L'uomo:
Erich Abram è stato uno dei più famosi e forti alpinisti
durante gli anni cinquanta, ma è stato un uomo dove le sue
imprese le ha fatte in tranquillità e senza propaganda. Inizia
ad arrampicate a 14 anni in una adolescenza particolarmente sudtirolese:
preferenze, guerra in Russia, carcerazione. Ma su tutto prevale la
voglia di tornare in montagna alle sue Dolomiti. Ecco che arrivano
le nuove vie, le ripetizioni, il K2. Tutto questo in umile silenzio,
senza chiasso o pubblicità giornalistica.
Gli alpinisti si possono ripartire in due gruppi: coloro che eseguono
grandi imprese e lo fanno sapere in modo che tutti li conoscono e
altri che fanno grandi imprese e non le si lasciano sfuggire perché
le sentono esclusivamente proprie. Erich Abram, classe 1922 e di questa
sparuta legione di veri alpinisti. Per fortuna che nel cerchio degli
alpinisti queste cose si conoscono e anche i “silenziosi”
che appartengono alla seconda fascia sono famosi. Per questo motivo,
Abram fu l'unico alpinista del Sudtirolo ad essere convocato a far
parte della spedizione al K2 del 1954. Anni in cui l’Italia
non aveva ancora scovato una sua estensione nel mondo. La nostra nazione
inclinata dalla guerra ricercava nella conquista di un ottomila di
ritrovare l'orgoglio scomparso.
"Sono nato a Vipiteno,
poi la mia famiglia si è trasferita a Bolzano, dove c'era
la casa dei nonni materni. Nel 39/40 c'erano già state
le opzioni, anche se non erano ancora arrivate alla conclusione:
chi é andato é andato, chi é rimasto é
rimasto. Io stavo in mezzo, perché ero già andato
in Austria a studiare. Avevo cominciato ad arrampicare a 14 anni
e, naturalmente, ad Innsbruck ho continuato. A 16,17 facevo già
il 6° grado.
A Innsbruck in quegli anni cominciava ad arrampicare nel Kaisergebirge
anche Hermann Buhl, che apparteneva ad un piccolo gruppo dove
era sempre preso in giro perché era un tipo particolare:
era il più giovane, aveva 14 anni, e per dimostrare le
proprie capacità aveva fatto una serie di vie molto difficili.
C'era anche Karl Gombocz, un austriaco che, nella vita, faceva
il falegname. Il Kaisergebirge è un gruppo montuoso a nord
di Innsbruck dove ci sono vie fantastiche su calcare, vie che
io ho ripetuto anche recentemente malgrado adesso siano troppo
frequentate essendo a ridosso di Monaco. Solo il progresso dei
materiali e le nuove tecniche di assicurazione in parete fanno
sì che non ci siano più incidenti. Una volta ci
si assicurava a spalla, le corde erano rigide e non avevano elasticità
in caso di cadute.
Nella mia vita solo una volta ho fatto la guida a pagamento ed
in due abbiamo guadagnato cinquanta lire. Un signore ci ha visto
arrampicare sulla Preuss alla Piccolissima di Lavaredo e quando
siamo scesi ci ha chiesto di fare la Piccola con lui. Noi lo abbiamo
accompagnato, ma senza pensare di chiedere alcun compenso. Invece
ho sempre accompagnato gli amici in |
 |
montagna.
La guerra
Allo scoppio della guerra sono stato arruolato nelle
truppe alpine. Dopo un periodo di addestramento, siamo stati mandati
in Caucaso. Eravamo dei ragazzi e siamo partiti sicuri di vincere.
Ci siamo fatti un intero inverno a 4000 metri senza ricoveri fissi,
con le sole uniformi. Alla fine del '42, dopo la battaglia di Stalingrado,
siamo rimasti isolati in una sacca ed abbiamo ripiegato verso la Crimea,
nel fango che era peggio della neve, specialmente per i fanti che
non avevano le nostre scarpe da montagna. Dalla Crimea sono tornato
a casa per la prima volta in licenza. Poi siamo stati mandati nel
nord della Grecia ad appoggiare le truppe italiane in difficoltà
contro i partigiani. Dopo l'8 settembre '43 ci siamo trovati su fronti
opposti. I contatti con la popolazione erano difficili e pericolosi
specialmente se si avvicinavano le ragazze. Bisognava far attenzione
perché si rischiava di essere ammazzati con un coltello nella
schiena. Gli portavamo pillole di atredina contro la malaria di cui
soffrivano. Un giorno arrivò l'ordine di partire verso nord:
abbandonavamo la Grecia dove stavano avanzando gli inglesi. Quel giorno
il mio amico Hans Waldner non si presentò e tutti pensammo
che si fosse preso una coltellata. Ci spedirono in Cecoslovacchia.
Alla fine della guerra ci siamo ritirati fino alla Moldava dove gli
americani ci hanno impedito di attraversare e così siamo stati
catturati dai Russi. Abbiamo per un primo tempo pulito la città
di Tabor dalle macerie. I Cecoslovacchi ci odiavano, ricevevamo sputi
e insulti. Poi siamo stati portati sugli Urali. Con i vagoni merci,
su due piani, con la paglia. Cento persone per vagone. Diciassette
giorni di viaggio, quasi senza acqua e un piccolo buco per i bisogni
di tutti. Diarree, tifo e malattie: all'arrivo metà del vagone
era vicino alla morte. Ci hanno sistemato in un lager russo dove,
prima, erano stati rinchiusi dai tedeschi prigionieri ebrei. Di novecento,
alla fine, siamo sopravvissuti in 36. Come primo lavoro abbiamo iniziato
a tagliare legna che serviva ad alimentare le centrali a gas con cui
funzionavano gli altiforni. Ogni squadra doveva fare una determinata
cubatura di legna. Per fortuna che con me c'erano dei boscaioli e
così siamo riusciti sempre a rispettare la quantità
programmata. I russi non hanno mai ammazzato nessuno di noi, ci lasciavano
solo crepare di malattie, freddo e stanchezza. Nessuno di noi pensava
di poter sopravvivere.
In tutti quegli anni non avevamo avuto la possibilità di avere
contatti con la famiglia. Nel Natale del '47 tramite la Croce Rossa
abbiamo scritto a casa e ricevuto risposta, così i miei familiari
hanno saputo che ero vivo ed io che loro stavano bene. Nel 1948 siamo
stati liberati.
Di nuovo in montagna
Quando arrivo a Bolzano vedo mia sorella. Lei, che aveva
già cominciato a scalare il 6° grado con i Bergler(un gruppetto
di arrampicatori agguerriti dove c'era anche Eisenstecken), voleva
vedere subito se ero ancora in salute per poter arrampicare. Dopo
avermi abbracciato mi ha chiuso gli occhi con le mani. Quando ho potuto
riaprirli ho visto Hans, il mio camerata che avrebbe dovuto essere
stato ucciso dai partigiani greci. Invece era stato tenuto nascosto
in una fogna per 14 giorni dalla ragazza che si era innamorata di
lui e aveva poi trattato con gli inglesi la sua salvezza: dopo tre
mesi era già tornato in Italia. Era in stazione ad aspettarmi
con il mio zaino e la mia gavetta.
Tornato dalla prigionia ho lavorato prima alla Montecatini di Bolzano,
poi sono andato a Milano in una fabbrica di frigoriferi industriali,
della quale, in seguito, ho preso la rappresentanza di zona. Qui non
c'era molto lavoro e bisognava inventarsi qualcosa. In prigionia avevo
imparato a fare il meccanico.
Dopo due settimane dal rientro dalla prigionia ho fatto la Steger
alla Est del Catinaccio. Poi ho ripreso con il 6° grado insieme
con gente che andava già bene. Quando gli altri si sono stancati
ho cominciato ad andare per conto mio e ho ripetuto tutte le vie del
Civetta. La Solleder, la Comici, la Torre di Valgrande, il Pan di
Zucchero, la Tissi, la Torre Trieste, la Torre Venezia. Sono stato
accettato nell'Hochgebirgegruppe, un gruppo scelto dell'Alpenverein
Südtirol (AVS), ma non è stato facile perché quelli
più vecchi pensavano che noi giovani fossimo solo capaci di
arrampicare appendendoci ai chiodi per superare certe difficoltà
in parete. Staffler, Perathoner mi hanno ritenuto abile per il loro
gruppo, c'era anche Wachtler. Noi avevamo bisogno di un gruppo di
cui far parte perché in quegli anni del dopoguerra non c'erano
i materiali, i soldi per andare fuori zona. Oggi è diverso.
Allora si andava in bicicletta fin su al passo Sella; poi con Reiter
abbiamo comperato una moto, così potevamo andare in Brenta
e un po' più lontano, anche in Monte Bianco.
La stessa spedizione al K2 era una grossa opportunità per noi,
solo il viaggio era per l'epoca una cosa riservata a pochi: ci volevano
due giorni di volo con il vecchio DC8. Arrivati in Pakistan, era ancora
un'altra avventura. Quando mi hanno chiamato per il K2 avevo già
una sfilza di vie di 6° grado, prime aperture e ripetizioni. Ad
esempio ho fatto la prima ripetizione della Vinatzer alla Marmolada,
con un ragazzo giovane che poi è morto qui sulla Buratti alla
Laurinswand. Veramente sarebbe stata la seconda ripetizione, perché
prima di noi c'erano stati dei lecchesi che però alla fine
sono stati recuperati in parete per via del maltempo. Lì se
nevica non ti muovi più, dovresti aspettare alcuni giorni in
bivacco, ma non sempre è possibile. Così noi siamo stati
i primi a completare la ripetizione. Sempre in Marmolada ho fatto
tre volte la Micheluzzi perché è troppo bella. La Vinatzer
ha tiri da 40 metri senza un chiodo. Vinatzer a suo tempo era un po'
spavaldo, aveva forza e intelligenza, lui conosceva la montagna, entrava
in parete e la faceva.
Le scarpe
Prima avevamo le scarpe Manchon con la suola fatta con
pezzi di feltro, una buona suola; poi la Dolomitsole, era fatta di
corda intrecciata e teneva due ore di arrampicata, poi la dovevi buttare.
Una variante era fatta come i tendoni dei camion, uno sopra l'altro,
trapuntata: era più resistente. Poi è nato il Vibram
che andava bene per tutto e che ha dominato il mondo; andava sul bagnato,
potevi camminare sul sentiero fino all'attacco della via, scendere:
una soluzione ottimale. In seguito ho realizzato, insieme ad un appassionato
calzolaio dei Portici, un paio di scarpe con un bel cuoio anfibio,
un modello che è stato acquistato da un'industria di Montebelluna.
Le mie arrampicate sono andate sempre benino, qualche bivacco di emergenza
era la norma. Una volta sono caduto sulla Livanos alla Grande di Lavaredo.
Cinque o sei chiodi sono saltati; solo i chiodi della sosta hanno
per fortuna tenuto. Nella caduta, la corda mi ha raschiato il braccio
fino all'osso. Quando sono tornato a casa mio padre mi ha chiesto
ironicamente se mi faceva male; forse pensava che non mettevo la stessa
passione in altre attività. Ma, se andava bene, incassavi tutto
e zitto! Faceva parte dell'esperienza alpinistica. Arrampicando si
deve avere anche fortuna.
Queste vie dovrebbero essere ripetute dagli arrampicatori moderni
non perché siano per loro difficili, anzi, ma per farsi una
esperienza generale sull'arrampicata in montagna; vedo alcuni giovani
che quando fanno la Micheluzzi al Ciavazes, smettono perché
la trovano complicata, l'attacco della via è lontano anche
se a dire il vero è quasi in piano e la discesa è facile
e veloce, ma queste cose non sono più di moda.
Il K2
Ogni anno noi reduci del K2 organizziamo un incontro,
ed invitiamo
anche il Cassin che, malgrado il suo curriculum, era stato escluso
dalla selezione, perché Ardito Desio temeva che la sua fama
avrebbe potuto metterlo in secondo piano. Durante la spedizione eravamo
ben affiatati: tutti sapevano andare in montagna. Io ero quasi sempre
in tenda con Walter Bonatti e con Cirillo Florianini. Occidentalisti
ed orientalisti (alpinisti con esperienza sulle Alpi occidentali o
orientali N.d.R.) erano in ugual numero. Favoriti erano gli occidentalisti
perché abituati al ghiaccio, al misto e alle quote più
alte, ma poiché il K2 non è una passeggiata su neve,
ma c'è dell'arrampicata, dove la parete si impenna, erano davanti
i "dolomitisti". Questo andava bene, anche perché
per tanto tempo non c'è stato nessun attrito, intanto in parete
eri fuori dalle grinfie del “vecchio” (Ardito Desio, il
capo spedizione). Ogni giorno alle tre voleva il collegamento radio,
ma spesso non era possibile perché non portavi sempre la radio
che pesava più di un chilo e la lasciavi in tenda. Prima si
portavano le tende, le bombole, il cibo e così avanti e indietro
occupavamo via via i vari campi a quote sempre più alte; poi
si alternavano i gruppi e si costruiva la teleferica. La teleferica
trasportava materiali a 30 chili per volta, così noi potevamo
arrampicare liberi da pesi, anche se c'era il rischio di perdere qualche
carico.
Allora il sentimento nazionalistico era molto forte, ma non solo in
Italia. La gente, come si vede nel documentario di Mario Fantin girato
prima della spedizione, era un po' scettica, non credeva che avremmo
potuto avere dei risultati dove avevano fallito gli Americani. In
realtà noi eravamo molto ben preparati, con un equipaggiamento
d'avanguardia per l'epoca. Siamo stati per 47 giorni su una cresta
dove il vento raggiungeva i 110 km/h e dovevi continuare a salire
e scendere, ad arrampicare malgrado la bufera. I giorni di bufera
erano logoranti, anche perché capitava che in una tenda di
due persone eravamo dentro in cinque. Anche quando Puchoz (l'unica
vittima della spedizione, morto di edema polmonare) stava male, era
salito il medico e noi siamo scesi per fargli posto. A scendere eravamo
costretti anche perché più sei in alto e meno riposi,
meno recuperi la fatica. Anche Puchoz se fosse riuscito a scendere
anche di 5/600 metri poteva cavarsela. All'epoca il mal di montagna
era poco conosciuto e lui pensava di poter riprendere a salire il
giorno dopo con noi. In realtà il giorno dopo era peggiorato
e poi era troppo tardi per fare qualcosa. Uno a quelle quote deve
interrogare se stesso e decidere, anche un medico non può dirti
nulla. Ma tutti questi fenomeni si possono migliorare se si scende
di quota.
Il nostro organismo è fatto a regola d'arte ma è fatto
per vivere a quote basse, devi assorbire ossigeno e acqua e anche
questa è un problema da risolvere nelle alte quote perché
devi sciogliere neve e si ottiene un liquido privo di sali e anche
di questo ha bisogno il corpo umano. Il medico della spedizione era
Pagani e siccome non voleva parlare di donne ci siamo fatti spiegare
tutto sulla medicina di montagna.
Molti di noi avevano mogli e fidanzate e l'unico contatto era la posta
che andava e veniva con i portatori con 14 giorni di marcia. Quando
arrivava la posta era sempre una bella sferzata per il morale. Con
il sacco della posta viaggiavano anche rifornimenti per i portatori.
I portatori avevano la farina per tutti e si facevano il pane fresco.
Usavano del peperoncino sciolto nell'acqua dove intingevano il pane.
Quando noi lo abbiamo provato ed abbiamo scoperto che era buono lo
scambiavamo con le nostre caramelle, con cartine colorate e con cibi
speciali che sembravano paglia, e che era stato confezionati appositamente
per noi da alcune ditte farmaceutiche.
Dopo il K2 sono tornato ancora con la voglia di andare in montagna
e ho continuato ad arrampicare, ma ho preso anche il brevetto di volo,
prima dell'aereo poi dell'elicottero. Con il Piper sono stato bloccato
al Rifugio Casati sommerso dalla neve per 14 giorni. In quei tempi
il Soccorso Alpino si faceva con questi piccoli e maneggevoli aerei.
Abbiamo recuperato uno sciatore sulla Croda da Lago atterrando su
una valanga. Il Piper era come una Volkswagen, mai sentito che si
sia fermato un motore. Con l'elicottero una volta mi sono incendiato
in volo.