ETTORE CASTIGLIONI
«E insieme alla
musica è tornato anche il sole. Un sole tiepido da primavera,
un'aria leggera e trasparente, un vento crudo e vivificante come una brezza
montana. Lo aspiravo a pieni polmoni, a grandi sorsate, come per bere quell'aria dei monti, per ritrovarmi, per ritrovare tutta
la mia energia, il mio spirito d'iniziativa, la mia volontà d'azione, il più
vero me stesso.»
Tratto
dal sito: http://www.rendena.it/rendena/rendena1.htm
Ettore Castiglioni era figlio di una ricca famiglia milanese,
amava viaggiare per cultura: visitava musei, mostre, gallerie, assisteva a
concerti. Era laureato in legge, anche se non amava quel mondo; era stato a
Londra, ma non amava neppure quella realtà. Suonava il pianoforte spesso, anche
nel suo appartamento vuoto: immagine di tregenda di uomo
che suona, solo, nella sua stanza vuota, ingombra di vetri esplosi e fogli in
disordine, fuori la pioggia battente su una Milano sventrata dai bombardamenti e
terrorizzata.
La passione per la montagna in lui rientrava in uno spirito romantico,
rispettosamente amante della natura e delle forme che essa sa
dare alla bellezza. L'estetica fu motivo costante di ricerca, filo conduttore
di un'intera vita dedicata a ciò che dava sollievo e piacere allo spirito.
Paradossalmente quando lo trovarono, dopo tre mesi, morto di freddo al Passo
del Forno, portava un paio di ramponi sui piedi nudi e una coperta cinta
intorno alle gambe anch'esse nude, in un quadro di grottesca bellezza, forse
non scevra d'ironia.
Vediamo di intenderci meglio, procedendo a ritroso. Ettore Castiglioni
era sfuggito alla Svizzera che lo voleva tradurre in carcere: si trattò, forse,
di circostanze sospette, di una misteriosa valigia contenente documenti
segreti, che Castiglioni aveva portato in Svizzera
insieme ad una famiglia di profughi, una delle tante
che cercavano salvezza oltre confine in quegl'anni di
persecuzioni (fra tutti, è notevole, passò con Castiglioni
pure Einaudi). Per questo motivo, pare, Ettore Castiglioni fu arrestato al confine e scese in Svizzera,
solo. Ancora lo immagino, evocato dalle parole di Ferrari,
a elaborare la fuga – la fuga giusta e necessaria.
Nella stanzetta in cui era stato richiuso tutto si fa
chiaro, la decisione infine è presa. Il rischio è alto ma
esaltante, la possibilità della morte occhieggia affacciandosi in ogni
pensiero; la tensione, la decisione, poi la liberatoria corsa nel buio. Come si
deve sentire un uomo che ha coltivato l'idea di libertà per una vita, che ne ha
fatto un segno tangibile con l'antifascismo, come si deve sentire un uomo siffatto quando si trova a correre di notte, consapevole del
rischio eppure ebbro - e non userei nessun altro aggettivo - ebbro di aria
fredda e corse coi piedi fasciati di stracci. Correva per tornare dagli amici
al Berrio, la baita che sopravviveva ai
rastrellamenti da mesi, e forse già si immaginava il
ritorno, il calore. Un'esaltazione simile forse può appartenere solo a un uomo di cultura, che senta nella natura quel mondo
dannunziano e grandioso: stava sfuggendo in esso, dall'uomo. Come si deve
essere sentito poi quando il gelo gli ha morso le
carni e la vita ha preso a scorrere via, questo è qualcosa che non è dato
sapere. Ma rileggendo i suoi diari viene da dirsi che
sta bene così, e la vita per un uomo del genere non poteva riservare forse fine
più amorevole, più materna. Consegnato alla storia delle
montagne non per le mere gesta alpinistiche, sempre superate ad ogni epoca, ma
per la sensibilità e i pensieri – destinati a restare, foss'anche
solo in chi tra le pietre del Berrio in Valpelline ci va per cercare, ad oggi, vaga traccia di lui.
Ettore Castiglioni fu alpinista, tra i fortissimi dell'epoca cui
appartenne (quella di Detassis, Gervasutti,
Cassin giusto per intenderci); compilatore
d'eccezione di guide ricordate per le valutazioni severissime, appassionato
delle Dolomiti ma completo anche sul granito (salì
http: //www.intraisass.it/recstor3.htm
Marco Bellini, Vercelli, ottobre 2002
Tutti i gruppi Dolomitici per qualche versante furono saliti
da Ettore Castiglioni:
Alle Pale di San Martino,Ettore Castiglioni, il rapporto che ebbe con queste motagne fu segnato da una fervente attività, infatti
nell’estate del ’34 realizzerà ben trenta nuove vie nel gruppo, in prospettiva
della guida alpinistica delle Pale commissionatagli dal Touring
Club. Per Castiglioni sarà una stagione unica, quella
della piena maturità alpinistica, con il raggiungimento del VI grado sullo
spigolo sud-est del Sass Maór.
Marmolada; il personaggio
altrettanto rappresentativo Ettore Castiglioni, proprio
della Marmolada fu profondo conoscitore ed esploratore. Non a caso la sua
storica guida della serie “Monti d’Italia” edita dal CAI / Touring
Club “Odle-Sella-Marmolada”, benché edita nel 1937, rimane a tutt’oggi, pur attraverso
ristampe e aggiornamenti, il punto di riferimento assoluto.
Oltre che protagonista di imprese al limite dell’umano
(una per tutte l’ascesa del Piz Serauta,
estremità orientale della Marmolada, un pilastro alto
Bon dì
“I pidirtìc, i bürùn, li grataröli, i piç, i gaç, i bosc
di pin e di laras, di bödul
e di fò, la mandrèla, ‘l bàit dal lat, i stablu, la casìna, i stalùn, i büsc, li bòri, li baiti dai burèr, i camp arè, ‘l quàdru da ‘l fin, 'l tablà, la stala e li ciòti da li vachi, la flüa da ‘l òrt, ‘l raòft da ‘l formai, la bùt da ‘l vìn pìciul, ‘l pulinèr da li galini, ‘l gabiòt dai cüniç, la parzìf da li vachi, 'l brögn da
‘l purcèl, la córt” emanano
ovunque nella valle antichi odori alpestri.
La vita paesana
cantata sulle note del pentagramma dell’idioma locale diffonde continui
richiami alle gioie della nascita, ai giochi dei fanciulli,
ai turbamenti
dei giovani, agli amori maturi, alletribolazioni
del lavoro, ai malanni della vecchiaia, alle lacrime della morte.
“Pin pinzöl ravazöl còta bianca men zinquànta, men ün, men dü,
men trì, men quàtru, men
zìnc, men sé, men sèt, men òt,
ò magnà ‘l pan biscòt, ca ‘l sìva tant
di bòn, téra mulöta e safta muntùn” è la cantilena facile per insegnare alla “criatöra” la lingua familiare e agli adulti per non
dimenticare il patrimonio di una cultura linguistica non ancora estinta.
A Zernez, centrovalle dell’Engadina nel Cantone Grigioni e
sede del Parc Naziunal Svizzer, quando alle prime luci di un mattino di giugno
andammo a fare colazione dal Furnèr e ci salutarono
col “Bon dì” e noi rispondemmo “Bon dì”, capimmo quanto là il turismo è supportato dal rispetto dell’idioma locale.
Con un po'
della parlata ledrense e della Val di Fassa ci
capimmo nella rincorsa continua di chi era più bravo a parlare e a capire.
Altrettanto ci accadde quando nell’alta Alp Trupchùn dialogammo col Guardiaparco per ore di camosci, di stambecchi, di marmotte
e di cervi.
Turismo,
dunque, può essere anche rispetto reciproco delle diversità dei percorsi
sociali e culturali dei residenti e degli ospiti, nell’apprezzamento di valori
comuni diffusi nell’arco alpino, che si compenetrano nella gioia di capirsi e
di stimarsi.
Rendena saluta con cordialità e deferenza il Turista
che soggiorna nella Valle e che approfitta per accaparrarsi scampoli di un
vissuto emotivo, a contatto con la cordialità della gente, e di un’esperienza
rilassante, nel grembo di una natura e di un ambiente montano incomparabili.
Rendena ha inteso promuovere e valorizzare una
ricerca storica specifica, che ha il pregio di raccontare e ricordare Colui che, scomparso in anni e circostanze tragici, ha
lasciato alle Dolomiti di Brenta un patrimonio di vie e di cultura alpinistiche
eccezionali.
Rendena si onora di presentare agli Alpinisti questo
primo numero, sabato 30 luglio 1994 sul terrazzo del Rifugio ai Brentèi, gestore Claudio Detassis.
Tione, luglio 1994
Piergiorgio Motter - editore Memorial Ettore Castiglioni
Rendena uno
Editrice Rendena Tione - Luglio 1994
Val Malenco 12 marzo 1944
Tregnago 22
settembre 1994
Omaggio
in anteprima Rifugio Maria e Alberto
ai Brentèi Dolomiti di Brenta - sabato 30 luglio 1994
“Cento
volte signore”
di Giuseppe Leonardi
Testimonianze
di un alpinista che amava la cultura
“Cento volte signore”
di Giuseppe Leonardi
“Ci sono i
ricchi, i poveri e i signori, lui era un signore”.
Così Bruno Detassis si esprime con un aforisma rendendo ad Ettore Castiglioni, compagno di cordata, un omaggio postumo,
riportato da Marco Ferrari nella introduzione
dei suoi diari “Il Giorno delle Mèsules”.
Quella di
Bruno può essere un’epigrafe espressa con le ginocchia delle
mente inchine, tanta fu la stima espressa in
vita e mantenuta dopo la sua morte.
Bruno è un illeterato per non aver potuto frequentare le scuole
elementari, allora chiamate popolari. Nel 1915 la sua famiglia, che abitava a Trento, fu coinvolta nell’esodo drammatico seguito
all’ordine di evacuazione emanato con decreto Regio Imperiale allo scoppio
della Grande Guerra. La famiglia Detassis assieme a
migliaia di altre, fu costretta all’esilio in Boemia quando
lui aveva cinque anni.
Ritornato a
Trento, a guerra finita e a nove anni, frequentò corsi di recupero serali
perché cominciò subito a lavorare come garzone, guadagnando per i bisogni della
famiglia.
Successivamente, negli anni della maturazione della
professione di portatore prima e di guida alpina poi e a contatto con compagni
di cordata acculturati, acquisì esperienze e saggezze tali da consentirgli di
esprimersi in conformità a norme di comportamento professionale ed a scheggioni di verità vissute, maturati interiormente nei
lunghi silenzi della sua lunga vita a contatto diretto con la montagna.
Ma rimase comunque un illeterato al punto
che ad Alessandro Gogna confidò: “mi dispiace di non aver scritto quello che
provavo in montagna, ma scrivere è difficile, ostia”.
L’angioletto
Del rapporto
Castiglioni-Detassis, nulla Bruno ha lasciato di
scritto e poco di narrato: solamente frammenti di ricordi disuniti di accorato ricordo di un grande compagno di corda e di
crode.
Mi bastano
due aneddoti che Bruno mi ha raccontato anni fa.
“Di ritorno
da certe vie difficili, dicevo - Ettore anche oggi abbiamo
avuto l’angioletto -. Lui sapeva che io intendevo san Bernardo
da Mentòne, il patrono degli alpinisti. Più tardi passavamo dalla Val Gardena. Ettore entrò nella bottega di
uno scultore e comprò una statua di San Bernardo da Mentòne, che mi regalò e che io ho sempre custodito con
rispetto, perché è il bel ricordo di un Amico”.
Bruno
inoltre volle raffigurato il Santo con un affresco
sulla facciata est della casa di Madonna di Campiglio.
Il 27 giugno
1935 di ritorno dalla prima salita lungo la parete nord del Campanile Basso dé Mesdì nel Gruppo del Sella (dal 12 giugno al 17 luglio aprirono 13 vie nuove)
Ettore e Bruno decisero di cenare e pernottare al Rifugio Valentini
al Passo Sella, allora gestito dal proprietario Cipriano
Valentini di Campitello di
Fassa.
Alla vista
dei due alpinisti con in dosso le braghe ed il
corpetto di cuoio (erano in voga in Tirolo ed a
procurarli era stato Vitale Bramani) e carichi di zaini enormi, il Gestore li
scambiò per vagabondi squattrinati. Ma ecco il
racconto di Bruno.
“Per il mangiare entrate nel rifugio, per il dormire - ci
disse - qua è tutto occupato, potete riposarvi nella baracca sui pagliericci.
Dopo cena ci ha chiesto i documenti ed allora ci ha detto se poteva offrirci
una camera. Abbiamo dormito nei letti con su i
piumini”.
Nessun capocordata
Nanni Villani nell’estate del
1987 inviato della rivista ALP, tentò di intrappolare il re del Brenta, seduto
davanti al suo rifugio, con domande maliziose sul rapporto di cordata con
Ettore Castiglioni, ma ebbe una risposta lapidaria:
“non c’era nessun capocordata, si andava avanti alternativamente, un po’ io e
un po’ lui, senza problemi”. Villani aggiunse che Bruno poi tacque ed accese la
pipa.
Signore
Ma perché
allora quella confidenza a Marco Ferrari “era un
signore” riferita sicuramente alla cultura ed ai comportamenti e niente alla
figura dell’arrampicatore, di cui ne aveva
sperimentato personalmente la grandezza?
Ho chiesto a
Bruno una spiegazione e lui, allargando le braccia e con le mani alzate, mi ha
dato la sua risposta, candida e disarmante: “quel
signore è la radice di una pianta”.
Pertanto ora
spetta a me di forzarmi per vestire la risposta di concetti tali da renderla
intelligibile a chi di Ettore e di Bruno poco sa.
La
signorilità, secondo me, è ciò che ha più impressionato Bruno, ossia la qualità
e lo spessore del rapporto umano coi compagni di
cordata. Questo aspetto più saliente della caratura
dell’accademico, Bruno non lo desunse dalla ampia pubblicistica di Castiglioni, che non lesse, ma dal contatto diretto, dal
vissuto emotivo, sperimentato in giornate intere trascorse andando ad
arrampicare per crode. Così quanto Bruno sostiene, è
l’espressione di un sentimento riconoscente e di fedeltà all’immagine di un compagno
autentico. E nessuno dei tanti altri compagni di Castiglioni si è espresso come Bruno, nessuno con una
parola ne ha additato la sintesi caratteriale.
Ettore Castiglioni, invece, nei suoi diari ha sparso a piene righe
una lunga testimonianza sincera, come nessun altro fece,
sull’intreccio di affetti, sentimenti, valutazioni e contrasti che lo legarono
ai compagni di cordata. La validità delle impressioni narrate dei profili
tracciati, delle amarezze confessate, delle delusioni subite, sono stati poi compenetrati
nella storia dell’alpinismo degli anni trenta.
I diari
accompagnarono la vita del personaggio Castiglioni.
Proprio per la loro caratteristica di custodi del particolare, o dell’apparente
inessenziale, che accaddero in circostanze
irripetibili, essi, restituiscono al lettore appassionato, preziosi avvenimenti
alpinistici rimasti per decenni segreti.
Nell’arco di
quindic’anni,
i diari disegnano aneliti ambiziosi, evidenziano presupposti intellettuali,
additano, da autentico professionista, percorsi alpinistici
nell’evoluzione della tecnica di arrampicata e nell’affermazione del VI° Grado.
Suggeriscono convinzioni etiche, filosofiche e politiche (altroché
in montagna non si fa politica), anticipano possibili sconvolgimenti sociali,
pur tra contraddizioni inevitabili in anni di vicende politiche inarrestabili,
che la storia ora ci costringe ad acettare.
Così il
grado di immediatezza e sincerità con cui li scrisse,
sa mantenere vive le emozioni, a cinquant’anni di
distanza.
Senza queste
confidenze tormentate, segrete ed intime molto si sarebbe perduto della sua
personalità, ma pure della considerazione che egli
ebbe nei confronti di innumerevoli compagni di arrampicata.
Fondamentale diventa allora la lettura de “Il Giorno delle Mèsules, diari di un alpinista antifascista”, pubblicati
nella collana I Licheni delle Edizioni L’Arciere,
Vivalda Editori di Torino. In essi domina il carisma
del “signore” di Bruno Detassis, tante sono le
testimonianze straordinarie di un costume e di un ordine sociale, che non sono
più.
Testimonianze
Quelle da me scelte sono state lasciate in ordine
cronologico come appaiono dalla lettura dei diari. Ho aggiunti
nomi o cognomi dei compagni per una individuazione precisa ed alcune micro notizie a maggiore chiarezza del testo, in ordine ai
fatti storici.
Maggio 1931. “Ho conosciuto Camillo Battisti; franco
limpido, aperto come tutti i Trentini, ma con una mentalità vasta,
un’intelligenza acuta e una generosità innata e spontanea. Conoscendo lui , mi pare di comprendere meglio, e vedere ancora più in
alto, il sublime sacrificio di suo padre (Cesare). Ma
Camillo non vuole si ricordi che è figlio di suo padre; si fa amare per se
stesso, per le sue doti, che sono molto vicine a quelle di suo padre. Come
arrampicatore è principiante, con poca tecnica, nessun allenamento, scarsa
resistenza: ma moralmente è il compagno di cordata ideale, e per questo lo
vorrei avere con me nelle mie conquiste più aspre. Esempio raro di purezza
morale”.
Marzo 1932. “L’amicizia di
Vitale (Bramani) e Celso (Gilberti) è il maggior bene
ch’io abbia oggi. Che cosa
posso offrire io a loro? Nulla. Questa è vera amicizia e il loro affetto
profondo tutto generosità, bontà e solidarietà, è commovente. É quell’amicizia che solo in montagna si
può creare”.
Giugno 1933. “Celso, perché io non ero con te! Sì, perché
non ero con te! Questo è stato il primo grido spontaneo, quando ho saputo
(della caduta mortale sulla parete est della Paganella).
S’io fossi stato con lui non sarebbe successo nulla:
ne avevo una convinzione istintiva, prima ancor di sapere come era avvenuta la
sciagura. Ma quando, a Terlago, mi sono visto passare
davanti quel furgone nero e mi sono detto “li dentro è
Celso”, un brivido di terrore mi ha percorso il corpo. Ai funerali ho afferrato
la bara per portarla e la difendevo ringhiando contro chiunque
volesse prendere il mio posto, quasi volessi stringermi disperatamente a lui.
Fino al cimitero eravamo ancora assieme, uniti: il senso del distacco l’ho provato allontanandomi dalla sua tomba, dove lui era
rinchiuso per sempre. Allora finalmente ho potuto piangere. Celso fino
all’ultimo mi è stato amico, anche morendo mi ha fatto il dono più prezioso, il
dono del pianto”.
Agosto 1933. “La montagna con
la sua calma e la sua solitudine mi ha dato dapprima
l’equilibrio, poi mi ha dato in Bruno Detassis
l’amico che ha guidato i primi passi incerti verso la conquista, e il compagno
di cordata ideale di tutte le vittorie più belle.
Sulla Torre Gilberti mi sono un pò
allontanato da Bruno: qui l’amico mi era divenuto poco più che il portatore
delle scarpe, che io mi trascinavo dietro necessariamente nella mia conquista;
salivo come se fossi stato tutto solo, con l’animo proteso verso
la cima di quella Torre, che già in cuor mio avevo battezzato, come se
lassù avessi dovuto raggiungere e ritrovare l’amico perduto. Bruno mi perdonerà
se questa volta ho dimenticato la corda che mi univa a lui, per sentirmi
avvinto da quella che tante volte mi aveva legato a Celso”.
Agosto 1933. “Soprattutto mi
ha fatto bene durante tutto questo periodo l’affratellamento con Bruno Detassis, la sua forza morale, la sua
sicurezza, la sua rude e schietta sincerità, il suo affetto e la sua
sensibilità, inespressi, ma sempre percepibili. Sulla croda,
come al rifugio, dopo la scomparsa di Celso, con nessuno mi son trovato così
bene come con lui”.
Ottobre 1933. “ Lo spigolo della Torre di Fànis è tutta
una successione ininterrotta di strapiombi: io stesso non credevo di poter
salire per di là e (Gino) Pisoni lo credeva ancor
meno di me. “Castiglioni, prova ancora una volta” e
passavo: l’entusiasta candore di un istante traboccante di passione fa bene
oggi che anche l’alpinismo è così ingannato da pettegolezzi. Con Pisoni ho rivissuto alcune giornate della vita sana,
ingenua, spensierata e purissima del fanciullo: e
anch’io mi sentivo tornato fanciullo e giocavamo come due gatti, al sole”.
Dicembre 1933. “L’anno finisce a tutta luce. Una giornata in Bondone con Bruno (Detassis), nell’ambiente di tutta sincerità. Poi qui a sciare con Aldo Pedrotti,
nell’ebbrezza di una neve polverosa, fra i boschi incantati, come un paesaggio
magico. Il batter pista con la neve così alta è una fatica: nevica
spesso, ma che importa?”
Marzo 1934. “Nelle Pale (di San Martino) con Camillo Battisti: anima grande e
generosa.
In Brenta
con Bruno Detassis: la sua onestà e rettitudine
morale, pare in certi momenti un mito di un eroe antico: certo al giorno d’oggi fa stupore. Con questi due compagni io
camminavo fra il candore della neve e la luce abbagliante del sole.
A Trento ho
trovato in tutti cordialità e stima e una
disinteressata sollecitudine ad aiutarmi nel mio lavoro (compilazione della
Guida Dolomiti di Brenta): non sono l’arrampicatore, che si può ammirare ma che
non suscita simpatia, ma sono lo studioso che trae profitto dalla sua attività
alpinistica per valorizzarla con le capacità intellettuali”. Aprile 1934.
“Le prime arrampicate sono state quasi offerte a (Bruno) Detassis
e alla sua ardente brama di azione, lo seguivo per la
fiducia che mi dava la sua corda: arrampicavo con perfetta onestà (cioè senza
attaccarmi alla corda), ma forse senza Bruno avrei rimandato ancora più a
lungo.
Pur non
trovando mai sulla corda il limite alle mie possibilità, tuttavia ancora non
avevo piena fiducia in me e sempre arrampicavo con la
coscienza di aver dietro di me Bruno con una riserva di illimitate possibilità,
e a lui lasciavo le maggiori difficoltà: così sulla Torre del Ferùc, così sul Campanile d’Ostio.
Ma frattanto imparavo ad osare. Ecco lo spigolo della Wilma: avevo creduto che una fessura permettesse la
salita, ma è solo una riga d’acqua. E allora? “É
bella, andiamo” dice Bruno. E saliamo la parete liscia
e verticale”.
Agosto 1934. “Partito Bruno
per il Brenta, mi trovai quasi solo e sperduto. Con (Silvio) Saglio mi sentivo di nuovo la guida con tutte le sue
responsabilità: il rapporto era cambiato, non più amore, ma dovere. É stato
solo nella grande anima luminosa di Camillo Battisti,
che ho potuto ritrovare la rispondenza morale necessaria alla solidarietà e
all’unità della cordata. Ed ecco che quella strada che
con Saglio sentivo chiusa, mi si riapre luminosa. Gli
strapiombi delle Ziroccole, hanno tutti
la loro chiave, nascosta ed imprevedibile: e di nuovo salgo libero, con
tutta la cordata per quello spigolo verticale, nel fulgore di un sole radioso,
senza piantare un chiodo”.
Ottobre 1934. “Ieri
all’inaugurazione del Rifugio Gilberti ci siamo
trovati in un numeroso gruppo di amici di lui, saliti
lassù per lui. E nel suo rifugio eravamo ancora
riuniti intorno a lui. A più di tre anni di distanza dai nostri ultimi
incontri, sento che poche cose nella mia vita hanno lasciato una traccia così
profonda, luminosa e serena”.
Novembre 1934. “É stato qui
(Bruno) Detassis, ma la sua visita non mi ha fatto
nessun piacere. Milano non è il luogo dove si possa
essergli vicini e questa casa non è il posto dove si possa ospitarlo con
semplicità e cordialità. Il vero Bruno lo si riconosce
intero solo a contatto con la severità della vita di crode”.
Ottobre 1935. “Sono andato a
cercare (Giovanbattista) Vinatzer per tentare con lui
la parete (sud della Marmolada). Dopo l’esperienza negativa
con (Luigi) Micheluzzi, già ero entusiasta di
ritrovare quel giovane di passione così sana, quel giovane che conoscevo
appena, ma che fin dal primo momento mi aveva tanto interessato e di potermi
unire a lui, di conoscere più intimamente quell’anima
limpida, che forse mi potrà essere molto vicino ed amico. Ed ero lieto di potergli offrire la mia impresa più bella,
di poter consacrare la nostra amicizia proprio su quella parete”.
Febbraio 1936. “Ho ritrovato
(Giovanbattista) Vinatzer. É stata per me la gioia di
aver ritrovato un amico, di aver ritrovato un bene che
mi era stato strappato e la sera passata con lui, con la sua schietta
cordialità mi è parsa tanta luce. É strano ch’io mi
senta così vicino questo ragazzo, con cui ho scambiato soltanto occasionalmente
delle chiacchiere, e con cui non ho condiviso neppure un’ora di vita. Eppure io
mi sento già per lui un affratellamento come per un compagno di cordata e
desidero dividere con lui le ore di lotta e di vita di una grande
conquista”.
Luglio 1936. “Tornando a Milano, mi son fermato in Gardena: son salito
per una giornata in Cisles con (Giovanbattista) Vinatzer e con lui ho ritrovato tanta dolcezza e tanta
vita, che guardando le belle crode, già le sentivo
vicine. E Battista lo sento sempre più vicino, e
sempre più caro: e c’è in lui quella fierezza montanara, quella rettitudine e
onestà morale che è in Detassis, ma in lui v’è anche
una sensibilità forse non più acuta, ma più aperta ad esprimersi, una maggior
levatura mentale e culturale, che rende in lui cosciente e completo ciò che in
Bruno è solo spunto incosciente e ingenuo. Quando sul suo tavolo da lavoro,
accanto alle sculture fini ed eleganti ho visto libri di Tolstoi
e poesie di Goethe, ho
ricordato Celso, che nelle solitudini dei rifugi, suonava sull’armonica i tempi
di Siegfried. Ed anche il suo sorriso così chiaro,
aperto e luminoso, mi ricorda molto quello di Celso. Bruno mi sarà sempre il miglior
compagno di corda, ma in Battista spero di aver ritrovato l’amico che avevo perduto sulla Paganella. Ho
bisogno di Bruno per l’atto eroico, perché lascia tutta a me la nostra
conquista; ma ho bisogno di Battista per salire più in alto, fino all’altezza
delle Mèsules”.
Agosto 1936. “Silvio (Agostini): anche lui mi ha lasciato. Non potevo credere a una disgrazia a Silvio. Mi ha stupito, mi ha preso, mi ha
serrato. Nella notte pensavo a un’altra notte insonne
passata con lui, quando ci parve che (Hans) Steger con la salita della parete Preuss
(la est del Campanile Basso) avesse violato il sacrificio di (Pino) Prati e
(Luigi) Bianchi. Pensavo all’incanto di altre notti
passate con lui sui monti. Silvio, quanto l’ho sentito
vicino: è stato il mio primo amico. Se poi lui
ebbe ad allontanarsi da me, ciò non conta: per me Silvio, anche lontano,
rimaneva sempre quello che è stato negli anni di vicinanza. La notizia mi
ossessionava, come un incubo. Accanto a me era Battista (Vinatzer)
e mai come in quel momento l’ho sentito così vicino”.
Agosto 1936. “Chi avesse
incontrato sul sentiero del Passo Ombretta ad ora già tarda del mattino due
alpinisti, uno claudicante (Castiglioni)
e munito di un solido bastoncino, l’altro con un aspetto cadaverico (Detassis) per un potente mal di stomaco, non avrebbe certo
indovinato che si recavano all’attacco della famosa parete (la sud della
Marmolada)”.
Settembre 1936. “(Provo) sdegno
contro la sleale condotta di (Gino) Soldà, sdegno contro gli stupidi obblighi che mi hanno condotto tra le vuote chiacchiere e i
pettegolezzi (assemblea del CAAI a Torino) proprio nelle giornate più
favorevoli all’ascensione, sdegno contro Bruno (Detassis)
che con la sua condotta imprevidente è rimasto spossato più ancora di me;
rabbia di aver voluto essere fedele a Bruno, mentre con altri sarei quasi
certamente riuscito. Onore al merito e al vincitore (via diretta di Punta
Penìa, parete sud Marmolada, cordata Gino Soldà-Umberto Conforto). Non è in me la rabbia del vinto,
ma il dolore di un sogno svanito durato due anni”.
Settembre 1936. “In Battista (Vinatzer) più l’avvicino, più ritrovo l’amico che avevo perduto in Celso (Gilberti);
la stessa limpida serenità, la stessa gioia di vita. La sera passata noi soli
nella Capanna Punta Rocca (Marmolada) è stata dolce
per me e per lui, come le sere passate con Celso al Rifugio Padova chiuso, in
novembre. A Battista ho potuto raccontare di me ciò che forse non ho mai detto ad alcuno, ciò che è segnato solo su questo
diario”.
Luglio 1937. “Sono passati di
qui (a Milano) Bruno (Detassis) e Battista (Vinatzer) nello stesso giorno; che contrasto: Bruno in
partenza per la sua impresa (il tentativo con Giuseppe Pirovano
di prima ascensione alla parete Nord dell’Eiger),
ricco di entusiasmo spensierato, grande ragazzone
sereno e limpido come un ruscello di montagna. Battista con
la noia deprimente di un mese di servizio militare, con la profondità delle sue
frasi semplici e grandi”.
Giugno 1938. “Pochi giorni (ho trascorso) a Milano per la
rapida liquidazione degli impegni col CAI e prima di tornare in montagna,
eccomi di nuovo un giorno a Firenze per
Agosto 1938.”Bruno (Detassis)
ora è ripartito e ricomincerà come l’anno scorso l’avvicendarsi di compagni
indifferenti, con cui non posso affiatarmi, ché non mi
danno la forza morale di volere la grande impresa”.
Agosto 1938. “Ho telegrafato
a (Gino) Pisoni da Verona; a Trento mi aveva già
raggiunto con la sua serenità radiosa e festante: non è più il ragazzo
inconscio ed avventato di qualche anno fa, ma nulla ha perduto della freschezza
della sua passione. Faceva così bene trovarsi con lui e sentire in lui quella passione
ancora così sincera, così pura, così spoglia da ogni
ambizione. Abbiamo trascorso giornate febbrili, rinnovando ogni
giorno arrampicate in gruppi diversi”.
Agosto 1939. “Passai per
Rividi la via Micheluzzi (dello Spallone di Punta di Penìa), nella sua splendida dirittura,
grondante d’acqua e repulsiva.
Rividi
Gennaio 1940. “ Sono stato
ieri a Bolzano a trovare (Giovanbattista) Vinatzer,
che in una caduta di sci si è rotto il bacino. Era in un letto e soffriva
ancora molto; non c’era traccia di ribellione alla sorte, come si poteva
aspettarsi da uno spirito di così ardente impulso di vita e di
affermazione, ma solo una grande serenità che illuminava il suo sguardo
di bontà profonda”.
Dicembre 1940.Ӄ morto (Giorgio) Graffer,
nel cielo d’Albania in una delle sue azioni di eroico
ardimento (abbattuto con il suo aereo da caccia). La notizia mi ha sconvolto e
mi ha serrato fin quasi il pianto. Un senso di angoscia
e di odio ancor più violento contro chi ci trascina in questa pazza corsa verso
l’abisso (2a Guerra Mondiale), stroncando ogni più gagliardo e fecondo impulso
di giovinezza e di vita. É la prima volta, ma non sarà
l’ultima, che questo furore di distruzione mi colpisce nei miei intimi affetti.
Eppure con Graffer non avevo mai arrampicato
e mi ero solo incontrato occasionalmente, senza che fra noi ci fosse mai stato
alcun rapporto di intimità. Perché dunque tanto
affetto e tanta commozione? Forse per il suo glorioso ma inutile sacrificio per
una causa che non è la nostra, ma che sarà solo la nostra rovina? O piuttosto
per la stima che avevo di lui, come uno dei giovani di più luminosa rettitudine
e di più ardente impulso di vita, ch’io abbia
conosciuto.
Per Graffer ho provato lo stesso sentimento di perdita e di abbandono come per Gilberti ed Agostini; ma mentre allora potevo solo piangere la sciagura
e rassegnarmi alla sorte fatale, oggi mi ribello contro colui (primo ministro
Benito Mussolini) su cui ricade tutta la
responsabilità di ogni sciagura, che solo lui ha voluto. Si può con la
rassegnazione dominare il destino, ma dal delitto si può difendersi solo
abbattendo i criminali”.
Novembre 1941. “Gli dissi (al
nipote Saverio Tutino) che avevo bisogno di trovare
un torrione inaccesso e innominato; non una guglia qualsiasi ma qualcosa di importante e di sostanziale, cosa ben rara nelle Dolomiti
al giorno d’oggi. Mi pareva di averne individuato uno nel Gruppo della Croda
dei Toni.
Vi
ritornammo due giorni dopo e con una arrampicata
varia, complicata, tutta a sorprese, superando qualche passaggio impegnativo,
ne toccammo la vetta. Scrissi su un pezzo di carta qualunque “Torrione Giorgio Graffer”- 1a ascensione- data e nomi, e mostrai la carta a
Saverio, senza una parola, quasi fossi stato incapace
di pronunciare quel nome, per un senso di profonda reverenza. Forse non ne ero capace perché ero troppo commosso. Raramente, forse
in montagna, mi sono sentito tanto commosso, e raramente,
forse mai, un’ascensione mi ha dato una gioia così pura. Quella salita
non è né un’ascensione né una conquista, ma solo un omaggio devoto alla memoria
dell’amico.
Ardevo di
ritornare alle Dolomiti, ai bei campanili della Croda dei Toni. Mi trovai con
(Gino) Pisoni, in gran forma e veramente molto sicuro
in parete, meno agile nei camini, che non sempre prendeva
nel modo migliore. Salimmo ancora il Torrione Graffer,
per la fessura frontale questa volta”.
Aprile 1942. “ Anche Saverio mi pareva godesse veramente tanta serenità e
quel sciare così speciale in un ambiente tanto selvaggio di crode (preparazione
della Guida sciistica del Brenta e Madonna di Campiglio),
che parevano ad ogni tratto sbarrare il passaggio. In Val d’Ambièz
gli amici trentini ci accolsero con la loro consueta cordialità. Poi
La campagna
alpinistica si è iniziata con la gita in Paganella.
Al rifugio, con numerosi amici milanesi e trentini, abbiamo festeggiato la
nomina ad accademico di (Gino) Pisoni, che ho ottenuto dopo lunghi mesi di insistenza contro l’ipocrita
ostruzionismo di (Aldo) Bonacossa”.
Giugno/Settembre 1942. “Pisoni ha raggiunto una maturità tecnica e morale, che fa
di lui ormai un alpinista completo. In arrampicata dà un
senso di completa fiducia; specialmente in parete ha una padronanza e una
sicurezza magnifiche; in fessura o camino in vece sale bene, ma fatica un pò più del necessario. Non ha lo stile di Gilberti, ma lo ritengo uno degli arrampicatori più a posto
e più seri che ci siano oggi in Italia. La maturità tecnica, la sicurezza, la
consapevolezza di capocordata gli hanno dato ormai
anche una notevole autorità.
Guido Leonardi era un caro ragazzo, buono, ma non generoso e
sinceramente appassionato. Mi seguiva ovunque, con cieca fiducia, come un
fedele discepolo. Fin troppo talvolta. Arrampicatore quindi, ma non ancora
alpinista. Disceso a Trento, dopo un mese di arrampicate
e ricognizioni in Brenta, si permise di far pubblicare sul giornale quotidiano
le relazioni tecniche di tutte le nuove salite (undici) effettuate con me,
nonostante il mio espresso e ripetuto dissenso. É stato per me un vero dolore
non tanto di perdere un amico e neppure di essermi tanto ingannato su di lui,
quanto di vedere come un ottimo giovane, che avrebbe potuto
diventare anche un ottimo alpinista, si possa perdere e rovinare per una
meschinità.
Anche Pisoni ha fatto pubblicare sui giornali le salite in
Marmolada; ma me lo aveva chiesto preventivamente ed io avevo acconsentito non
solo perché si trattava di salite importanti, ma soprattutto perché riconoscevo
che ne aveva pieno diritto, dato che quelle (due)
salite erano ben sue.
Beata la
purezza di Battista (Vinatzer) che, scendendo dalla
Marmolada (dopo la nuova via Vinatzer-Castiglioni
di Punta Rocca del 1936), si nascondeva per non essere costretto a raccontare
ad alcuno cosa aveva fatto.
Con (Bruno) Detassis mi trovai sempre bene, ma (nel 1942) arrampicai con lui una volta sola e seguendo itinerari
differenti. Fa pena vedere con quanto sforzo, quantunque sia completamente
fuori forma e senza allenamento, cerchi di mantenersi a galla e all’altezza
della sua fama (Bruno era stato arruolato per operazioni di guerra e arrampicava durante le poche licenze per guadagnare e
mantenere la famiglia). Verso i clienti sarà forse necessario per ragioni
professionali; ma verso amici e colleghi, ciò dà l’impressione di boria e non
mancano i maligni che, assai poco generosamente, lo pigliano in giro. Certo che è duro, specialmente per un fiero come lui, dover
riconoscere il proprio declino”.
Luglio 1943. “L’ultimo giorno
al Rifugio Agostini è venuta su tutta la compagnia
dei trentini. Solita cordialità e affiatamento. C’era anche (Marino) Stenico, che non conoscevo ancora. Un ragazzo serio, di
poche parole, e molto a posto. Gli ho indicato parecchie ascensioni da fare e
abbiamo molto parlato di montagna. Al mattino l’ho accompagnato fino
all’attacco dello spigolo dell’Ideale per indicargli la via migliore che
avrebbe potuto seguire. Lasciandolo, mi ha salutato con un “Ciao Ettore” e mi
ha stretto la mano con una cordialità che certo non era quella di due che si eran conosciuti la sera prima.
Ma tra alpinisti l’amicizia è subito solida e sincera come fosse
di lunga data”.
Ottobre 1943. “Quando incontro per via quei pochi ufficiali che si sono
spontaneamente ripresentati (alla chiamata alle armi) per costituire le sparute
file del nuovo esercito repubblicano fascista, provo non solo disprezzo, ma
quasi un senso di ribrezzo per quegli esseri spregevoli traditori e venduti”.
Non poté tornare
Alla fine
del 1943, la tragedia della guerra aveva coinvolto le popolazioni dell’Europa
intera. Ettore Castiglioni aveva fatto da tempo la
sua scelta politica di antifascista. Collaborava in
quel settore della resistenza che si occupò del salvataggio oltre confine di ebrei ed altri perseguitati e condannati a morte dal
regime nazifascista.
Conosceva i
valichi alpini per
Di ritorno
da una missione in territorio svizzero, in un locale del Passo del Maloja, una pattuglia di gendarmi, ai quali il mattino
aveva mostrato un passaporto intestato ad un cittadino svizzero, scoprì la sua
vera identità. Le guardie lo arrestarono e lo trattennero. Per dissuaderlo dal
tentare la fuga, lo privarono degli sci, degli scarponi e dei
calzoni, inoltre lo chiusero in una stanza d’albergo.
Nella notte Castiglioni fuggì ugualmente in pigiama, riparandosi
sommariamente con una coperta e con degli stracci sui piedi per poter calzare i
ramponi. S’incamminò così verso il confine italiano, ma
sorpreso dalla tormenta dopo aver attraversato il Passo del Forno, morì in
terra italiana in Val Muretto nelle Alpi Rètiche.
Era il 12
marzo 1944. Ettore Castiglioni perì, semplicemente,
così. Aveva 36 anni.
Lo trovarono
il 5 giugno, con lo sciogliersi delle nevi. e lo
trasportarono nella Chiesa di Chiareggio.
Del funerale
celebrato a Chiesa Valmalenco, ci resta una foto in
bianco e nero dai contorni sfumati. Vi si scorge un piccolo corteo che avanza
lungo una strada sterrata. Davanti tre ragazzi uno con la
croce, l’altro col secchiello e l’aspersorio. Piove e un grande ombrello
nero ripara il prete che regge in mano il libro delle preghiere. Al suo fianco
cammina un uomo calvo col cappello in mano. Seguono fanciulli
con la candela in mano e poi la bara, portata a spalle da quattro giovani.
Dietro i famigliari e poche donne del paese con lo
scialle in testa.
Così, per l’ultima volta, Ettore Castiglioni percorse una strada di paese alpino.
Animatore indimenticabile
Il 1° luglio 1956 il Gruppo Italiano Scrittori di Montagna
fece murare sulla facciata della Chiesa di Chiareggio
una lapide con la scritta:
Alla memoria di
E T T O R
E C A S T I G L I O N I
1908 - 1944
Dalla morte che la tormenta gli diede,
tra queste montagne
risorse alla più vera
vita nel nome d’Iddio
della libertà e
dell’amore
che inseguiva
anelando fra le altezze
in un’armonia di
azione e di fede
che solo agli eletti
è dato possedere.
Il G. I. S. M.
gruppo di letteratura
arte e cultura alpina
che lo ebbe animatore
indimenticabile
perché la traccia da lui
segnata
per le conquiste
dello spirito
sia a tutti indicata
nel suo nome
pose
Bivacco Castiglioni
Il Gruppo
degli Accademici trentini per ricordarlo con un’opera di concreta solidarietà
alpina, ha offerto la struttura di un bivacco da installare sulla vetta del Crozzòn.
Il custode
del rifugio alla Tosa Celestino Donini,
portatore, con l’aiuto dei figli Fortunato e Gioacchino, guide, e di Giovanni Bisoffi, portatore, dal 24 settembre al 18 ottobre 1966,
hanno trasferito a spalla e con l’aiuto di piccoli tronchi di teleferini azionati a mano, le parti della struttura dal
piazzale del rifugio alla vetta della Tosa prima, e poi alla vetta principale
del Crozzòn. Fu un’impresa memorabile di ardimento e di tecnica.
Il “Bivacco Castiglioni” nel corso
di quasi trent’anni ha già salvato numerose vite di alpinisti.
Alpinista di cultura
Fu un
alpinista che amò la cultura.
Un esploratore instancabile, che in vent’anni
di carriera aprì oltre duecento vie nuove e che visitò tutti i principali
massicci delle Alpi.
Un entusiasta che fece dell’arrampicata tutta privata una
ragione di vita. Un generoso che seppe scegliere i compagni giusti e che
legò il proprio nome a imprese memorabili.
Un modello credibile che non praticò l’arrampicata per lo
svago o per la competizione sportiva come antidoto alla noia della routine
cittadina.
Bruciò di
una tensione incessante verso il compimento di un ideale estetico, sublimato
nell’estasi dell’armonia e della pace che ricercava e ritrovava sulle crode.
Arrampicava
nella ricerca incessante della gestualità atletica, della via esteticamente
tracciata e dell’appagamento della volontà di affermazione
verso un intenso rapporto con i compagni di cordata ideali: Celso Gilberti, Bruno Detassis,
Giovanbattista Vinatzer, Gino Pisoni
e infine il nipote Saverio Tutino.
Partecipò nel 1937 ad una spedizione alle Ande Patagoniche per un tentativo di salita alla vetta inaccessa
del Fitz Roy.
Linee pure di spigoli e pilastri
Intellettuale
di buona famiglia, aveva studiato le lingue. Ben cinque ne conosceva e ciò gli
consentiva di estendere il campo delle letture e degli studi. Grande
appassionato di musica, gli si era presentata come una necessità, così l’arte.
Queste espressioni lo raggiungevano là dove si arrestano
tutti gli altri linguaggi. Ed è perciò che in
montagna fu un esteta che subì forte il richiamo delle linee pure degli
spigoli, dei campanili, dei pilastri e delle torri, che salgono dritti verso il
cielo.
Sue sono le
vie lungo gli spigoli della Cima Sella e della Torre di Brenta, lungo il
Pulpito del Quadrifoglio, le Torri di Babele, Conegliano
e Gilberti,
Per oltre un ventennio, ha arricchito con descrizioni,
relazioni, resoconti e schizzi le pagine intere della pubblicistica di montagna
del suo tempo.
Pubblicista impareggiabile
Uomo
d’azione, alternò a lunghe campagne alpinistiche, periodi nei quali si ritirava
nella sua casa di Milano in via del Vivaio o nella villa di famiglia a Tregnago (a
Magistrali e
precise sono le guide: Pale di San Martino - Gruppo del Ferùc
- Alpi Feltrine (1935), Odle-Sella-Marmolada (1937) e le postume Dolomiti di
Brenta (1949) e Alpi Carniche (1954).
Fu innovatore perché in esse vi
infuse: prosa telegrafica, raffinatezza nel linguaggio descrittivo, precisione
dei termini, studiata fraseologia alpinistica, severa valutazione delle
difficoltà di scalata verificata di persona. Per ciò subito gli fu riconosciuto
unanimemente il carisma del pubblicista e dell’interprete istituzionale
dell’alpinismo del suo tempo. Infatti
le sue guide rimasero insuperate e fecero scuola.
Estratti
Dalla “Guida
dei Monti d’Italia DOLOMITI DI BRENTA” del CAI-TCI-
del 1949, traggo alcune descrizioni esemplari per raffinatezza descrittiva.
Cima d'Ambiez. Elegante cima rocciosa che si eleva alla testata
della Val d’Ambièz con una stupenda muraglia
verticale, di impressionante compattezza e regolarità.
La cima è costituita da una lunga cresta diretta da nord a sud, con una
curvatura regolare, come il profilo di una cupola. Sul lato orientale essa
forma una larga e ripida parete che fiancheggia
Dos di Dalun. Grandioso massiccio che
si eleva con forma di alta cupola. L’estrema punta
orientale è chiamata Piccolo Dos di Dalun, mentre la
punta di mezzo, a guida di grosso torrione, è stata
battezzata Torrione Adriano Dallago. Le grandiose
pareti del lato N offrono ardue arrampicate di notevole interesse.
Crozzon di Brenta. Colossale pilastro roccioso che si
stacca verso nord dalla Cima Tosa, dominando con
sovrana imponenza tutta
I due
fianchi del gigantesco pilastro sono costituiti da due vaste ed alte pareti, le
maggiori che si abbiano in Brenta, rivolte una alla
Val Brenta alta, in versante nordest, l’altra alla vedretta dei Camosci in
versante ovest.
Esse
convergono ad angolo acuto a formare il celebre spigolo nord, che s’impenna
affilato per oltre
Cima Tosa. Colossale massiccio roccioso che si
eleva nel cuore del Gruppo di Brenta, tra l’enorme conca della Pozza di
Tramontana o Pozza Tremenda e le testate dalla Val d’Ambièz,
del Vallone dei Camosci e della Val Brenta. Il suo aspetto è assai
movimentato e varia molto da un versante all’altro, ma è sempre imponente per
le proporzioni grandiose delle sue ripidissime pareti, dei suoi
arditi roccioni e dei suoi canaloni ghiacciati.
Caratteristico
il cupolotto nevoso con cui culmina questo immane blocco di pietra. Il versante E si presenta
con due grossi torrioni giallastri, un ampio canalone centrale e una sottile
crestina frastagliata, che collega
Il più
imponente però è il versante nord, costituito da una vasta e complessa parete,
che si eleva quasi verticale per oltre
La parete
stessa è formata da due facce convergenti ad angolo retto: più ampia e
movimentata la faccia nordest; più stretta, compatta e biancastra la faccia
nordovest. Sullo spigolo formato dalle due facce si stacca un grosso e ardito
torrione, chiamato Torre Gilberti, che si stacca
dominando tutta l’alta Val Brenta.
Cima Regina
Margherita. Elegante cima rocciosa, che si eleva isolata tra
Croz del Rifugio. Piccola ed elegante cima
rocciosa, che si eleva immediatamente ad est della Sella del Rifugio, donde il
suo nome. É costituito da una cresta assai sottile e frastagliata, che
ha inizio con un enorme strapiombo giallo rivolto al rifugio Tosa
e che culmina con tre campanili. La bella roccia, salda ed articolata e
l’immediata vicinanza ai rifugi, hanno fatto del Croz, la palestra favorita degli arrampicatori, che hanno
modo di esercitarsi, sulla parete nord, in brevi scalate di ogni difficoltà.
Brenta Alta.
Colossale massiccio roccioso che si eleva immediatamente a nord
della Bocca di Brenta, facendo riscontro, con ben maggiori proporzioni, alla
vicina Brenta Bassa. Da ogni versante ha un aspetto imponente, ma pure per l’armonia delle sue grandiose linee.
Il lato sud,
rivolto al rifugio Pedrotti si presenta con tre alti
gradoni, separati da larghe terrazze detritiche, dove si sviluppa la via
normale.
Il lato
ovest precipita sopra la testata della Val Brenta con un’altra parete solcata
da canali. Particolarmente attraente riesce la scalata dell’affilato spigolo
sud, che si erge quasi verticale sopra
Il lato
nordest infine domina
Campanile
Basso. Superbo monolito di incomparabile arditezza,
che si eleva slanciato e possente tra
Due profondi
intagli,
Solo sul
lato ovest sporge un grosso Spallone quasi
orizzontale, che strapiomba con un salto di
All’altezza
dello Spallone, una larga cengia detritica, nota come stradone provinciale, circonda il campanile da tre
lati estnordovest, unica interruzione nella
verticalità dei suoi profili.
La vetta è
spaziosa, spianata come un terrazzo e ingombra di blocchi. La roccia è in genere ottima su tutti gli itinerari classici. Nonostante la sua apparente inaccessibilità, è stato scalato
da tutti i lati, per tutte le vie ritenute logiche (il 4 agosto 1940 la vetta è
stata raggiunta dalla millesima cordata).
Campanile
Alto. Superbo e ardito campanile, che si eleva isolato sulla
Catena degli Sfulmini a nord del Campanile Basso, fra
É una delle
cime più ardite ed eleganti del Gruppo di Brenta e la sua scalata è tra le più
attraenti e remunerative. La via normale è facile, ma tutt’altro che banale. La
parete sud offre un’arrampicata brillante e consigliata. Stupendo ed
impressionante il panorama dalla vetta.
Gli Sfulmini. Sono quattro grossi e arditi gendarmi rocciosi,
che si elevano sopra un unico zoccolo tra il Campanile Alto e
Bimbo di
Monaco. Esile e curioso monolito che sorge isolato tra i
detriti, a sudovest della Torre Prati. La conformazione eccezionalmente
slanciata e strapiombante da ogni lato ne fa, nonostante le sue esigue
proporzioni, una delle più caratteristiche guglie delle Dolomiti. I primi
salitori battezzarono la vergine guglia col simbolo della città natale di uno di loro (Hans Steger).
Torre di
Brenta. Superba ed elegantissima cima, che si eleva con forma
di ciclopica torre culminante a pala, fra
Il lato nord
è movimentato da numerosi e profondi camini e da altrettante quinte rocciose
assai sporgenti, che danno alla torre l’aspetto do un
grandioso colonnato. L’importanza della cima il suo
aspetto imponente, l’ottima qualità della roccia e le svariate possibilità di
arrampicate divertenti e più o meno difficili che essa offre, fanno della Torre
una delle vette più attraenti del Gruppo di Brenta.
I Gemelli.
Sono due piccoli ma arditi torrioni separati da una
gran spaccatura, situati all’estremità occidentale della dorsale che si stacca
verso nordovest dalla Cima Molveno. Grazie alla loro
vicinanza ai rifugi Alimonta e ai Brentèi
e all’ottima roccia, sono frequentati come palestra di arrampicata.
Cima Brenta.
Grandioso e complesso massiccio roccioso e ghiacciato che si
eleva all’estremità nord della Catena centrale, a sud della Bocca del Tuckett. É per altezza la seconda cima del Gruppo di
Brenta e anche il massiccio più imponente dopo quello
della Tosa e del Crozzòn. Il lato est è formato da
un’unica vasta e formidabile parete giallastra, che domina la
testata della Val Perse.
Il lato sud
è formato da una possente bastionata che si sviluppa da est verso nordovest;
una lunga cresta, alpinisticamente importante, si
estende per quasi
Punte di Campiglio. Sono le ultime due elevazioni occidentali di
quella grande bastionata che, staccandosi verso ovest
dalla Cima Brenta, fiancheggia in tutta la sua lunghezza il Vallone dei Brentèi. L’interesse alpinistico delle due cime è nei vari itinerari delle pareti sud.
Castelletto
Inferiore. Elegante cimetta rocciosa, che si eleva
con ripida parete alle spalle del rifugio
Tuckett. Una lunga e sottile cresta frastagliata lo
collega verso est al massiccio del Castelletto di Vallesinella.
Date le sue proporzioni esigue non può certo vantare una grande importanza, se
non vi fosse l’eleganza delle sue forme e la bella
roccia solida e articolata che ammette infinite possibilità di arrampicate,
divertenti e più o meno difficili, nelle immediate vicinanze del rifugio.
Corna Rossa.
Il bordo occidentale dell’altopiano del Grostè, a
sudovest del passo omonimo, precipita verso la testata della Vallesinella con una fascia di pareti verticali incise da
canali, nota col nome di Corna Rossa.
Essa si
presenta con otto torrioni di altezza compresa fra i
150 e
Croz Dell'Altissimo. É la cima più alta di
quel piccolo sottogruppo che sorge tra
Ha due cime, nordovest e sudest, la prima è la più alta, la
seconda ha la croce, che formano due colossali pilastri rocciosi, separati da
una gola a forma di diedro. All’imponenza della parete sudovest fa contrasto
l’aspetto del versante est, a bassi gradini e ripidi pendii erbosi e con mughi.
L’interesse alpinistico e la celebrità del Croz sono però dovuti
esclusivamente alla sua grande parete, i cui vari itinerari d’ascensione, tutti
di grande difficoltà, sono fra i più grandiosi ed impegnativi del Gruppo di
Brenta.
Elenco delle trentatre
prime ascensioni
di Ettore Castiglioni
nel Gruppo di Brenta.
1928
21.7.1928 Spallone dei Massodi,
camino S.
Silvio Agostini, E.C., Giorgio Kahn, III gr.
30.7.1928 Cima di Molveno, la parete E.
E.C., Giorgio Kahn, III gr.
31.7.1928 Cima Brenta, canalone S.
E.C., da solo, III gr.
1933
17.7.1933 Cima delle Fontane Fredde, parete N-NE,
via diretta. E.C., Enrico
Giordani, V gr.
22.7.1933 Punta Iolanda, lungo lo spigolo SE.
E.C., Marcello Friederichsen,
IV gr.
24.7.1933 Dos di Dalun, parete N.
E.C., Bruno Detassis, V gr.
1.8.1933 Cima Tosa, parete S-SO.
E.C., Bruno Detassis, IV gr.
2.8.1933 Crozzòn di Brenta, parete O. E.C., Bruno Detassis, IV gr.
4.8.1933 Cima Tosa, parete NE, via diretta.
E.C., Bruno Detassis, IV-V gr.
4.8.1933 Torre Gilberti, 1a asc.assoluta.
E.C.,Bruno Detassis, IV-V gr.
8.8.1933 Campanili di Fracingli, 1a asc. ass.
e traversata dei due maggiori.
E.C., G. Kahn, III gr.
10.8.1933 Torre Jandl, parete S.
E. e Manlio Castiglioni, Pero Stenico,
III gr.
1934
6.9.1934 Cima Ceda occidentale, parete SSO in salita,
IV, in discesa versante O, III gr.
E.C., Vitale Bramani, Gabriele Boccalatte.
1942
27.6.1942 Dos Dalun, cresta E.
E.C., Guido Leonardi, Gino Pisoni, III-V gr.
29.6.1942 Cima di Pratofiorito, cima N parete E.
E.C., Guido Leonardi, Gino Pisoni, IV gr.
7.7.1942 Cima d’Ambiez, diedro NE.
E.C., Guido Leonardi, III gr.
8.7.1942 Le Tose, salita parete E, discesa cresta N.
E.C., Guido Leonardi, III gr.
9.7.1942 Cima di Pratofiorito, parete4 NE in discesa.
E.C., Guido Leonardi,II gr.
9.7.1942 Cima d’Agola, cresta da S-N.
E.C., Guido Leonardi, III gr.
9.7.1942 Due Denti, parete E.
E.C., Guido Leonardi, III gr.
10.7.1942 Cima Brenta, cima N, parete S.
E.C., Vitale Bramani, III gr.
21.7.1942 Cima Baratieri, spigolo SE.
E.C., Guido Leonardi, L. Pedrolli, III gr.
21.7.1942 Punta Iolanda, cresta N.
E.C., Guido Leonardi, L. Pedrolli, III gr.
21.7.1942 Spallone dei Massodi,
parete NE in salita, NO in discesa.
E.C., Guido Leonardi, L. Pedrolli, III gr.
26.7.1942 Cima Brenta, spigolo S.
E.C., Guido Leonardi, Gino Pisoni, III gr.
27.7.1942 Torre di Brenta, spigolo E.
E.C., Gino Pisoni, IV gr.
5.8.1942 Cima degli Armi, parete NNE.
E.C., M. Delle Piane, II gr.
6.8.1942 Cima Ceda orientale, parete SO in discesa.
E.C. da solo, I gr.
7.8.1942 Cima Sella, spigolo SE.
E.C., M. Delle Piane, IV gr.
11.8.1942 Cima degli Armi bassa, versante NE.
E.C., R. Barzaghi,
IV gr.
11.8.1942 Torre di Brenta, parete N.
E.C., R. Barzaghi,
IV gr.
25.9.1942 Cima d’Agola, parete E.
E.C., L.
Nicolini, III-IV gr.
1943
24.6.1943 Le Tose, cresta N.
E.C., R. Barzaghi, III gr.
Proprio la sua generosità, che lo portò nel corso del
tragico