BRUNO DETASSIS

Ritratto di Bruno Detassis_dono fatto a Vittorio Detassis

Parte dei testi e delle foto sono dell'autore Vittorio Detassis http://xoomer.alice.it/vittoriodetassis/detassis/settori.html

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"Ricordetelo ben, se rampega prima cola testa, po' coi pei, e sol ala fin cole man."

"L’alpinismo - come dice il buon Bruno Detassis (la più importante guida alpina degli anni 30, con i suoi 92 anni suonati) - è salire per la via più facile alla vetta, tutto il resto è acrobazia".

Bruno gioca alla"Morra"_foto V. DetassisBruno Detassis e' nato a Trento nel 1910, da famiglia operaia. Apprendista operaio egli stesso, cominciò ad arrampicare giovanissimo: a quindici anni la sua prima salita del Campanile Basso. Raggiunse la notorieta' nel 1932 con la "diretta" alla parete Sudest della Paganella, che inaugurò la serie delle sue grandi salite degli anni Trenta, tra le quali spiccano per ardimento, eleganza e maestria la Nordest della Brenta Alta ( Via Trento,1934, con Enrico Giordani e Ulisse Battistata ), la Nordest del Crozzon di Brenta ( Via delle Guide, 1935, con Giordani ), la Sudovest alla Cima Nordovest del Croz dell'Altissimo ( 1936, ancora con Giordani ), il pilastro di destra della parete Sudest della Cima Tosa ( 1937, con Giorgio Graffer ), la via Canna d'Organo al Dain Picol in Valle Sarca ( 1938, con Rizieri Costazza ). Numerose anche le vie aperte in Brenta, nelle Pale, nel Sella e altrove in Dolomiti, in compagnia di Ettore Castiglioni, a cui fu legato da profonda amicizia. Istruttore di alpinismo presso la Scuola Militare Alpina di Aosta, nel 1943 finì deportato in Germania, dove fu d'aiuto e d'esempio ai compagni di prigionia. Rientrato in patria e ripresa la via dei monti, nel 1949 divenne gestore del rifugio Maria e Alberto ai Brentei, da lui amorevolmente curato fin quasi ai nostri giorni, combinando la sua attività di albergatore con il mestiere di guida alpina, maestro di sci e istruttore di alpinismo ai più alti livelli di competenza e responsabilita'. E' stato tra i principali realizzatori della Via delle Bocchette, forse il sentiero attrezzato più suggestivo e celebre del mondo.Nel 1957-58 guidò la prima spedizione trentina in Patagonia. Innumerevoli i riconoscimenti ufficiali ricevuti nel corso della sua lunga carriera.

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Bruno sul Basso_foto Pio Ferrari"Anche se la fama di Bruno Detassis è legata soprattutto alle sue splendide arrampicate degli anni Trenta, sarebbe riduttivo ricercare i segni della sua popolarità solo nelle pareti.
Continuità e visione completa della montagna gli hanno permesso di trasferire le emozioni dell'alpinista nella professione, e gli consentono oggi di confrontarsi con un alpinismo diverso senza perdere serenità ed entusiasmo." Così Fabrizio Torchio e Josef Espen nell'introduzione al bel profilo biografico Bruno Detassis. Il custode del Brenta, da loro scritto in collaborazione con Donato Valentini e pubblicato in volume da Vivalda nel 1995.
In effetti, basterebbero le straordinarie linee verticali tracciate da Bruno sulle rocce del Brenta a fare di lui non soltanto un indiscusso protagonista dell'alpinismo dolomitico del secolo scorso, ma uno dei massimi interpreti dell'arrampicata libera di tutti i tempi. La Via Trento sulla faccia Nordest della Brenta Alta, la Via delle Guide sul Crozzon di Brenta, il suo itinerario sull'abissale parete del Croz dell'Altissimo e la Canna d'Organo al Dain Picol in Valle Sarca restano a testimoniare, tra le cento e più vie da lui aperte in Dolomiti tra il 1928 e il 1976, l'eccellenza di quella sintesi davvero unica di tecnica, audacia, senso estetico e Bruno alla fontanella di Catullo_foto Pio Ferraririgore etico che costituisce la cifra inconfondibile del suo superbo stile arrampicatorio.
Bruno Detassis traccerà con Ettore Castiglioni, in sei giorni alle Pale di San Martino, quattro importanti vie: lo spigolo O del Campanile d'Ostio, la parete N del Sass d'Ortiga, lo spigolo NO della Cima d'Oltro e la classica e molto ripetuta via dello spigolo NO della Pala del Rifugio.
A sedici anni con l’amico Pietro Stenico sale in arrampicata sulla Paganella dal versante di Trento. Inizia la sua attività di guida nel 1933 e con lo Stenico prende la gestione del rifugio Dodici Apostoli. Nel 1934 è chiamato al Sestriere ad insegnare lo sci ai membri di Casa Savoia. Il 14 agosto di quello stesso anno, insieme con Enrico Giordani e Ulisse Battistata, scala una lavagna verticale di 500 metri, la Nord-Est della Brenta Alta, ribattezzata la Regina delle pareti, aprendo con enormi difficoltà quella che fu chiamata la via Trento. Il 2 agosto del ‘35 scala parete Est-Nord-Est del Crozzon di Brenta, 800 metri di roccia. Nel 1936 Detassis ed Enrico Giordani aprono una nuova via, alla cima Nord-Ovest del Croz dell’Altissimo, e nello stesso giorno vanno a recuperare la salma della guida alpina Silvio Agostini, caduto dal Campanile dei Brentei. Segnalazione di Silvio Agostini ricevuta il 29/11/2005:Ho letto la biografia di Bruno Detassis sul sito Pareti Verticali. Le segnalo un'imprecisione per quel che riguarda la guida e maestro di sci Silvio Agostini".....Il 30 luglio del ‘36 Silvio, che sta per compiere 33 anni, vive gli ultimi istanti della sua breve esistenza. Di buon mattino parte dal rifugio insieme al commercialista di Milano dott. Aldo Agati e al notaio romagnolo Virgilio Neri, giovane accademico del CAI, già molto noto per avere, fra le altre imprese, salito il canalone della Tosa. Vorrebbero aprire un nuovo itinerario sulla Cima Brenta ma, raggiunta la parete e osservandola dal basso, non riescono a decidere quale possa essere la via migliore.Per valutare il da farsi Silvio e Neri decidono di arrampicarsi per un tratto sul Campanile dei Brentei, che si trova di fronte. Silvio procede, poi assicura il compagno che lo raggiunge. Al secondo tratto di corda improvvisamente Silvio cade all’indietro, batte forse contro la parete del camino, precipita senza emettere un grido, tocca una cengia, precipita ancora e resta infine a penzoloni nel vuoto, appeso alla corda trattenuta da Neri. E’ morto". Sul Campanile dei Brentei, non sul Campanile Basso.


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Nel 1937 incontra una stupenda ragazza dagli occhi azzurri, Nella Cristian, grande sciatrice azzurra, e si sposa nel 1939. Nel 1949 compie la prima salita invernale per la via normale al Campanile Basso con Serafino Serafini. Il Campanile Basso è stato il suo cavallo di battaglia e come guida l’ha scalato per tutte le vie circa 170 volte. La più grande impresa fu la traversata delle Alpi, un raid sulla neve di 1700 km, con suo fratello Catullo e Alberto Righini, nel 1956. Dal ‘49 aveva preso la gestione del rifugio Brentei, ora condotto dal figlio Claudio.
La grandezza di Bruno tuttavia - come hanno rilevato i suoi biografi - non sta solo nei vertici raggiunti nella sua carriera di sestogradista, e nemmeno forse nel suo lungo e prestigioso curriculum di guida alpina, soccorritore, gestore di rifugio, maestro d'alpinismo per generazioni di nuove guide così come di semplici amanti della montagna.
Bruno Detassis con Mauro CoronaIl segreto della grandezza di Bruno sta soprattutto nella profonda umanità che si cela sotto la sua ruvida scorza di montanaro. Un'umanità che gli suggerisce di adottare per sé il motto Rupes manu cordeque domo, a sottolineare come la passione alpinistica non possa costituire un alibi per eludere la premurosa cura degli affetti familiari; un'umanità che lo induce a obiettare come in fin dei conti l'alpinista più bravo sia quello che torna a casa, non per facile ironia verso i molti "grandi" caduti in montagna, bensì per convinta avversione all'idea ossessiva della montagna come valore assoluto e totalitario, quasi una sorta di Moloch da nutrire con sacrifici di sangue; un'umanità che è anche senso del limite, consapevole umiltà di fronte alla potenza della natura e meticolosa serietà nel prepararsi ad affrontarla; un'umanità che, infine, lo rende così misurato e pensoso, pur nella consueta schiettezza del tratto, quando gli vengano richiesti giudizi su persone o episodi della sua lunga vicenda alpinistica.
E che dire dei suoi disarmanti understatements, alquanto insoliti nell'ambiente, sul proprio ruolo di capocordata, della generosa valorizzazione del contributo dei compagni, del riconoscimento cavalleresco dell' importanza e dei meriti degli altri alpinisti di ieri e di oggi? Gli e' che Bruno Detassis, giovane operaio rifugiatosi sui monti alla ricerca di una libertà e dignità che i tempi e le circostanze sembravano dovergli negare, ha sempre sentito la montagna non come mero palcoscenico di spavalde esibizioni atletiche, bensì innanzitutto come luogo ideale di un'affascinante avventura esistenziale, terreno di gioco e insieme terreno di verifica della propria coerenza con se stessi, con i valori in cui si crede e per i quali soltanto la vita vale la pena d'essere vissuta.

Disponibile ma parco di consigli, severo ma alieno dalle prediche, comprensivo ma non corrivo, sempre pronto a spendersi in prima persona per gli altri nei momenti più difficili, Bruno e' stato per decenni un punto di riferimento tanto importante e autorevole nel suo ambiente da guadagnarsi l'epiteto tra reverente e scherzoso di "re del Brenta". Così, col succedersi delle stagioni e il passare dei lustri, con la stessa naturalezza con la quale dalla minuscola ghianda si sviluppa nel tempo l'annosa gigantesca quercia, Bruno e' diventato a poco a poco il grande vecchio, il patriarca custode dei mille segreti della montagna, il guru dispensatore di una saggezza tanto sommessa quanto preziosa ( "Prenditi il tempo, ma non la vita..." ), parte integrante e caratteristica del paesaggio del Brenta quasi quanto lo smisurato spigolo del Crozzon o la svettante guglia del Basso. Da qualche anno Bruno, ultranovantenne e pressoché cieco, non sale più ai Brentei se non raramente, per qualche occasione speciale o qualche fugace incursione quasi clandestina dettata dalla nostalgia. Da quanti come me si erano abituati a ritrovarlo, anno dopo anno, tranquillamente seduto a godersi l'ultimo sole sul terrazzo del suo rifugio, l'occhio sornione sopra il grande barbone grigio-argenteo trafitto dall'immancabile pipa, o più spesso ancora presso la legnaia indaffarato a tagliare zoche o a giuntare tubi per l'impianto idraulico, alla bella età di quasi novant'anni, la sua assenza e' avvertita come un vuoto, un difetto che diffonde sulle crode, i ghiaioni e i prati tutt'intorno un impercettibile velo di melanconia.
"..... Nei riguardi di ciascuno, la natura opera una sua selezione: chi arriva ai rifugi, chi sale per i sentieri più impervi, chi raggiunge le cime lungo le difficili vie d'arrampicata. Esiste però una cosa che ci accomuna tutti e che ci spinge in questo ambiente unico: la passione per la montagna" (Bruno Detassis)


Bepi Frison co Bruno Detassis nella sua abitazione a Campiglio.Il 26 luglio 1997 ho avuto l'occasione di intervistare Bruno Detassis nella sua casa di Campiglio. Bruno vedendomi ha abbandonato il libro che stava leggendo e mi ha abbracciato.
Nello stringere la sua mano la mia mente ritornò indietro negli anni.
Ogni anno, dal '70 al '77, nel mese di settembre trascorrevo le ferie al suo rifugio situato nel cuore del Gruppo di Brenta. Era la base per le mie ascensioni. Con Bruno e Catullo Detassis, i gestori, si era creata simpatia e amicizia reciproca. Sorridemmo al ricordo della possibilità che mi avevano concesso di salire al loro rifugio con la teleferica. Oggi, solo al ripensarlo, non so come ho potuto salire nel cassone e risalire guardando l'esile cavo e il vuoto sotto di me.
Ma erano altri tempi ed ero sempre entusiasta di tutto quello che mi circondava.
Due giorni prima avevo portato al rifugio un mio quadro che raffigurava il Campanile Basso e Claudio Detassis, solerte, lo aveva subito fatto recapitare al padre Bruno. Abbiamo parlato per venti minuti di montagna. Ha voluto sapere in che modo arrampicavo e se la tecnica era prettamente alpinistica o d'arrampicata libera (free climbing). Continuò dicendomi:
"Non ho nulla contro l'arrampicare alla moda - citando nomi famosi - le loro vie tracciate, con il tempo, non avranno ripetitori mentre le nostre non verranno mai scordate". Senza lasciarmi aggiungere qualcosa continua lisciandosi la barba:
"Anche se non arrampico più il mio cuore è sulle pareti, sulle mie montagne. Conosco molti giovani come te (ndr. 45 anni) che a causa del lavoro, della famiglia non possono allenarsi per stare al passo con la moda ma, quando li vedi muoversi, esprimono tutta la loro energia e naturalezza sulla parete tracciando itinerari più che interessanti".
Sono perplesso nell'ascoltare con che lucidità e serietà mi sta parlando. Nel 1988 ha compiuto la sua ultima arrampicata scalando il Basso, decidendo, dopo quell'ascensione, di ritirarsi dall'attività alpinistica e da quella di gestore, decidendo di passare l'eredità al figlio.
Mentre parla noto ancora la grinta e la sicurezza che lo caratterizzava tanti anni fa.
Egli è rimasto volutamente lontano dal concetto moderno di affrontare la montagna e mi suggerisce, con un largo sorriso, di continuare a scalare le pareti e aprire vie come sto facendo ora e come lui ha sempre fatto. La logicità della via è dettata dalla natura che offre all'alpinista la possibilità, anche lottando duramente, di vincerla senza tanti artifizi o senza lasciare tanti ricordi del tuo passaggio.
Quando gli racconto che due giorni prima avevo lasciato al negozio di Cesare Maestri alcuni articoli, mi interrompe con la mano e dice:Foto di ermanno Salvaterra
"Vedi, Cesare è un amico, gli sono molto attaccato, ma ha un unico difetto, non vuole convincersi che il tempo passa anche per lui. Non aspettare che ti dica che è una caratteristica del suo carattere. E' talmente vivo che non sente la necessità di ringraziare e incoraggiare i giovani come te".
Ho la maglietta dei " Gransi ", scruta lo stemma e mi chiede se fa parte del gruppo una donna che arrampicava forte ed era insegnante di ginnastica. Mi viene subito da dire il nome di Ada e simultaneamente lui lo ripete confermandomi che era lei. Continua a guardare lo stemma dei Gransi e gli tornano alla mente anche i nomi di alcuni alpinisti di Murano. Si ricorda di uno in particolare la cui ascensione fece molto scalpore. Gli suggerisco il nome di Plinio Toso, ma non gli dice nulla. Provo con il soprannome "Orso", ed è proprio lui. Ecco affiorare il ricordo della sua memorabile salita nel 1959 alla parete Nord del Campanile di Val Montanaia.
Mi sento orgoglioso di fa parte del gruppo dei Gransi. La grande guida, padre di tutte le guide, aveva ricordato due miei amici.
Bruno guarda la fotocopia della rivista Alpi Venete sulla quale sono presentate due vie aperte da me. Mi conferma che sono belle per la loro logicità. Rievoco con lui le mie imprese. Nell'aprire una via instauri con la stessa un rapporto che va aldilà della difficoltà. Le ore dedicate alla riuscita dell'impresa e le sensazioni provate , saranno molto differenti per un ripetitore. Ci sono momenti talmente intensi che difficilmente si riescono a raccontare. Se poi eri solo e in libera, tentare di farli capire anche a chi arrampica è quasi impossibile. Quando poi si compie l'ultimo atto e cioè dare il nome alla via, il momento è magico. Si scarica la tensione che si tramuta in gioia per quello che hai fatto.
Bruno mi guarda e sorride. Mi porta nella stanza dove ha già appeso il quadro da me dipinto.
Guardandolo mi dice:
"Non saprei dirti quale delle vie aperte da me sia la più logica o la più bella sia per il tipo di roccia che per la linea, ma ogni volta che guardo il Basso invidio Preuss, Fox, Ampferer che hanno saputo tracciare un percorso su quel bel Campanile".
Con queste parole usciamo sulla terrazza e gli amici ci scattano alcune foto.
L'uomo Detassis ha sempre amato la libertà. Non si è mai smarrito nella fretta di un nuovo, forse impossibile traguardo. Oggi, come ieri, con somma delicatezza sa ascoltare un giovane e, anche se ha lasciato alle sue spalle la montagna, le crode sa ancora dare un significato alla sua presenza in questa terra.
Il "Re del Brenta" Bruno Detassis, ha scalato il Campanil Basso oltre 180 volte: la prima volta a 15 anni, l'ultima a 79, per festeggiare il 90° anniversario della prima salita.
"..... Nei riguardi di ciascuno, la natura opera una sua selezione: chi arriva ai rifugi, chi sale per i sentieri più impervi, chi raggiunge le cime lungo le difficili vie d'arrampicata. Esiste però una cosa che ci accomuna tutti e che ci spinge in questo ambiente unico: la passione per la montagna"

(Bruno Detassis)