La scalata è stata dedicata all'alpino e alpinista
pordenonese Romolo Marchi.
La via è stata aperta da: Plinio Toso “Orso”
socio e uno dei fondatori del gruppo “ Gransi
” del C.A.I. di Venezia e da Giuseppe Faggian, in due successive
fasi; il 10 agosto 1959 dalla terrazza Nord al ballatoio e il 13 settembre
1959 da questa alla vetta.
Seconda ripetizione: 12 giugno 1960 dal "Muranase"(di
MURANO)Gruppo Rocciatori "Gransi"del
C.A.I. di Venezia: Giorgio Sent "Pepo", Renato
Gobbato "Bagnin"Gruppo Rocciatori "Gransi"di
Castelfranco (TV). Precisazione sulla
seconda ripetizione tratta da C. Berti (Rivista "Le Alpi
Venete" primavera.estate 1983):l'annotazione in calce all'it.F
a pag. 191 del 2° vol. della Guida Dolomiti Orientali di A. e
C. Berti, ed. 1982 in Collana C.A.I.-T.C.I. "Guida Monti d'Italia",
va precisata e rettificata nel senso che la variante della cordata
K. Brun e G. Mazzoli è stata aperta in sede di "seconda"
ripetizione della Via P. Toso-G. Faggian e comunque in anno successivo
la 1959.
Accessi:
da Cimolais (PN) si risale l'omonima valle con la carrozzabile (non
sempre transitabile facilmente) costeggiando il Torrente Cimoliana.
Dopo 13 Km si raggiunge il Pian Meluzzo; al bivio per la Val Meluzzo
(cartello di divieto), si posteggia e si prosegue a sinistra.
Dopo alcuni tornanti si incontra il sentiero e in 10 minuti si raggiunge
il Rifugio.
Rifugio:
Il
Rifugio Pordenone (m 1249) tel. 0427 87300; sorge alla confluenza
tra la Val Montanaia e la Val Meluzzo sul promontorio boscoso alle
pendici di Cima Meluzzo, nel gruppo degli Spalti di Toro-Monfalconi
L'edificio è realizzato in muratura e legno su due piani; una
decina sono le camere a 2 e 4 posti.
Con il camerone del piano superiore il rifugio raggiunge la capacità
di 65 posti letto.
Locale invernale: Locale invernale nel bivacco Casera Meluzzo.
Proposte escursionistiche:
• anello del Campanile
(sentieri 353-360-349, ore 6, EEA);
• sentiero Pietro Tajariol
• alla Casera Bregolina Grande; Anello delle Dolomiti Friulane;
• al Rifugio Pussa per la Forcella Pramaggiore ;
• al Rifugio Pussa per Casera Bregolina Grande e Forcella Dof, (sentiero 370, ore 7.30, E)
• al Rifugio Pussa per Passo Pramaggiore e Ric. Casera Pramaggiore;
• al Rifugio Giaf per la Forcella Leone e il Bivacco Marchi-Granzotto ;
• al Rifugio Giaf per la Forcella Urtisiel 1990 m (sentiero 361, ore 4, E)
• al Rifugio Flaiban-Pacherini per il Pass del Muss;
• Giro dei Casoni - Dei Pecoi, Valmenon, Campoross, di Brica (sentieri 361-369, ore 6, E);
• Alta Via n. 6.
Proposte alpinistiche:
• itinerario di croda L. Micheluz (I-III);
• via normale alla Croda Cimoliana, 2408 m (II-III);
• Cima Both, 2437 m (II-III);
• Campanile di Val Montanaia, 2173 m (IV-V)
Descrizione:
Dalla Forcella Nord, quella alla
quale si perviene con l'ultima calata dell'itinerario di discesa,
seguire un'evidente cengia verso destra finoad oltrepassare
uno spigolo; da qui per un diedro risalire alla terrazza(25
mt.; 3°, 4°).
Attacco al centro della parete
nord, sotto un evidente diedro fessura.
Alzarsi per circa 4 mt. fino a 2 chiodi malsicuri. Raggiungere
poi una scaglia ed un chiodo da cui si attraversa sulla sinistra.
Con difficoltà di 4°+ e 5°- si raggiunge una
lama staccata e la sosta (24 mt.; 6°-).
Attraversare a sinistra su buoni appoggi per 5-6 mt.; presa
la lama seguirla con qualche chiodo (utile un friend medio)
fino ad una nicchia al termine della parete gialla (libro di
vetta).
Da qui attraversare sulla destra su roccia strapiombante, poi
risalire con minori difficoltà alla cengia (25 mt.; 5°+,
6°-).
Dalla cengia si continua a salire per altri due tiri di corda
di 4° e con un passagio di 5°- superando un piccolo
diedro e raggiungendo la cima del Campanile.
Difficoltà:
VI° grado fino al ballatoio e IV°
con due passaggi di V° nella parte superiore.
Gli stessi scalatori
avevano in precedenza tracciato una nuova via di accesso alla
terrazza Nord e il 14 settembre 1958.
Descrizione:
A 30 metri dalla tacca
del Campanile ( versante Nord-Est) si trovano due camini; si
prende il più alto, quello di destra. Si sale per circa
25 mt. diritti, quindi ci si porta sulla cerca di destra, un
po' marce, raggiungendo così la grande terrazza in prossimità
dell'attacco degli strapiombi nord.
Discesa:
Il “Diavolo delle Dolomiti” G.B. Piaz
calandosi il 28 settembre 1906 con F. Barth, F. Sladek, H. Pfleumer
e B. Trier per lo spettrale e vertiginoso strapiombo Nord, compì
la più lunga discesa a corda doppia completamente nel
vuoto (37 mt.) che fosse stata fatta fino allora in tutte le
Alpi.
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Dalla cima si scende seguendo la direttrice
della via di salita con due calate ( 25
m e 40 m ) fino al ballatoio. Da questo, traversando per sentiero
verso nord, si arriva ben presto agli ancoraggi della terza doppia,
la più emozionante. é la celebre "calata Piaz",
di 37 m , in parte nel vuoto, che porta ad una lista di rocce gradinate.
La si segue verso nord in leggera discesa, fino ad una evidente spaccatura,
presso cui si scorge l'ultimo ancoraggio, per la calata finale, di
20 m . Con essa si raggiunge un intaglio. Scendere verso est per canalino
detritico e raggiungere il sentiero 353.
Curiosità:
“…L'uno di Murano: Plinio Toso, maestro vetraio
e pescatore, l'altro, che non pesava più di 40 chili, era Bepi
Faggian di Pordenone….” Mauro Corona.
http://www.caiconegliano.it/Acult/2002/Montanaia/Scortegagna%20e%20Corona.htm
Dal libro " GRANSI " storie d' alpinismo dai cento anni del C.A.I. Venezia. Scritto da: Danilo Pianetti.
L' ORSO E IL CAMPANILE.

Il "match" tra il Fagio e la Rosina aveva visto prevalere quest'ultima in quanto il primo aveva stabilito di non più figurare in un ruolo che assolutamente non gli competeva, quello trafugatore di mariti.
Ma la signora, evidentemente, aveva fatto male conti, sia perché il consorte, in qualità di gestore del Rifugio Pordenone, era ancora più vicino alle crode, sia perché il Fagio disponeva di un'arma di riserva, il fratello Plinio, meglio noto col soprannome di "Orso".
Come vedremo, ancora una volta l'anima nera fu il Bepi Faggian che trascinò il povero Orso in un'avventura che costo, pure lui, una reprimenda da parte dell'ormai celebre Rosina.
Non ritengo opportuno dilungarmi sui motivi che rendevano allora e rendono ancora oggi celebre alla parete nord del campanile di Val Montanaia.
Esiste in proposito una bibliografia più che esauriente per cui il lettore più interessato può documentarsi. Lascio invece la parola all' "Orso" riprendendo integralmente un suo scritto pubblicato su L.A.V. 1/89.
Il MIO MONTANAIA.
Indubbiamente
esistono, sulle nostre montagne, innumerevoli itinerari più
difficili e grandiosi della "diretta" sugli strapiombi nord
del Campanile di Val Montanaia. È scontato infatti, che se
realizzata su di un'altra montagna invece che su quella croda unica
e magica, la nostra via sarebbe praticamente sconosciuta. Ricordando
quei giorni di trent'anni fa, mi vien da sorridere pensando all'insolito
avvio della bella avventura, assolutamente al di fuori da ogni classico
canòne che prevede progetti e studi a tavolino.
Una sera, mi telefona l'amico Bepi, da Pordenone:
- Orso, cossa ti diressi de tentar 'na via nova ?
- Dove ? Sul Montanaia ?
- Come ti ga fato a indovinar ?
È da dire che era un pezzo che l'idea mi frullava per la testa.
E forse, inconsciamente, quella sera l'associai al fatto che il Bepi Faggian gestiva quel tempo il vecchio rifugio Pordenone.
Si era nel 1958 e la stagione dei rifugi era molto più breve di quelle attuali. Il 13 settembre a Murano, a casa mia, il Bepi accompagnato dalla moglie Rosina e dalla figlia Sandra. Poche parole e d'un invito a salire al Pordenone, che allora era ancora monolocale. Due giorni dopo, la domenica, già muovevamo alla volta del Campanile. A a questo punto devo ricordare un antefatto. Di sette giorni prima, ancora di domenica, con l'amico Giacomo Martino "Sigalon" stavamo percorrendo una via sulle Pale di San Martino. Andavamo talmente bene che lui, assicurandosi con una sola mano, osservò: Andémo come ànzoi. Pochi secondi dopo mi franò un terrazzino sotto i piedi, volai per una decina di metri e, per fortuna, il provvidenziale forcellino su cui atterrai impedì una nostra prematura visita, agli ànzoi.
Raggiungemmo ugualmente la vetta ma poi, scesi a valle, il mio braccio destro ebbe bisogno urgente di cure mediche e di una bella fasciatura che dovetti mantenere per due settimane.
Anche per questa ragione eravamo ben consapevoli che non nonostante avessimo al sèguito del materiale d'arrampicata, difficilmente questa nostra puntata sarebbe stata coronata da successo. Sapevamo poi di vecchie storie che avevano reso celebre la "Nord" e ci sembrava piuttosto strano che qualcuno non ci avesse fatto un pensierino prima di noi. Avevamo poi concluso che forse si trattava di cosa impossibile, superiore di certo ai nostri mezzi. Ad ogni buon conto proseguivamo.
Giungemmo ai piedi del "mostro", all'angolo nord orientale.
Forse per l'emozione, forse per la fretta, invece di guadagnare la Tacca del Campanile e montare sulla grande terrazza seguendo il consueto itinerario d'attacco, salimmo per un camino più a sinistra, non prima, però di essermi tolte tutte le bende dal braccio. Con maggiori difficoltà, ma più direttamente, raggiungemmo in breve la base della "nostra" Nord.
La osservammo con attenzione: da sotto, allontanandoci un po', da varie angolazionii. Era scoraggiante. Un muro giallo e nero, una vera propria corazza che si inarcava contro il cielo e si ammutoliva. Ci volle poco a capire che era opportuno ritornare in condizioni migliori e con mezzi più idonei. E per non scendere proprio a mani vuote, ci consolammo con l'ascensione dello "Spigolo a sega".
LA PARETE.
Passò un anno, e giunsero le
sospirate ferie. Il 9 agosto 1959 eravamo in quattro a sbuffare su
per i ghiaioni della Val
Montanaia. Assieme al Bepi e al sottoscritto c'erano il "Sigalon"
e il "Gim", con funzioni di supporto morale e, almeno nelle
intenzioni, vivandiero.
Giunti sotto gli strapiombi, questi ultimi ci incoraggiano: E adesso, fiòi,... affari vostri! Scesero un po' più in basso, in bella vista della parete, iniziando subito un impegnativo lavoro di mascelle sostenuto da generosi brindisi col "bianco" di Piero dei Frati, al secolo Camozzo, detto anche "Papote".
Ora tocca davvero a noi. Il problema si presenta, ovviamente, immutato rispetto all'anno precedente. Dopo alcuni andirivieni sulla terrazza, mi decido ad attaccare nei pressi del suo limite il quale, molto opportunamente, corrisponde al centro della parete. Vedo un piccolo gradino sotto di me: mi abbasso, e da questo parto. Un rigonfiamento mi offre una fessurina. Batto subito un chiodo che entra per pochi centimetri, aggancio una staffa... Sperémo che'l tègna! Riesco ad innalzarmi e poi , su minuscoli appigli, a proseguire per qualche metro. Altro chiodo. E stavolta è uno di quelli sonanti, di quelli che che riconciliano con la croda e te la fanno sentire l'amica. Continuo obliquando leggermente a destra fino a scoprire un piccolo diedro dall'aspetto invitante ma che non consente un approccio facile. Una scaglia poco affidabile... Una botta col palmo della mano, e questa cede una fetta di una ventina di centimetri presentandomi poi una base sana alla quale riesco ad agganciare una staffa su cordino. Penso che, come al solito il Padreterno mi aiuta. Al termine del diedrino, su di un esiguo pianerottolo, Bepi mi raggiunge. Scorgiamo sulla sinistra un'esile fessura che solca un altro diedrino.
È l'unica possibilità. Traverso in direzione di questo e proseguo poi oltre, per cercare una soluzione alternativa, affidandomi con le dita ad una stratificazione appena superficiale.
Sono costretto ad ritorno, non riuscendo a trovare la chiave che mi consenta l'accesso alla zona soprastante. Le mani fanno male; troppo lungo mi sono affidato ad esse incaricandole di sostenere il peso del corpo.
- Amigo Bepi, bisogna tornar indrio, de qua non se passa!
-Ma ti schèrsi?- risponde- tentémo ancora!
Riparte il compagno e, salendo brevemente obliquo a sinistra, riesce a scovare un piccolo buco per un chiodo risolutore. Poi ritorna.
- Ti ga vista? Mai perder 'a speranza! Ripreso coraggio (e fiato) riesco a guadagnare e a salire il diedrino, un osso molto duro e, al suo termine, monto su di un terrazzino, ormai a pochi metri dal ballatoio.
GQui,
dove abbiamo poi lasciato un libretto per le firme di eventuali ripetitori,
la faccenda va assumendo toni umoristi.
Piantato l'ultimo chiodo, quello di riserva che tenevo nel taschino della camicia, scoprono la drammatica assenza di moschettoni, ormai disseminati lungo la parete. Devo pur assicurarmi ed assicurare il compagno che, a sua volta, recupererà il materiale. Ma ora, come faccio? Un lampo. La cinghia dei pantaloni!
Par un bon soldà, ogni arma xe bona - penso.
Slacciatala, la passo nell'anello del chiodo e recupero il Bepi. Manca all'appello una delle tre staffe.
- No
importa, 'ndemo avanti; no ti vedi che xe tardi? L'osservazione
dell'amico è più che giusta, ma io non posso permettermi
di lasciare una staffa in parete. Poiché egli ignora
il fatto perverso che mi lega agli amici Renato Gobbato,"Bagnin"
e Giorgio Sent, "Pepo". Io sò infatti che,
quando il nostro tentativo si è coronato da successo,
questi salgono quassù di corsa, per garantirsi la prima
ripetizione.
Chi potrebbe salvarmi allora dall'ironia di cui due "barabba
che "; se dovessero recuperarmi attrezzo? Già, nelle
orecchie, mi sembra di sentire la terribile sghignazzata del
Pepo... devo riprendermi quella maledetta staffa!Assicurata
dal compagno mi calo giù e, contemporaneamente ho a me,
calano anche... i pantaloni, non più trattenuti dalla
cinghia che mi era dimenticato di passare. Travolto da un'ondata
di ridicolo, quando Dio vuole riesco finalmente a tornare presto
il Bepi, con le braghe a mezz'asta e la staffa tra i denti.
L'onore è salvo.
Imbrunisce quando il compagno affronta l'ultimo ostacolo, una
impegnativa traversata di circa dieci metri che ci porta a toccare
i chiodi della "calata Piaz". Da questi, siamo subito
in ballatoio.
Però di abbiamo chiuso e, imprecando contro la nostra
leggerezza che ci ha portati ad attaccare tardi, dobbiamo rinunciare
alla cuspide terminale e scendere è di gran carriera.
Alla base il "Sigalon" ci aspetta con delle fette
di ananas.
-Vero che 'e xe bone, Orso?
-Ottime, babo, mai magnà
roba cussi bona
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LA CUSPIDE.
Solo un mese dopo, per varie vicende nel frattempo
accavallatesi, possiamo ritornare al Campanile per riprendere il
discorso con cuspide. Saliamola via comune e ci portiamo a nord, lungo
il ballatoio. L'attacco diretto ci appare proibitivo poiché
tutto strapiomba, però, sulla destra, nei pressi dello spigolo
nord ovest, osserviamo due liste detritiche parallele, che salgono
obliquando verso il centro della parete.
Monto sulla più bassa, cautamente, pulendo la roccia dal ghiaino accumulatosi nel corso dei secoli.
Per di più la roccia butta in fuori e non riesco a trovare appigli solidi ne fessure per un chiodo decente. Ogni tanto devo ritornare per poi spingermi più avanti finché, dopo circa 15 metri , riesco ad aggirare uno spuntone che ci consente una sicurezza a prova di bomba.
-Bepi, vien sù, che se fumémo 'na sigaretta!
Mi sento felice e, perché no, orgoglioso.
Guardiamo in su, sembra proprio che ora debba andare.
Ancora un piccolo diedro, dove all'uscita lasciamo un chiodo con anello,
e poi roccia nera e grigia, solida e rugosa.
Gli appigli non sono più distribuiti col contagocce, da costringerci
ad acrobazie. È sufficiente appoggiare la mano e vai su, come
per un'aerea scala. E la scala termine in vetta. Al "Campanile
più bello del mondo".

Un "Gransio"
di nome ORSO di
Daniele Bortolozzi
Stavo tornando a casa dall’ufficio, quando squilla
il cellulare. E’ il segretario della Sezione
del CAI Venezia Gianni Franzoi:
- “Daniele, xe morto l’Orso”
- “Quando?”
- “Poco fa”
E’ una doccia fredda e subito comincia il “tam –
tam” per far girare la voce. La reazione alla notizia è
sempre la stessa: tutti ammutoliscono, poi un profondo senso di vuoto.
Plinio Toso – “Orso” per tutti – quel pomeriggio
del 26 maggio 2004, senza far chiasso com’era nel suo stile,
è “andato avanti” senza che nessuno se l’aspettasse.
Orso nasce l’8 ottobre 1929, primo di quattro figli, in quella
Murano alla quale restò affettuosamente legato tutta la vita.
Deve il suo soprannome con il quale è sempre stato identificato
- a tal punto che ben pochi lo conoscevano con il suo vero nome -
al modo di parlare, o meglio di borbottare da basso profondo e all’indole
da burbero benefico che secondo l’amico Pepo, al secolo Giorgio
Sent, lo contraddistingueva.
Chi riusciva a capirlo o ... lo conosceva molto bene, o ... era bravo!
Significativo è il racconto di quando, dopo aver bevuto qualche
bicchiere al rifugio Guido Lorenzi a Forcella Staunies, Orso incomincia
ad intavolare discorsi di croda con una signora la quale, dopo averlo
a lungo ascoltato, chiede alla moglie del gestore(*):
- “Ma ... è forse un alpinista quel signore che parla
inglese?”
Di sicuro non aveva capito una sola parola di tutto il discorso.
Conosciuto e benvoluto da tutti, carismatico, forte e deciso, alpinista
completo, grande conoscitore della montagna che amava e rispettava
intensamente e nella quale si sentiva a proprio agio, estimatore delle
vere e profonde amicizie ma al tempo stesso solitario per vocazione.
Iscritto alla Sezione CAI di Venezia dal 1949, è stato istruttore
della scuola nazionale di alpinismo “Sergio Nen” e nel
1966 ne diresse il corso roccia.
E’ stato tra i fondatori e uno dei maggiori sostenitori del
Gruppo Rocciatori Gransi,
sorto in seno alla sezione lagunare nel 1957, al quale era legatissimo
e del quale andava così fiero tanto che i suoi famigliari hanno
voluto che il suo ultimo vestito fosse proprio quel maglione blu col
granchio bianco sul braccio sinistro, simbolo dell’appartenenza
al sodalizio.
Era pure molto legato ai “veci” del celeberrimo Gruppo
Scoiattoli di Cortina, conosciuti fin dalle prime scorribande
sulla Punta Fiàmes e con i quali si è legato spesso
in cordata. Anche loro sono accorsi a dare l’ultimo saluto all’amico
vestendo il loro maglione rosso.
Pure gli amici del Coro Marmolada,
con le loro “cante”, lo hanno voluto accompagnare con
semplicità nell’estrema ascensione.
Avviato alla montagna assieme al fratello Dino “Fagio”,
a Giacomo Penso “Sigalon” e a Giorgio Sent “Pepo”
da tale Remo Molteni detto “Caco”, ben presto mette le
ali e supera di gran lunga il maestro. Partiva coi suoi compagni al
sabato sera, da Murano, dopo aver passato l’intera giornata
davanti al fuoco della fornace. Arrivavano in montagna a tarda notte
o alle prime luci dell’alba e dopo aver salito la cima, al lunedì
erano nuovamente pronti ad iniziare una settimana di duro lavoro.
Non si legherà mai in cordata con il fratello Dino “Fagio”
anch’egli gransio e fortissimo arrampicatore, perché
“cussì gèra più difìssie che se
fasessimo mal tuti do insieme e volevimo evitar de darghe un dopio
dispiasser a nostra mama”.
In relazione agli anni in cui ha arrampicato può essere considerato,
a mio avviso, un grande alpinista. Molte infatti le sue salite di
rango (Comici alla Grande di Lavaredo
con lo scoiattolo Lorenzo
Lorenzi, Cassin alla Ovest di Lavaredo,
Spigolo Giallo alla Piccola di Lavaredo,
Costantini-Apollonio al Pilastro
di Rozes, Solleder-Kummer al
Sass Maor, Monte Bianco
dai versanti italiano e francese, Dente del gigante e .... chissà
quante altre; salì pure il mitico Monte Olimpo durante un periodo
di lavoro in Grecia), ma il suo nome è legato in modo particolare
al Campanile di Val Montanaia, che nell’estate 1959, in due
riprese, lo vide protagonista con il compagno Bepi
Faggian di Pordenone sui vertiginosi strapiombi nord dell’ardita
guglia, aprendo una via diretta con difficoltà di sesto grado
e passaggi in artificiale. Mauro Corona “dando voce” al
Campanile più bello del mondo scrive: "Nel … 59
mi ritrovai dietro alla schiena due simpatici personaggi. L’uno
di Murano: Plinio Toso, maestro vetraio e pescatore, l’altro,
che non pesava più di 40 chili, era Bepi
Faggian di Pordenone. Lavorarono per più giorni con staffe
e chiodi ma toccarono il ballatoio con una via diretta al centro della
parete nord".
Tra i vari aneddoti, alcuni ormai dal sapore di leggenda, mi piace
ricordare il racconto su come, quasi al termine della salita degli
strapiombi, accortosi di aver disseminato per la parete tutti i moschettoni
e di non averne più a disposizione, Orso si slacciò
la cintura dei pantaloni e fissatala al chiodo dopo aver fatto passare
la corda al suo interno, riuscì a far salire il compagno, ma
accortosi di aver lasciato una staffa in parete e immaginando già
di essere preso per il naso per tutto il resto della sua vita dagli
amici che aspettavano la conclusione della via per effettuarne la
prima ripetizione (**), si calò di nuovo per recuperare l’attrezzo
e poco dopo, come prevedibile, sfiorò il ridicolo trovandosi
in ... mutande e con le braghe alle ginocchia. Riuscì in qualche
modo a ritornare al punto di sosta e, tirati su i pantaloni e riallacciata
la cintura ripartì verso il ballatoio dove, raggiunti i chiodi
della calata Piaz, recuperò il compagno Bepi che era già
buio.
L’onore era salvo!
Ricordo con piacere anche quando, nel settembre del 1999, per concludere
degnamente i festeggiamenti per il quarantesimo anniversario della
prima salita (durante i quali Orso ricevette in dono dagli amici Gransi
un chiodo d’oro), dopo aver raggiunto la cima in più
cordate per la via normale, ripetei la via degli strapiombi con l’amico
Marco Saviolo. Quando all’indomani gli telefonai per congratularmi
con lui, confermandogli la bellezza e l’arditezza dell’itinerario,
mise giù il telefono all’improvviso senza salutarmi.
Seppi più tardi che confidò ad alcuni amici muranesi
di essere rimasto ammutolito dalla commozione: aver saputo che i suoi
“fradeleti gransi” avevano ripetuto ed apprezzato la sua
famosa via, lo aveva reso felice al punto da farlo piangere ... altro
che orso, era un uomo sensibilissimo!
Ciao Orso!
Ci sembrerà strano non vederti più ai nostri incontri,
ascoltare per l’ennesima volta i tuoi racconti o fare una canta
insieme. Rimarrà senza dubbio in noi, e in tutti quelli che
ti hanno conosciuto, il ricordo della tua grande amicizia e della
tua grande umanità.
E ... per dirla come usavi tu: bén cassada Pare!
(*) - Lo scoiattolo Beniamino Franceschi “Mescolin”
(**) - La prima ripetizione della Via Toso-Faggian agli strapiombi
nord del Campanile di Val Montanaia venne effettuata il 12 giugno
1960 dai gransi Giorgio Sent “Pepo” e Renato Gobbato “Bagnin”
come riportato sul libro di via. (vedi anche LAV primavera-estate/83)