
più che interessanti".
Sono perplesso nell'ascoltare con che lucidità e serietà
mi sta parlando. Nel 1988 ha compiuto la sua ultima arrampicata scalando
il Basso, decidendo, dopo quell'ascensione, di ritirarsi dall'attività
alpinistica e da quella di gestore, decidendo di passare l'eredità
al figlio.
Mentre parla noto ancora la grinta e la sicurezza che lo caratterizzava
tanti anni fa.
Egli è rimasto volutamente lontano dal concetto moderno di
affrontare la montagna e mi suggerisce, con un largo sorriso, di continuare
a scalare le pareti e aprire vie come sto facendo ora e come lui ha
sempre fatto. La logicità della via è dettata dalla
natura che offre all'alpinista la possibilità, anche lottando
duramente, di vincerla senza tanti artifizi o senza lasciare tanti
ricordi del tuo passaggio.
Quando gli racconto che due giorni prima avevo lasciato al negozio
di Cesare Maestri alcuni articoli, mi interrompe con la mano e dice:
"Vedi, Cesare è un amico, gli sono molto attaccato, ma
ha un unico difetto, non vuole convincersi che il tempo passa anche
per lui. Non aspettare che ti dica che è una caratteristica
del suo carattere. E' talmente vivo che non sente la necessità
di ringraziare e incoraggiare i giovani come te".
Ho la maglietta dei " Gransi ", scruta lo stemma e mi chiede
se fa parte del gruppo una donna che arrampicava forte ed era insegnante
di ginnastica. Mi viene subito da dire il nome di Ada e simultaneamente
lui lo ripete confermandomi che era lei. Continua a guardare lo stemma
dei Gransi e gli tornano alla mente anche i nomi di alcuni alpinisti
di Murano. Si ricorda di uno in particolare la cui ascensione fece
molto scalpore. Gli suggerisco il nome di Plinio Toso, ma non gli
dice nulla. Provo con il soprannome "Orso", ed è
proprio lui. Ecco affiorare il ricordo della sua memorabile salita
nel 1959 alla parete Nord del Campanile di Val Montanaia.
Mi sento orgoglioso di fa parte del gruppo dei Gransi. La grande guida,
padre di tutte le guide, aveva ricordato due miei amici.
Bruno guarda la fotocopia della rivista Alpi Venete sulla quale sono
presentate due vie aperte da me. Mi conferma che sono belle per la
loro logicità. Rievoco con lui le mie imprese. Nell'aprire
una via instauri con la stessa un rapporto che va aldilà della
difficoltà. Le ore dedicate alla riuscita dell'impresa e le
sensazioni provate , saranno molto differenti per un ripetitore. Ci
sono momenti talmente intensi che difficilmente si riescono a raccontare.
Se poi eri solo e in libera, tentare di farli capire anche a chi arrampica
è quasi impossibile. Quando poi si compie l'ultimo atto e cioè
dare il nome alla via, il momento è magico. Si scarica la tensione
che si tramuta in gioia per quello che hai fatto.
Bruno mi guarda e sorride. Mi porta nella stanza dove ha già
appeso il quadro da me dipinto.
Guardandolo mi dice:
"Non saprei dirti quale delle vie aperte da me sia la più
logica o la più bella sia per il tipo di roccia che per la
linea, ma ogni volta che guardo il Basso invidio Preuss, Fox, Ampferer
che hanno saputo tracciare un percorso su quel bel Campanile".
Con queste parole usciamo sulla terrazza e gli amici ci scattano alcune
foto.
L'uomo Detassis ha sempre amato la libertà. Non si è
mai smarrito nella fretta di un nuovo, forse impossibile traguardo.
Oggi, come ieri, con somma delicatezza sa ascoltare un giovane e,
anche se ha lasciato alle sue spalle la montagna, le crode sa ancora
dare un significato alla sua presenza in questa terra.
Il "Re del Brenta" Bruno Detassis, ha scalato il Campanil
Basso oltre 180 volte: la prima volta a 15 anni, l'ultima a 79, per
festeggiare il 90° anniversario della prima salita.
"..... Nei riguardi di ciascuno, la natura opera una sua selezione:
chi arriva ai rifugi, chi sale per i sentieri più impervi,
chi raggiunge le cime lungo le difficili vie d'arrampicata. Esiste
però una cosa che ci accomuna tutti e che ci spinge in questo
ambiente unico: la passione per la montagna"
(Bruno
Detassis)