ETTORE CASTIGLIONI

www.paretiverticali.it

Copyright © 2001-'2012 Pareti Verticali

«E insieme alla musica è tornato anche il sole. Un sole tiepido da primavera, un'aria leggera e trasparente, un vento crudo e vivificante come una brezza montana. Lo aspiravo a pieni polmoni, a grandi sorsate, come per bere quell'aria dei monti, per ritrovarmi, per ritrovare tutta la mia energia, il mio spirito d'iniziativa, la mia volontà d'azione, il più vero me stesso.»

 

Tratto dal sito: http://www.rendena.it/rendena/rendena1.htm


 

Ettore Castiglioni era figlio di una ricca famiglia milanese, amava viaggiare per cultura: visitava musei, mostre, gallerie, assisteva a concerti. Era laureato in legge, anche se non amava quel mondo; era stato a Londra, ma non amava neppure quella realtà. Suonava il pianoforte spesso, anche nel suo appartamento vuoto: immagine di tregenda di uomo che suona, solo, nella sua stanza vuota, ingombra di vetri esplosi e fogli in disordine, fuori la pioggia battente su una Milano sventrata dai bombardamenti e terrorizzata.
La passione per la montagna in lui rientrava in uno spirito romantico, rispettosamente amante della natura e delle forme che essa sa dare alla bellezza. L'estetica fu motivo costante di ricerca, filo conduttore di un'intera vita dedicata a ciò che dava sollievo e piacere allo spirito. Paradossalmente quando lo trovarono, dopo tre mesi, morto di freddo al Passo del Forno, portava un paio di ramponi sui piedi nudi e una coperta cinta intorno alle gambe anch'esse nude, in un quadro di grottesca bellezza, forse non scevra d'ironia.
Vediamo di intenderci meglio, procedendo a ritroso. Ettore Castiglioni era sfuggito alla Svizzera che lo voleva tradurre in carcere: si trattò, forse, di circostanze sospette, di una misteriosa valigia contenente documenti segreti, che Castiglioni aveva portato in Svizzera insieme ad una famiglia di profughi, una delle tante che cercavano salvezza oltre confine in quegl'anni di persecuzioni (fra tutti, è notevole, passò con Castiglioni pure Einaudi). Per questo motivo, pare, Ettore Castiglioni fu arrestato al confine e scese in Svizzera, solo. Ancora lo immagino, evocato dalle parole di Ferrari, a elaborare la fuga – la fuga giusta e necessaria.
Nella stanzetta in cui era stato richiuso tutto si fa chiaro, la decisione infine è presa. Il rischio è alto ma esaltante, la possibilità della morte occhieggia affacciandosi in ogni pensiero; la tensione, la decisione, poi la liberatoria corsa nel buio. Come si deve sentire un uomo che ha coltivato l'idea di libertà per una vita, che ne ha fatto un segno tangibile con l'antifascismo, come si deve sentire un uomo siffatto quando si trova a correre di notte, consapevole del rischio eppure ebbro - e non userei nessun altro aggettivo - ebbro di aria fredda e corse coi piedi fasciati di stracci. Correva per tornare dagli amici al Berrio, la baita che sopravviveva ai rastrellamenti da mesi, e forse già si immaginava il ritorno, il calore. Un'esaltazione simile forse può appartenere solo a un uomo di cultura, che senta nella natura quel mondo dannunziano e grandioso: stava sfuggendo in esso, dall'uomo. Come si deve essere sentito poi quando il gelo gli ha morso le carni e la vita ha preso a scorrere via, questo è qualcosa che non è dato sapere. Ma rileggendo i suoi diari viene da dirsi che sta bene così, e la vita per un uomo del genere non poteva riservare forse fine più amorevole, più materna. Consegnato alla storia delle montagne non per le mere gesta alpinistiche, sempre superate ad ogni epoca, ma per la sensibilità e i pensieri – destinati a restare, foss'anche solo in chi tra le pietre del Berrio in Valpelline ci va per cercare, ad oggi, vaga traccia di lui.

Ettore Castiglioni fu alpinista, tra i fortissimi dell'epoca cui appartenne (quella di Detassis, Gervasutti, Cassin giusto per intenderci); compilatore d'eccezione di guide ricordate per le valutazioni severissime, appassionato delle Dolomiti ma completo anche sul granito (salì la Nord del Greuvetta con Boccalatte, nel 1937), estimatore dell'estetica della libera sul V grado ma forte sestogradista, nonché scialpinista solitario e preparato. Al di fuori dell'ambito strettamente alpinistico fu anche avvocato (ma non praticò mai), musicista, raffinato cultore di tutto ciò che appartenne – e appartiene anche oggi – ad un gusto romantico di cultura estetica. Castiglioni fu un uomo intero, oltreché alpinista. Diversamente da coloro che, escluse le gesta alpinistiche, non hanno lasciato alcunché, egli ha lasciato un'ombra netta dietro di sé. Non ha conquistato il successo di Comici o di Gervasutti, né la fama di d'Annunzio o Debussy: le sue tracce vanno ricercate, recuperate dalla polvere in cui sono finite, sparse nella storia, nella musica, nella letteratura.

http: //www.intraisass.it/recstor3.htm  
Marco Bellini,    Vercelli, ottobre 2002

Tutti i gruppi Dolomitici per qualche versante furono saliti da Ettore Castiglioni:

Alle Pale di San Martino,Ettore Castiglioni, il rapporto che ebbe con queste motagne fu segnato da una fervente attività, infatti nell’estate del ’34 realizzerà ben trenta nuove vie nel gruppo, in prospettiva della guida alpinistica delle Pale commissionatagli dal Touring Club. Per Castiglioni sarà una stagione unica, quella della piena maturità alpinistica, con il raggiungimento del VI grado sullo spigolo sud-est del Sass Maór.

 

Marmolada; il personaggio altrettanto rappresentativo Ettore Castiglioni, proprio della Marmolada fu profondo conoscitore ed esploratore. Non a caso la sua storica guida della serie “Monti d’Italia” edita dal CAI / Touring Club “Odle-Sella-Marmolada”, benché edita nel 1937, rimane a tutt’oggi, pur attraverso ristampe e aggiornamenti, il punto di riferimento assoluto.
Oltre che protagonista di imprese al limite dell’umano (una per tutte l’ascesa del Piz Serauta, estremità orientale della Marmolada, un pilastro alto 700 metri su roccia poverissima di appigli), Castiglioni fu anche uomo a tutto tondo, mai allineato al regime e attento alle problematiche del suo tempo (oggi useremmo il termine “impegnato”)..
          

 

 

Bon dì

“I pidirtìc, i bürùn, li grataröli, i piç, i gaç, i bosc di pin e di laras, di bödul e di , la mandrèla, ‘l bàit dal lat, i stablu, la casìna, i stalùn, i büsc, li bòri, li baiti dai burèr, i camp arè, ‘l quàdru da ‘l fin, 'l tablà, la stala e li ciòti da li vachi, la flüa da ‘l òrt, ‘l raòft da ‘l formai, la bùt da ‘l vìn pìciul, ‘l pulinèr da li galini, ‘l gabiòt dai cüniç, la parzìf da li vachi, 'l brögn da ‘l purcèl, la córt” emanano ovunque nella valle antichi odori alpestri.

La vita paesana cantata sulle note del pentagramma dell’idioma locale diffonde continui richiami alle gioie della nascita, ai giochi dei fanciulli, ai turbamenti

dei giovani, agli amori maturi, alletribolazioni del lavoro, ai malanni della vecchiaia, alle lacrime della morte.

“Pin pinzöl ravazöl còta bianca men zinquànta, men ün, men , men trì, men quàtru, men zìnc, men sé, men sèt, men òt, ò magnà ‘l pan biscòt, ca ‘l sìva tant di bòn, téra mulöta e safta muntùn” è la cantilena facile per insegnare alla “criatöra” la lingua familiare e agli adulti per non dimenticare il patrimonio di una cultura linguistica non ancora estinta.

A Zernez, centrovalle dell’Engadina nel Cantone Grigioni e sede del Parc Naziunal Svizzer, quando alle prime luci di un mattino di giugno andammo a fare colazione dal Furnèr e ci salutarono col “Bon dì” e noi rispondemmo “Bon dì”, capimmo quanto là il turismo è supportato dal rispetto dell’idioma locale.

Con un po' della parlata ledrense e della Val di Fassa ci capimmo nella rincorsa continua di chi era più bravo a parlare e a capire. Altrettanto ci accadde quando nell’alta Alp Trupchùn dialogammo col Guardiaparco per ore di camosci, di stambecchi, di marmotte e di cervi.

Turismo, dunque, può essere anche rispetto reciproco delle diversità dei percorsi sociali e culturali dei residenti e degli ospiti, nell’apprezzamento di valori comuni diffusi nell’arco alpino, che si compenetrano nella gioia di capirsi e di stimarsi.

Rendena saluta con cordialità e deferenza il Turista che soggiorna nella Valle e che approfitta per accaparrarsi scampoli di un vissuto emotivo, a contatto con la cordialità della gente, e di un’esperienza rilassante, nel grembo di una natura e di un ambiente montano incomparabili.

Rendena ha inteso promuovere e valorizzare una ricerca storica specifica, che ha il pregio di raccontare e ricordare Colui che, scomparso in anni e circostanze tragici, ha lasciato alle Dolomiti di Brenta un patrimonio di vie e di cultura alpinistiche eccezionali.

Rendena si onora di presentare agli Alpinisti questo primo numero, sabato 30 luglio 1994 sul terrazzo del Rifugio ai Brentèi, gestore Claudio Detassis.

Tione, luglio 1994

Piergiorgio Motter - editore Memorial Ettore Castiglioni

Rendena uno

Editrice Rendena Tione - Luglio 1994

Val Malenco 12 marzo 1944

Tregnago 22 settembre 1994

Omaggio in anteprima Rifugio Maria e Alberto

ai Brentèi Dolomiti di Brenta - sabato 30 luglio 1994

“Cento volte signore”

di Giuseppe Leonardi

Testimonianze di un alpinista che amava la cultura

“Cento volte signore”

di Giuseppe Leonardi

“Ci sono i ricchi, i poveri e i signori, lui era un signore”.

Così Bruno Detassis si esprime con un aforisma rendendo ad Ettore Castiglioni, compagno di cordata, un omaggio postumo, riportato da Marco Ferrari nella introduzione dei suoi diari “Il Giorno delle Mèsules”.

Quella di Bruno può essere un’epigrafe espressa con le ginocchia delle mente inchine, tanta fu la stima espressa in vita e mantenuta dopo la sua morte.

Bruno è un illeterato per non aver potuto frequentare le scuole elementari, allora chiamate popolari. Nel 1915 la sua famiglia, che abitava a Trento, fu coinvolta nell’esodo drammatico seguito all’ordine di evacuazione emanato con decreto Regio Imperiale allo scoppio della Grande Guerra. La famiglia Detassis assieme a migliaia di altre, fu costretta all’esilio in Boemia quando lui aveva cinque anni.

Ritornato a Trento, a guerra finita e a nove anni, frequentò corsi di recupero serali perché cominciò subito a lavorare come garzone, guadagnando per i bisogni della famiglia.

Successivamente, negli anni della maturazione della professione di portatore prima e di guida alpina poi e a contatto con compagni di cordata acculturati, acquisì esperienze e saggezze tali da consentirgli di esprimersi in conformità a norme di comportamento professionale ed a scheggioni di verità vissute, maturati interiormente nei lunghi silenzi della sua lunga vita a contatto diretto con la montagna.

Ma rimase comunque un illeterato al punto che ad Alessandro Gogna confidò: “mi dispiace di non aver scritto quello che provavo in montagna, ma scrivere è difficile, ostia”.

L’angioletto

Del rapporto Castiglioni-Detassis, nulla Bruno ha lasciato di scritto e poco di narrato: solamente frammenti di ricordi disuniti di accorato ricordo di un grande compagno di corda e di crode.

Mi bastano due aneddoti che Bruno mi ha raccontato anni fa.

“Di ritorno da certe vie difficili, dicevo - Ettore anche oggi abbiamo avuto l’angioletto -. Lui sapeva che io intendevo san Bernardo da Mentòne, il patrono degli alpinisti. Più tardi passavamo dalla Val Gardena. Ettore entrò nella bottega di uno scultore e comprò una statua di San Bernardo da Mentòne, che mi regalò e che io ho sempre custodito con rispetto, perché è il bel ricordo di un Amico”.

Bruno inoltre volle raffigurato il Santo con un affresco sulla facciata est della casa di Madonna di Campiglio.

Il 27 giugno 1935 di ritorno dalla prima salita lungo la parete nord del Campanile Basso Mesdì nel Gruppo del Sella (dal 12 giugno al 17 luglio aprirono 13 vie nuove) Ettore e Bruno decisero di cenare e pernottare al Rifugio Valentini al Passo Sella, allora gestito dal proprietario Cipriano Valentini di Campitello di Fassa.

Alla vista dei due alpinisti con in dosso le braghe ed il corpetto di cuoio (erano in voga in Tirolo ed a procurarli era stato Vitale Bramani) e carichi di zaini enormi, il Gestore li scambiò per vagabondi squattrinati. Ma ecco il racconto di Bruno.

“Per il mangiare entrate nel rifugio, per il dormire - ci disse - qua è tutto occupato, potete riposarvi nella baracca sui pagliericci. Dopo cena ci ha chiesto i documenti ed allora ci ha detto se poteva offrirci una camera. Abbiamo dormito nei letti con su i piumini”.

Nessun capocordata

Nanni Villani nell’estate del 1987 inviato della rivista ALP, tentò di intrappolare il re del Brenta, seduto davanti al suo rifugio, con domande maliziose sul rapporto di cordata con Ettore Castiglioni, ma ebbe una risposta lapidaria: “non c’era nessun capocordata, si andava avanti alternativamente, un po’ io e un po’ lui, senza problemi”. Villani aggiunse che Bruno poi tacque ed accese la pipa.

Signore

Ma perché allora quella confidenza a Marco Ferrari “era un signore” riferita sicuramente alla cultura ed ai comportamenti e niente alla figura dell’arrampicatore, di cui ne aveva sperimentato personalmente la grandezza?

Ho chiesto a Bruno una spiegazione e lui, allargando le braccia e con le mani alzate, mi ha dato la sua risposta, candida e disarmante: “quel signore è la radice di una pianta”.

Pertanto ora spetta a me di forzarmi per vestire la risposta di concetti tali da renderla intelligibile a chi di Ettore e di Bruno poco sa.

La signorilità, secondo me, è ciò che ha più impressionato Bruno, ossia la qualità e lo spessore del rapporto umano coi compagni di cordata. Questo aspetto più saliente della caratura dell’accademico, Bruno non lo desunse dalla ampia pubblicistica di Castiglioni, che non lesse, ma dal contatto diretto, dal vissuto emotivo, sperimentato in giornate intere trascorse andando ad arrampicare per crode. Così quanto Bruno sostiene, è l’espressione di un sentimento riconoscente e di fedeltà all’immagine di un compagno autentico. E nessuno dei tanti altri compagni di Castiglioni si è espresso come Bruno, nessuno con una parola ne ha additato la sintesi caratteriale.

Ettore Castiglioni, invece, nei suoi diari ha sparso a piene righe una lunga testimonianza sincera, come nessun altro fece, sull’intreccio di affetti, sentimenti, valutazioni e contrasti che lo legarono ai compagni di cordata. La validità delle impressioni narrate dei profili tracciati, delle amarezze confessate, delle delusioni subite, sono stati poi compenetrati nella storia dell’alpinismo degli anni trenta.

I diari accompagnarono la vita del personaggio Castiglioni. Proprio per la loro caratteristica di custodi del particolare, o dell’apparente inessenziale, che accaddero in circostanze irripetibili, essi, restituiscono al lettore appassionato, preziosi avvenimenti alpinistici rimasti per decenni segreti.

Nell’arco di quindic’anni, i diari disegnano aneliti ambiziosi, evidenziano presupposti intellettuali, additano, da autentico professionista, percorsi alpinistici nell’evoluzione della tecnica di arrampicata e nell’affermazione del VI° Grado. Suggeriscono convinzioni etiche, filosofiche e politiche (altroché in montagna non si fa politica), anticipano possibili sconvolgimenti sociali, pur tra contraddizioni inevitabili in anni di vicende politiche inarrestabili, che la storia ora ci costringe ad acettare.

Così il grado di immediatezza e sincerità con cui li scrisse, sa mantenere vive le emozioni, a cinquant’anni di distanza.

Senza queste confidenze tormentate, segrete ed intime molto si sarebbe perduto della sua personalità, ma pure della considerazione che egli ebbe nei confronti di innumerevoli compagni di arrampicata.

Fondamentale diventa allora la lettura de “Il Giorno delle Mèsules, diari di un alpinista antifascista”, pubblicati nella collana I Licheni delle Edizioni L’Arciere, Vivalda Editori di Torino. In essi domina il carisma del “signore” di Bruno Detassis, tante sono le testimonianze straordinarie di un costume e di un ordine sociale, che non sono più.

Testimonianze

Quelle da me scelte sono state lasciate in ordine cronologico come appaiono dalla lettura dei diari. Ho aggiunti nomi o cognomi dei compagni per una individuazione precisa ed alcune micro notizie a maggiore chiarezza del testo, in ordine ai fatti storici.

Maggio 1931. “Ho conosciuto Camillo Battisti; franco limpido, aperto come tutti i Trentini, ma con una mentalità vasta, un’intelligenza acuta e una generosità innata e spontanea. Conoscendo lui , mi pare di comprendere meglio, e vedere ancora più in alto, il sublime sacrificio di suo padre (Cesare). Ma Camillo non vuole si ricordi che è figlio di suo padre; si fa amare per se stesso, per le sue doti, che sono molto vicine a quelle di suo padre. Come arrampicatore è principiante, con poca tecnica, nessun allenamento, scarsa resistenza: ma moralmente è il compagno di cordata ideale, e per questo lo vorrei avere con me nelle mie conquiste più aspre. Esempio raro di purezza morale”.

Marzo 1932. “L’amicizia di Vitale (Bramani) e Celso (Gilberti) è il maggior bene ch’io abbia oggi. Che cosa posso offrire io a loro? Nulla. Questa è vera amicizia e il loro affetto profondo tutto generosità, bontà e solidarietà, è commovente. É quell’amicizia che solo in montagna si può creare”.

Giugno 1933. “Celso, perché io non ero con te! Sì, perché non ero con te! Questo è stato il primo grido spontaneo, quando ho saputo (della caduta mortale sulla parete est della Paganella). S’io fossi stato con lui non sarebbe successo nulla: ne avevo una convinzione istintiva, prima ancor di sapere come era avvenuta la sciagura. Ma quando, a Terlago, mi sono visto passare davanti quel furgone nero e mi sono detto “li dentro è Celso”, un brivido di terrore mi ha percorso il corpo. Ai funerali ho afferrato la bara per portarla e la difendevo ringhiando contro chiunque volesse prendere il mio posto, quasi volessi stringermi disperatamente a lui. Fino al cimitero eravamo ancora assieme, uniti: il senso del distacco l’ho provato allontanandomi dalla sua tomba, dove lui era rinchiuso per sempre. Allora finalmente ho potuto piangere. Celso fino all’ultimo mi è stato amico, anche morendo mi ha fatto il dono più prezioso, il dono del pianto”.

Agosto 1933. “La montagna con la sua calma e la sua solitudine mi ha dato dapprima l’equilibrio, poi mi ha dato in Bruno Detassis l’amico che ha guidato i primi passi incerti verso la conquista, e il compagno di cordata ideale di tutte le vittorie più belle.

Sulla Torre Gilberti mi sono un allontanato da Bruno: qui l’amico mi era divenuto poco più che il portatore delle scarpe, che io mi trascinavo dietro necessariamente nella mia conquista; salivo come se fossi stato tutto solo, con l’animo proteso verso la cima di quella Torre, che già in cuor mio avevo battezzato, come se lassù avessi dovuto raggiungere e ritrovare l’amico perduto. Bruno mi perdonerà se questa volta ho dimenticato la corda che mi univa a lui, per sentirmi avvinto da quella che tante volte mi aveva legato a Celso”.

Agosto 1933. “Soprattutto mi ha fatto bene durante tutto questo periodo l’affratellamento con Bruno Detassis, la sua forza morale, la sua sicurezza, la sua rude e schietta sincerità, il suo affetto e la sua sensibilità, inespressi, ma sempre percepibili. Sulla croda, come al rifugio, dopo la scomparsa di Celso, con nessuno mi son trovato così bene come con lui”.

Ottobre 1933. “ Lo spigolo della Torre di Fànis è tutta una successione ininterrotta di strapiombi: io stesso non credevo di poter salire per di là e (Gino) Pisoni lo credeva ancor meno di me. “Castiglioni, prova ancora una volta” e passavo: l’entusiasta candore di un istante traboccante di passione fa bene oggi che anche l’alpinismo è così ingannato da pettegolezzi. Con Pisoni ho rivissuto alcune giornate della vita sana, ingenua, spensierata e purissima del fanciullo: e anch’io mi sentivo tornato fanciullo e giocavamo come due gatti, al sole”.

Dicembre 1933. “L’anno finisce a tutta luce. Una giornata in Bondone con Bruno (Detassis), nell’ambiente di tutta sincerità. Poi qui a sciare con Aldo Pedrotti, nell’ebbrezza di una neve polverosa, fra i boschi incantati, come un paesaggio magico. Il batter pista con la neve così alta è una fatica: nevica spesso, ma che importa?”

Marzo 1934. “Nelle Pale (di San Martino) con Camillo Battisti: anima grande e generosa.

In Brenta con Bruno Detassis: la sua onestà e rettitudine morale, pare in certi momenti un mito di un eroe antico: certo al giorno d’oggi fa stupore. Con questi due compagni io camminavo fra il candore della neve e la luce abbagliante del sole.

A Trento ho trovato in tutti cordialità e stima e una disinteressata sollecitudine ad aiutarmi nel mio lavoro (compilazione della Guida Dolomiti di Brenta): non sono l’arrampicatore, che si può ammirare ma che non suscita simpatia, ma sono lo studioso che trae profitto dalla sua attività alpinistica per valorizzarla con le capacità intellettuali”. Aprile 1934. “Le prime arrampicate sono state quasi offerte a (Bruno) Detassis e alla sua ardente brama di azione, lo seguivo per la fiducia che mi dava la sua corda: arrampicavo con perfetta onestà (cioè senza attaccarmi alla corda), ma forse senza Bruno avrei rimandato ancora più a lungo.

Pur non trovando mai sulla corda il limite alle mie possibilità, tuttavia ancora non avevo piena fiducia in me e sempre arrampicavo con la coscienza di aver dietro di me Bruno con una riserva di illimitate possibilità, e a lui lasciavo le maggiori difficoltà: così sulla Torre del Ferùc, così sul Campanile d’Ostio. Ma frattanto imparavo ad osare. Ecco lo spigolo della Wilma: avevo creduto che una fessura permettesse la salita, ma è solo una riga d’acqua. E allora? “É bella, andiamo” dice Bruno. E saliamo la parete liscia e verticale”.

Agosto 1934. “Partito Bruno per il Brenta, mi trovai quasi solo e sperduto. Con (Silvio) Saglio mi sentivo di nuovo la guida con tutte le sue responsabilità: il rapporto era cambiato, non più amore, ma dovere. É stato solo nella grande anima luminosa di Camillo Battisti, che ho potuto ritrovare la rispondenza morale necessaria alla solidarietà e all’unità della cordata. Ed ecco che quella strada che con Saglio sentivo chiusa, mi si riapre luminosa. Gli strapiombi delle Ziroccole, hanno tutti la loro chiave, nascosta ed imprevedibile: e di nuovo salgo libero, con tutta la cordata per quello spigolo verticale, nel fulgore di un sole radioso, senza piantare un chiodo”.

Ottobre 1934. “Ieri all’inaugurazione del Rifugio Gilberti ci siamo trovati in un numeroso gruppo di amici di lui, saliti lassù per lui. E nel suo rifugio eravamo ancora riuniti intorno a lui. A più di tre anni di distanza dai nostri ultimi incontri, sento che poche cose nella mia vita hanno lasciato una traccia così profonda, luminosa e serena”.

Novembre 1934. “É stato qui (Bruno) Detassis, ma la sua visita non mi ha fatto nessun piacere. Milano non è il luogo dove si possa essergli vicini e questa casa non è il posto dove si possa ospitarlo con semplicità e cordialità. Il vero Bruno lo si riconosce intero solo a contatto con la severità della vita di crode”.

Ottobre 1935. “Sono andato a cercare (Giovanbattista) Vinatzer per tentare con lui la parete (sud della Marmolada). Dopo l’esperienza negativa con (Luigi) Micheluzzi, già ero entusiasta di ritrovare quel giovane di passione così sana, quel giovane che conoscevo appena, ma che fin dal primo momento mi aveva tanto interessato e di potermi unire a lui, di conoscere più intimamente quell’anima limpida, che forse mi potrà essere molto vicino ed amico. Ed ero lieto di potergli offrire la mia impresa più bella, di poter consacrare la nostra amicizia proprio su quella parete”.

Febbraio 1936. “Ho ritrovato (Giovanbattista) Vinatzer. É stata per me la gioia di aver ritrovato un amico, di aver ritrovato un bene che mi era stato strappato e la sera passata con lui, con la sua schietta cordialità mi è parsa tanta luce. É strano ch’io mi senta così vicino questo ragazzo, con cui ho scambiato soltanto occasionalmente delle chiacchiere, e con cui non ho condiviso neppure un’ora di vita. Eppure io mi sento già per lui un affratellamento come per un compagno di cordata e desidero dividere con lui le ore di lotta e di vita di una grande conquista”.

Luglio 1936. “Tornando a Milano, mi son fermato in Gardena: son salito per una giornata in Cisles con (Giovanbattista) Vinatzer e con lui ho ritrovato tanta dolcezza e tanta vita, che guardando le belle crode, già le sentivo vicine. E Battista lo sento sempre più vicino, e sempre più caro: e c’è in lui quella fierezza montanara, quella rettitudine e onestà morale che è in Detassis, ma in lui v’è anche una sensibilità forse non più acuta, ma più aperta ad esprimersi, una maggior levatura mentale e culturale, che rende in lui cosciente e completo ciò che in Bruno è solo spunto incosciente e ingenuo. Quando sul suo tavolo da lavoro, accanto alle sculture fini ed eleganti ho visto libri di Tolstoi e poesie di Goethe, ho ricordato Celso, che nelle solitudini dei rifugi, suonava sull’armonica i tempi di Siegfried. Ed anche il suo sorriso così chiaro, aperto e luminoso, mi ricorda molto quello di Celso. Bruno mi sarà sempre il miglior compagno di corda, ma in Battista spero di aver ritrovato l’amico che avevo perduto sulla Paganella. Ho bisogno di Bruno per l’atto eroico, perché lascia tutta a me la nostra conquista; ma ho bisogno di Battista per salire più in alto, fino all’altezza delle Mèsules”.

Agosto 1936. “Silvio (Agostini): anche lui mi ha lasciato. Non potevo credere a una disgrazia a Silvio. Mi ha stupito, mi ha preso, mi ha serrato. Nella notte pensavo a un’altra notte insonne passata con lui, quando ci parve che (Hans) Steger con la salita della parete Preuss (la est del Campanile Basso) avesse violato il sacrificio di (Pino) Prati e (Luigi) Bianchi. Pensavo all’incanto di altre notti passate con lui sui monti. Silvio, quanto l’ho sentito vicino: è stato il mio primo amico. Se poi lui ebbe ad allontanarsi da me, ciò non conta: per me Silvio, anche lontano, rimaneva sempre quello che è stato negli anni di vicinanza. La notizia mi ossessionava, come un incubo. Accanto a me era Battista (Vinatzer) e mai come in quel momento l’ho sentito così vicino”.

Agosto 1936. “Chi avesse incontrato sul sentiero del Passo Ombretta ad ora già tarda del mattino due alpinisti, uno claudicante (Castiglioni) e munito di un solido bastoncino, l’altro con un aspetto cadaverico (Detassis) per un potente mal di stomaco, non avrebbe certo indovinato che si recavano all’attacco della famosa parete (la sud della Marmolada)”.

Settembre 1936. “(Provo) sdegno contro la sleale condotta di (Gino) Soldà, sdegno contro gli stupidi obblighi che mi hanno condotto tra le vuote chiacchiere e i pettegolezzi (assemblea del CAAI a Torino) proprio nelle giornate più favorevoli all’ascensione, sdegno contro Bruno (Detassis) che con la sua condotta imprevidente è rimasto spossato più ancora di me; rabbia di aver voluto essere fedele a Bruno, mentre con altri sarei quasi certamente riuscito. Onore al merito e al vincitore (via diretta di Punta Penìa, parete sud Marmolada, cordata Gino Soldà-Umberto Conforto). Non è in me la rabbia del vinto, ma il dolore di un sogno svanito durato due anni”.

Settembre 1936. “In Battista (Vinatzer) più l’avvicino, più ritrovo l’amico che avevo perduto in Celso (Gilberti); la stessa limpida serenità, la stessa gioia di vita. La sera passata noi soli nella Capanna Punta Rocca (Marmolada) è stata dolce per me e per lui, come le sere passate con Celso al Rifugio Padova chiuso, in novembre. A Battista ho potuto raccontare di me ciò che forse non ho mai detto ad alcuno, ciò che è segnato solo su questo diario”.

Luglio 1937. “Sono passati di qui (a Milano) Bruno (Detassis) e Battista (Vinatzer) nello stesso giorno; che contrasto: Bruno in partenza per la sua impresa (il tentativo con Giuseppe Pirovano di prima ascensione alla parete Nord dell’Eiger), ricco di entusiasmo spensierato, grande ragazzone sereno e limpido come un ruscello di montagna. Battista con la noia deprimente di un mese di servizio militare, con la profondità delle sue frasi semplici e grandi”.

Giugno 1938. “Pochi giorni (ho trascorso) a Milano per la rapida liquidazione degli impegni col CAI e prima di tornare in montagna, eccomi di nuovo un giorno a Firenze per la Walchiria (opera sinfonica di Wagner) nei giardini di Boboli. Poi subito tra i monti di nuovo. Questa volta con Bruno (Detassis), come sempre compagno ideale, anche se ora fisicamente e moralmente abbattuto dalle gravi malattie recenti; ma il suo spirito ha sempre la sua fresca e schietta ingenuità e lo vorrebbe trascinare forse più in là di quanto il suo fisico oggi consentirebbe”.

Agosto 1938.”Bruno (Detassis) ora è ripartito e ricomincerà come l’anno scorso l’avvicendarsi di compagni indifferenti, con cui non posso affiatarmi, ché non mi danno la forza morale di volere la grande impresa”.

Agosto 1938. “Ho telegrafato a (Gino) Pisoni da Verona; a Trento mi aveva già raggiunto con la sua serenità radiosa e festante: non è più il ragazzo inconscio ed avventato di qualche anno fa, ma nulla ha perduto della freschezza della sua passione. Faceva così bene trovarsi con lui e sentire in lui quella passione ancora così sincera, così pura, così spoglia da ogni ambizione. Abbiamo trascorso giornate febbrili, rinnovando ogni giorno arrampicate in gruppi diversi”.

Agosto 1939. “Passai per la Val di Fassa. Feci la Marmolada. Rividi quella parete sudovest, che per due anni era stato tanto per me e provai un senso di disgusto per il vile oggetto di polemica e di smoderata ambizione, che ne aveva fatto (Gino) Soldà, non con la sua ascensione, ma con tutte le frottole in mala fede ch’egli ha detto e scritto.

Rividi la via Micheluzzi (dello Spallone di Punta di Penìa), nella sua splendida dirittura, grondante d’acqua e repulsiva.

Rividi la Punta di Rocca (via Vinatzer-Castiglioni) che fu un atto di dedizione, ma che non poté mai essere una mia ascensione, perché troppo esclusiva fu la partecipazione di Vinatzer”.

Gennaio 1940. “ Sono stato ieri a Bolzano a trovare (Giovanbattista) Vinatzer, che in una caduta di sci si è rotto il bacino. Era in un letto e soffriva ancora molto; non c’era traccia di ribellione alla sorte, come si poteva aspettarsi da uno spirito di così ardente impulso di vita e di affermazione, ma solo una grande serenità che illuminava il suo sguardo di bontà profonda”.

Dicembre 1940.”É morto (Giorgio) Graffer, nel cielo d’Albania in una delle sue azioni di eroico ardimento (abbattuto con il suo aereo da caccia). La notizia mi ha sconvolto e mi ha serrato fin quasi il pianto. Un senso di angoscia e di odio ancor più violento contro chi ci trascina in questa pazza corsa verso l’abisso (2a Guerra Mondiale), stroncando ogni più gagliardo e fecondo impulso di giovinezza e di vita. É la prima volta, ma non sarà l’ultima, che questo furore di distruzione mi colpisce nei miei intimi affetti.

Eppure con Graffer non avevo mai arrampicato e mi ero solo incontrato occasionalmente, senza che fra noi ci fosse mai stato alcun rapporto di intimità. Perché dunque tanto affetto e tanta commozione? Forse per il suo glorioso ma inutile sacrificio per una causa che non è la nostra, ma che sarà solo la nostra rovina? O piuttosto per la stima che avevo di lui, come uno dei giovani di più luminosa rettitudine e di più ardente impulso di vita, ch’io abbia conosciuto.

Per Graffer ho provato lo stesso sentimento di perdita e di abbandono come per Gilberti ed Agostini; ma mentre allora potevo solo piangere la sciagura e rassegnarmi alla sorte fatale, oggi mi ribello contro colui (primo ministro Benito Mussolini) su cui ricade tutta la responsabilità di ogni sciagura, che solo lui ha voluto. Si può con la rassegnazione dominare il destino, ma dal delitto si può difendersi solo abbattendo i criminali”.

Novembre 1941. “Gli dissi (al nipote Saverio Tutino) che avevo bisogno di trovare un torrione inaccesso e innominato; non una guglia qualsiasi ma qualcosa di importante e di sostanziale, cosa ben rara nelle Dolomiti al giorno d’oggi. Mi pareva di averne individuato uno nel Gruppo della Croda dei Toni.

Vi ritornammo due giorni dopo e con una arrampicata varia, complicata, tutta a sorprese, superando qualche passaggio impegnativo, ne toccammo la vetta. Scrissi su un pezzo di carta qualunque “Torrione Giorgio Graffer”- 1a ascensione- data e nomi, e mostrai la carta a Saverio, senza una parola, quasi fossi stato incapace di pronunciare quel nome, per un senso di profonda reverenza. Forse non ne ero capace perché ero troppo commosso. Raramente, forse in montagna, mi sono sentito tanto commosso, e raramente, forse mai, un’ascensione mi ha dato una gioia così pura. Quella salita non è né un’ascensione né una conquista, ma solo un omaggio devoto alla memoria dell’amico.

Ardevo di ritornare alle Dolomiti, ai bei campanili della Croda dei Toni. Mi trovai con (Gino) Pisoni, in gran forma e veramente molto sicuro in parete, meno agile nei camini, che non sempre prendeva nel modo migliore. Salimmo ancora il Torrione Graffer, per la fessura frontale questa volta”.

Aprile 1942. “ Anche Saverio mi pareva godesse veramente tanta serenità e quel sciare così speciale in un ambiente tanto selvaggio di crode (preparazione della Guida sciistica del Brenta e Madonna di Campiglio), che parevano ad ogni tratto sbarrare il passaggio. In Val d’Ambièz gli amici trentini ci accolsero con la loro consueta cordialità. Poi la Presanella: peccato solo ch’io avessi altro compagno che Vidi, piuttosto noioso, mestierante e stonato all’ambiente.

La campagna alpinistica si è iniziata con la gita in Paganella. Al rifugio, con numerosi amici milanesi e trentini, abbiamo festeggiato la nomina ad accademico di (Gino) Pisoni, che ho ottenuto dopo lunghi mesi di insistenza contro l’ipocrita ostruzionismo di (Aldo) Bonacossa”.

Giugno/Settembre 1942.Pisoni ha raggiunto una maturità tecnica e morale, che fa di lui ormai un alpinista completo. In arrampicata dà un senso di completa fiducia; specialmente in parete ha una padronanza e una sicurezza magnifiche; in fessura o camino in vece sale bene, ma fatica un più del necessario. Non ha lo stile di Gilberti, ma lo ritengo uno degli arrampicatori più a posto e più seri che ci siano oggi in Italia. La maturità tecnica, la sicurezza, la consapevolezza di capocordata gli hanno dato ormai anche una notevole autorità.

Guido Leonardi era un caro ragazzo, buono, ma non generoso e sinceramente appassionato. Mi seguiva ovunque, con cieca fiducia, come un fedele discepolo. Fin troppo talvolta. Arrampicatore quindi, ma non ancora alpinista. Disceso a Trento, dopo un mese di arrampicate e ricognizioni in Brenta, si permise di far pubblicare sul giornale quotidiano le relazioni tecniche di tutte le nuove salite (undici) effettuate con me, nonostante il mio espresso e ripetuto dissenso. É stato per me un vero dolore non tanto di perdere un amico e neppure di essermi tanto ingannato su di lui, quanto di vedere come un ottimo giovane, che avrebbe potuto diventare anche un ottimo alpinista, si possa perdere e rovinare per una meschinità.

Anche Pisoni ha fatto pubblicare sui giornali le salite in Marmolada; ma me lo aveva chiesto preventivamente ed io avevo acconsentito non solo perché si trattava di salite importanti, ma soprattutto perché riconoscevo che ne aveva pieno diritto, dato che quelle (due) salite erano ben sue.

Beata la purezza di Battista (Vinatzer) che, scendendo dalla Marmolada (dopo la nuova via Vinatzer-Castiglioni di Punta Rocca del 1936), si nascondeva per non essere costretto a raccontare ad alcuno cosa aveva fatto.

Con (Bruno) Detassis mi trovai sempre bene, ma (nel 1942) arrampicai con lui una volta sola e seguendo itinerari differenti. Fa pena vedere con quanto sforzo, quantunque sia completamente fuori forma e senza allenamento, cerchi di mantenersi a galla e all’altezza della sua fama (Bruno era stato arruolato per operazioni di guerra e arrampicava durante le poche licenze per guadagnare e mantenere la famiglia). Verso i clienti sarà forse necessario per ragioni professionali; ma verso amici e colleghi, ciò dà l’impressione di boria e non mancano i maligni che, assai poco generosamente, lo pigliano in giro. Certo che è duro, specialmente per un fiero come lui, dover riconoscere il proprio declino”.

Luglio 1943. “L’ultimo giorno al Rifugio Agostini è venuta su tutta la compagnia dei trentini. Solita cordialità e affiatamento. C’era anche (Marino) Stenico, che non conoscevo ancora. Un ragazzo serio, di poche parole, e molto a posto. Gli ho indicato parecchie ascensioni da fare e abbiamo molto parlato di montagna. Al mattino l’ho accompagnato fino all’attacco dello spigolo dell’Ideale per indicargli la via migliore che avrebbe potuto seguire. Lasciandolo, mi ha salutato con un “Ciao Ettore” e mi ha stretto la mano con una cordialità che certo non era quella di due che si eran conosciuti la sera prima. Ma tra alpinisti l’amicizia è subito solida e sincera come fosse di lunga data”.

Ottobre 1943. “Quando incontro per via quei pochi ufficiali che si sono spontaneamente ripresentati (alla chiamata alle armi) per costituire le sparute file del nuovo esercito repubblicano fascista, provo non solo disprezzo, ma quasi un senso di ribrezzo per quegli esseri spregevoli traditori e venduti”.

Non poté tornare

Alla fine del 1943, la tragedia della guerra aveva coinvolto le popolazioni dell’Europa intera. Ettore Castiglioni aveva fatto da tempo la sua scelta politica di antifascista. Collaborava in quel settore della resistenza che si occupò del salvataggio oltre confine di ebrei ed altri perseguitati e condannati a morte dal regime nazifascista.

Conosceva i valichi alpini per la Svizzera. Nel 1943, attraverso la Fenêtre Durand, aveva fatto passare dalla Val d’Aosta alla Svizzera un gruppo di ebrei. Arrestato, e dopo oltre un mese di carcere, era stato rispedito in Italia con l’avvertimento che un secondo espatrio clandestino gli sarebbe costato molto caro. Per la polizia confinaria svizzera, l’uomo era pericoloso.

Di ritorno da una missione in territorio svizzero, in un locale del Passo del Maloja, una pattuglia di gendarmi, ai quali il mattino aveva mostrato un passaporto intestato ad un cittadino svizzero, scoprì la sua vera identità. Le guardie lo arrestarono e lo trattennero. Per dissuaderlo dal tentare la fuga, lo privarono degli sci, degli scarponi e dei calzoni, inoltre lo chiusero in una stanza d’albergo.

Nella notte Castiglioni fuggì ugualmente in pigiama, riparandosi sommariamente con una coperta e con degli stracci sui piedi per poter calzare i ramponi. S’incamminò così verso il confine italiano, ma sorpreso dalla tormenta dopo aver attraversato il Passo del Forno, morì in terra italiana in Val Muretto nelle Alpi Rètiche.

Era il 12 marzo 1944. Ettore Castiglioni perì, semplicemente, così. Aveva 36 anni.

Lo trovarono il 5 giugno, con lo sciogliersi delle nevi. e lo trasportarono nella Chiesa di Chiareggio.

Del funerale celebrato a Chiesa Valmalenco, ci resta una foto in bianco e nero dai contorni sfumati. Vi si scorge un piccolo corteo che avanza lungo una strada sterrata. Davanti tre ragazzi uno con la croce, l’altro col secchiello e l’aspersorio. Piove e un grande ombrello nero ripara il prete che regge in mano il libro delle preghiere. Al suo fianco cammina un uomo calvo col cappello in mano. Seguono fanciulli con la candela in mano e poi la bara, portata a spalle da quattro giovani. Dietro i famigliari e poche donne del paese con lo scialle in testa.

Così, per l’ultima volta, Ettore Castiglioni percorse una strada di paese alpino.

Animatore indimenticabile

Il 1° luglio 1956 il Gruppo Italiano Scrittori di Montagna fece murare sulla facciata della Chiesa di Chiareggio una lapide con la scritta:

Alla memoria di

E T T O R E C A S T I G L I O N I

1908 - 1944

Dalla morte che la tormenta gli diede,

tra queste montagne

risorse alla più vera vita nel nome d’Iddio

della libertà e dell’amore

che inseguiva anelando fra le altezze

in un’armonia di azione e di fede

che solo agli eletti è dato possedere.

Il G. I. S. M.

gruppo di letteratura arte e cultura alpina

che lo ebbe animatore indimenticabile

perché la traccia da lui segnata

per le conquiste dello spirito

sia a tutti indicata nel suo nome

pose

Bivacco Castiglioni

Il Gruppo degli Accademici trentini per ricordarlo con un’opera di concreta solidarietà alpina, ha offerto la struttura di un bivacco da installare sulla vetta del Crozzòn.

Il custode del rifugio alla Tosa Celestino Donini, portatore, con l’aiuto dei figli Fortunato e Gioacchino, guide, e di Giovanni Bisoffi, portatore, dal 24 settembre al 18 ottobre 1966, hanno trasferito a spalla e con l’aiuto di piccoli tronchi di teleferini azionati a mano, le parti della struttura dal piazzale del rifugio alla vetta della Tosa prima, e poi alla vetta principale del Crozzòn. Fu un’impresa memorabile di ardimento e di tecnica.

Il “Bivacco Castiglioni” nel corso di quasi trent’anni ha già salvato numerose vite di alpinisti.

Alpinista di cultura

Fu un alpinista che amò la cultura.

Un esploratore instancabile, che in vent’anni di carriera aprì oltre duecento vie nuove e che visitò tutti i principali massicci delle Alpi.

Un entusiasta che fece dell’arrampicata tutta privata una ragione di vita. Un generoso che seppe scegliere i compagni giusti e che legò il proprio nome a imprese memorabili.

Un modello credibile che non praticò l’arrampicata per lo svago o per la competizione sportiva come antidoto alla noia della routine cittadina.

Bruciò di una tensione incessante verso il compimento di un ideale estetico, sublimato nell’estasi dell’armonia e della pace che ricercava e ritrovava sulle crode.

Arrampicava nella ricerca incessante della gestualità atletica, della via esteticamente tracciata e dell’appagamento della volontà di affermazione verso un intenso rapporto con i compagni di cordata ideali: Celso Gilberti, Bruno Detassis, Giovanbattista Vinatzer, Gino Pisoni e infine il nipote Saverio Tutino.

Partecipò nel 1937 ad una spedizione alle Ande Patagoniche per un tentativo di salita alla vetta inaccessa del Fitz Roy.

Linee pure di spigoli e pilastri

Intellettuale di buona famiglia, aveva studiato le lingue. Ben cinque ne conosceva e ciò gli consentiva di estendere il campo delle letture e degli studi. Grande appassionato di musica, gli si era presentata come una necessità, così l’arte. Queste espressioni lo raggiungevano là dove si arrestano tutti gli altri linguaggi. Ed è perciò che in montagna fu un esteta che subì forte il richiamo delle linee pure degli spigoli, dei campanili, dei pilastri e delle torri, che salgono dritti verso il cielo.

Sue sono le vie lungo gli spigoli della Cima Sella e della Torre di Brenta, lungo il Pulpito del Quadrifoglio, le Torri di Babele, Conegliano e Gilberti, la Punta Jolanda, i Campanili di Fracingli, la Torre Jandl, il Campanile del Belvedere, i Corni Bruciati, la Punta del Comedon, le Torri del Cimerlo e di Ferùc, la Torcia di Valgrande, lo Spiz d’Agnèr, i Campanili d’Ostio, Pradidali, Basso de Mesdì e di Visdende, le Torri del Boè, del Pisciadù e di Roces, il Torrione Graffer. Queste, meglio di altre vie, testimoniano il suo modo di intendere l’alpinismo e l’arrampicata.

Per oltre un ventennio, ha arricchito con descrizioni, relazioni, resoconti e schizzi le pagine intere della pubblicistica di montagna del suo tempo.

Pubblicista impareggiabile

Uomo d’azione, alternò a lunghe campagne alpinistiche, periodi nei quali si ritirava nella sua casa di Milano in via del Vivaio o nella villa di famiglia a Tregnago (a 20 Km da Verona), dove compilò i volumi della collana “Guida dei Monti d’Italia”.

Magistrali e precise sono le guide: Pale di San Martino - Gruppo del Ferùc - Alpi Feltrine (1935), Odle-Sella-Marmolada (1937) e le postume Dolomiti di Brenta (1949) e Alpi Carniche (1954).

Fu innovatore perché in esse vi infuse: prosa telegrafica, raffinatezza nel linguaggio descrittivo, precisione dei termini, studiata fraseologia alpinistica, severa valutazione delle difficoltà di scalata verificata di persona. Per ciò subito gli fu riconosciuto unanimemente il carisma del pubblicista e dell’interprete istituzionale dell’alpinismo del suo tempo. Infatti le sue guide rimasero insuperate e fecero scuola.

Estratti

Dalla “Guida dei Monti d’Italia DOLOMITI DI BRENTA” del CAI-TCI- del 1949, traggo alcune descrizioni esemplari per raffinatezza descrittiva.

Cima d'Ambiez. Elegante cima rocciosa che si eleva alla testata della Val d’Ambièz con una stupenda muraglia verticale, di impressionante compattezza e regolarità. La cima è costituita da una lunga cresta diretta da nord a sud, con una curvatura regolare, come il profilo di una cupola. Sul lato orientale essa forma una larga e ripida parete che fiancheggia la Vedretta d’Ambièz.

La Cima DAmbièz offre all’alpinista le maggiori attrattive, con le sue forme eleganti, la roccia articolata e solidissima e la varietà dei suoi itinerari d’ascensione, che vanno dalla facile e divertente arrampicata alla scalata di estrema difficoltà.

Dos di Dalun. Grandioso massiccio che si eleva con forma di alta cupola. L’estrema punta orientale è chiamata Piccolo Dos di Dalun, mentre la punta di mezzo, a guida di grosso torrione, è stata battezzata Torrione Adriano Dallago. Le grandiose pareti del lato N offrono ardue arrampicate di notevole interesse.

Crozzon di Brenta. Colossale pilastro roccioso che si stacca verso nord dalla Cima Tosa, dominando con sovrana imponenza tutta la Val Brenta. É una delle più poderose e caratteristiche architetture rocciose dolomitiche. Culmina con una cresta frastagliata sulla quale emergono tre punte, di cui la più alta è l’ultima a nord.

I due fianchi del gigantesco pilastro sono costituiti da due vaste ed alte pareti, le maggiori che si abbiano in Brenta, rivolte una alla Val Brenta alta, in versante nordest, l’altra alla vedretta dei Camosci in versante ovest.

Esse convergono ad angolo acuto a formare il celebre spigolo nord, che s’impenna affilato per oltre 900 metri d’altezza. Ogni versante offre classiche e complesse scalate di grande soddisfazione, tanto che il Crozzòn si può considerare la vetta più interessante del Brenta dal punto di vista alpinistico (sulla vetta principale è stato installato il Bivacco Castiglioni).

Cima Tosa. Colossale massiccio roccioso che si eleva nel cuore del Gruppo di Brenta, tra l’enorme conca della Pozza di Tramontana o Pozza Tremenda e le testate dalla Val d’Ambièz, del Vallone dei Camosci e della Val Brenta. Il suo aspetto è assai movimentato e varia molto da un versante all’altro, ma è sempre imponente per le proporzioni grandiose delle sue ripidissime pareti, dei suoi arditi roccioni e dei suoi canaloni ghiacciati.

Caratteristico il cupolotto nevoso con cui culmina questo immane blocco di pietra. Il versante E si presenta con due grossi torrioni giallastri, un ampio canalone centrale e una sottile crestina frastagliata, che collega la Cima Tosa alla Cima Regina Margherita.

Il più imponente però è il versante nord, costituito da una vasta e complessa parete, che si eleva quasi verticale per oltre 800 m, e da un canalone ghiacciato (Canalone della Tosa) che scende direttamente dalla vetta per oltre 900 m di dislivello separando la Cima Tosa dal vicino Crozzòn di Brenta.

La parete stessa è formata da due facce convergenti ad angolo retto: più ampia e movimentata la faccia nordest; più stretta, compatta e biancastra la faccia nordovest. Sullo spigolo formato dalle due facce si stacca un grosso e ardito torrione, chiamato Torre Gilberti, che si stacca dominando tutta l’alta Val Brenta.

Cima Regina Margherita. Elegante cima rocciosa, che si eleva isolata tra la Cima Tosa e la Brenta Bassa, venuta di moda tra gli arrampicatori grazie alle sue vie molto eleganti, tracciate in parete sud, e alla sua vicinanza al rifugio Pedrotti alla Tosa.

Croz del Rifugio. Piccola ed elegante cima rocciosa, che si eleva immediatamente ad est della Sella del Rifugio, donde il suo nome. É costituito da una cresta assai sottile e frastagliata, che ha inizio con un enorme strapiombo giallo rivolto al rifugio Tosa e che culmina con tre campanili. La bella roccia, salda ed articolata e l’immediata vicinanza ai rifugi, hanno fatto del Croz, la palestra favorita degli arrampicatori, che hanno modo di esercitarsi, sulla parete nord, in brevi scalate di ogni difficoltà.

Brenta Alta. Colossale massiccio roccioso che si eleva immediatamente a nord della Bocca di Brenta, facendo riscontro, con ben maggiori proporzioni, alla vicina Brenta Bassa. Da ogni versante ha un aspetto imponente, ma pure per l’armonia delle sue grandiose linee.

Il lato sud, rivolto al rifugio Pedrotti si presenta con tre alti gradoni, separati da larghe terrazze detritiche, dove si sviluppa la via normale.

Il lato ovest precipita sopra la testata della Val Brenta con un’altra parete solcata da canali. Particolarmente attraente riesce la scalata dell’affilato spigolo sud, che si erge quasi verticale sopra la Bocca di Brenta.

Il lato nordest infine domina la Busa degli Sfulmini, o dei Massodi con una muraglia verticale, uniforme e compatta. Numerosi sono gli itinerari di arrampicata, tracciati su tutti i versanti; ognuno di questi, dai più facili a quelli di estrema difficoltà, costituiscono imprese importanti, di grande interesse e soddisfazione.

Campanile Basso. Superbo monolito di incomparabile arditezza, che si eleva slanciato e possente tra la Brenta Alta e il Campanile Basso, nella Catena degli Sfulmini. A nessuna altra formazione rocciosa delle Alpi l’appellativo di campanile, riesce così appropriato come a questo, che si erge per 300 m con pareti verticali, regolarmente squadrato con facce simmetriche (è la prima volta che nella letteratura alpinistica compare la dizione “faccia” per indicare una parete).

Due profondi intagli, la Bocchetta del Campanile Basso e la Bocchetta del Campanile Alto, lo staccano nettamente da ogni altra cima vicina.

Solo sul lato ovest sporge un grosso Spallone quasi orizzontale, che strapiomba con un salto di 350 m sopra le ghiaie della Val Brenta e forma col corpo stesso del campanile un gigantesco diedro ad angolo retto.

All’altezza dello Spallone, una larga cengia detritica, nota come stradone provinciale, circonda il campanile da tre lati estnordovest, unica interruzione nella verticalità dei suoi profili.

La vetta è spaziosa, spianata come un terrazzo e ingombra di blocchi. La roccia è in genere ottima su tutti gli itinerari classici. Nonostante la sua apparente inaccessibilità, è stato scalato da tutti i lati, per tutte le vie ritenute logiche (il 4 agosto 1940 la vetta è stata raggiunta dalla millesima cordata).

La Sentinella. Aguzzo e minuscolo gendarme che si eleva isolato tra i Campanili Basso e Alto. É un curioso obelisco senza importanza, cui ben si appropria il nome di sentinella.

Campanile Alto. Superbo e ardito campanile, che si eleva isolato sulla Catena degli Sfulmini a nord del Campanile Basso, fra la Bocchetta del Campanile Alto e la Bocchetta Bassa degli Sfulmini. Non ha la simmetrica regolarità, né la tipica forma squadrata del Campanile Basso, ma ha lo stesso slancio e proporzioni più grandiose.

É una delle cime più ardite ed eleganti del Gruppo di Brenta e la sua scalata è tra le più attraenti e remunerative. La via normale è facile, ma tutt’altro che banale. La parete sud offre un’arrampicata brillante e consigliata. Stupendo ed impressionante il panorama dalla vetta.

Gli Sfulmini. Sono quattro grossi e arditi gendarmi rocciosi, che si elevano sopra un unico zoccolo tra il Campanile Alto e la Torre di Brenta. Per l’arditezza della formazione, la denominazione appare quanto mai appropriata.

Bimbo di Monaco. Esile e curioso monolito che sorge isolato tra i detriti, a sudovest della Torre Prati. La conformazione eccezionalmente slanciata e strapiombante da ogni lato ne fa, nonostante le sue esigue proporzioni, una delle più caratteristiche guglie delle Dolomiti. I primi salitori battezzarono la vergine guglia col simbolo della città natale di uno di loro (Hans Steger).

Torre di Brenta. Superba ed elegantissima cima, che si eleva con forma di ciclopica torre culminante a pala, fra la Bocchetta Alta degli Sfulmini e la Bocca degli Armi. É la vetta più alta della catena degli Sfulmini e, dopo la Brenta Alta, anche la più cospicua.

Il lato nord è movimentato da numerosi e profondi camini e da altrettante quinte rocciose assai sporgenti, che danno alla torre l’aspetto do un grandioso colonnato. L’importanza della cima il suo aspetto imponente, l’ottima qualità della roccia e le svariate possibilità di arrampicate divertenti e più o meno difficili che essa offre, fanno della Torre una delle vette più attraenti del Gruppo di Brenta.

I Gemelli. Sono due piccoli ma arditi torrioni separati da una gran spaccatura, situati all’estremità occidentale della dorsale che si stacca verso nordovest dalla Cima Molveno. Grazie alla loro vicinanza ai rifugi Alimonta e ai Brentèi e all’ottima roccia, sono frequentati come palestra di arrampicata.

Cima Brenta. Grandioso e complesso massiccio roccioso e ghiacciato che si eleva all’estremità nord della Catena centrale, a sud della Bocca del Tuckett. É per altezza la seconda cima del Gruppo di Brenta e anche il massiccio più imponente dopo quello della Tosa e del Crozzòn. Il lato est è formato da un’unica vasta e formidabile parete giallastra, che domina la testata della Val Perse.

Il lato sud è formato da una possente bastionata che si sviluppa da est verso nordovest; una lunga cresta, alpinisticamente importante, si estende per quasi 2 km collegando la Cima Brenta occidentale con la Cima Mandròn e con le due Punte Campiglio.

Punte di Campiglio. Sono le ultime due elevazioni occidentali di quella grande bastionata che, staccandosi verso ovest dalla Cima Brenta, fiancheggia in tutta la sua lunghezza il Vallone dei Brentèi. L’interesse alpinistico delle due cime è nei vari itinerari delle pareti sud.

Castelletto Inferiore. Elegante cimetta rocciosa, che si eleva con ripida parete alle spalle del rifugio

Tuckett. Una lunga e sottile cresta frastagliata lo collega verso est al massiccio del Castelletto di Vallesinella. Date le sue proporzioni esigue non può certo vantare una grande importanza, se non vi fosse l’eleganza delle sue forme e la bella roccia solida e articolata che ammette infinite possibilità di arrampicate, divertenti e più o meno difficili, nelle immediate vicinanze del rifugio.

Corna Rossa. Il bordo occidentale dell’altopiano del Grostè, a sudovest del passo omonimo, precipita verso la testata della Vallesinella con una fascia di pareti verticali incise da canali, nota col nome di Corna Rossa.

Essa si presenta con otto torrioni di altezza compresa fra i 150 e 250 m, di buona roccia; data la favorevole esposizione, la comodità di accesso, la discesa elementare e la quota relativamente bassa, questa bastionata è frequentata come palestra di arrampicata, pur presentando alcune vie di notevole impegno e alcune salite classiche.

Croz Dell'Altissimo. É la cima più alta di quel piccolo sottogruppo che sorge tra la Val delle Seghe e la Val della Spora, a sudest del Passo del Clamer.

Ha due cime, nordovest e sudest, la prima è la più alta, la seconda ha la croce, che formano due colossali pilastri rocciosi, separati da una gola a forma di diedro. All’imponenza della parete sudovest fa contrasto l’aspetto del versante est, a bassi gradini e ripidi pendii erbosi e con mughi.

L’interesse alpinistico e la celebrità del Croz sono però dovuti esclusivamente alla sua grande parete, i cui vari itinerari d’ascensione, tutti di grande difficoltà, sono fra i più grandiosi ed impegnativi del Gruppo di Brenta.

Elenco delle trentatre prime ascensioni

di Ettore Castiglioni nel Gruppo di Brenta.

1928
21.7.1928 Spallone dei Massodi, camino S.
Silvio Agostini, E.C., Giorgio Kahn, III gr.
30.7.1928 Cima di Molveno, la parete E.
E.C., Giorgio Kahn, III gr.
31.7.1928 Cima Brenta, canalone S.
E.C., da solo, III gr.

1933
17.7.1933 Cima delle Fontane Fredde, parete N-NE,
via diretta. E.C., Enrico Giordani, V gr.
22.7.1933 Punta Iolanda, lungo lo spigolo SE.
E.C., Marcello Friederichsen, IV gr.
24.7.1933 Dos di Dalun, parete N.
E.C., Bruno Detassis, V gr.
1.8.1933 Cima Tosa, parete S-SO.
E.C., Bruno Detassis, IV gr.
2.8.1933 Crozzòn di Brenta, parete O.                                                                                                              E.C., Bruno Detassis, IV gr.
4.8.1933 Cima Tosa, parete NE, via diretta.
E.C., Bruno Detassis, IV-V gr.
4.8.1933 Torre Gilberti, 1a asc.assoluta.
E.C.,Bruno Detassis, IV-V gr.
8.8.1933 Campanili di Fracingli, 1a asc. ass. e traversata dei due maggiori.
E.C., G. Kahn, III gr.
10.8.1933 Torre Jandl, parete S.
E. e Manlio Castiglioni, Pero Stenico, III gr.

1934
6.9.1934 Cima Ceda occidentale, parete SSO in salita,
IV, in discesa versante O, III gr.
E.C., Vitale Bramani, Gabriele Boccalatte.

1942
27.6.1942 Dos Dalun, cresta E.
E.C., Guido Leonardi, Gino Pisoni, III-V gr.
29.6.1942 Cima di Pratofiorito, cima N parete E.
E.C., Guido Leonardi, Gino Pisoni, IV gr.
7.7.1942 Cima d’Ambiez, diedro NE.
E.C., Guido Leonardi, III gr.
8.7.1942 Le Tose, salita parete E, discesa cresta N.
E.C., Guido Leonardi, III gr.
9.7.1942 Cima di Pratofiorito, parete4 NE in discesa.
E.C., Guido Leonardi,II gr.
9.7.1942 Cima d’Agola, cresta da S-N.
E.C., Guido Leonardi, III gr.
9.7.1942 Due Denti, parete E.
E.C., Guido Leonardi, III gr.
10.7.1942 Cima Brenta, cima N, parete S.
E.C., Vitale Bramani, III gr.
21.7.1942 Cima Baratieri, spigolo SE.
E.C., Guido Leonardi, L. Pedrolli, III gr.
21.7.1942 Punta Iolanda, cresta N.
E.C., Guido Leonardi, L. Pedrolli, III gr.
21.7.1942 Spallone dei Massodi, parete NE in salita, NO in discesa.
E.C., Guido Leonardi, L. Pedrolli, III gr.
26.7.1942 Cima Brenta, spigolo S.
E.C., Guido Leonardi, Gino Pisoni, III gr.
27.7.1942 Torre di Brenta, spigolo E.
E.C., Gino Pisoni, IV gr.
5.8.1942 Cima degli Armi, parete NNE.
E.C., M. Delle Piane, II gr.
6.8.1942 Cima Ceda orientale, parete SO in discesa.
E.C. da solo, I gr.
7.8.1942 Cima Sella, spigolo SE.
E.C., M. Delle Piane, IV gr.
11.8.1942 Cima degli Armi bassa, versante NE.
E.C., R. Barzaghi, IV gr.
11.8.1942 Torre di Brenta, parete N.
E.C., R. Barzaghi, IV gr.
25.9.1942 Cima d’Agola, parete E.
E.C., L. Nicolini, III-IV gr.

1943
24.6.1943 Le Tose, cresta N.
E.C., R. Barzaghi, III gr.

 

Proprio la sua generosità, che lo portò nel corso del tragico 1943 a scortare più volte gruppi di ebrei oltre il confine svizzero, gli fu fatale: arrestato dai gendarmi svizzeri e chiuso in una stanza d’albergo, fuggì sotto una fitta nevicata in pigiama, infagottato in una coperta e con i piedi avvolti in stracci. Il suo corpo senza vita fu ritrovato dopo un anno presso il Passo del Forno; aveva 35 anni

www.paretiverticali.it