Il
26 luglio 1997 ho avuto l'occasione di intervistare Bruno Detassis
nella sua casa di Campiglio. Bruno vedendomi ha abbandonato il libro
che stava leggendo e mi ha abbracciato.
Nello stringere la sua mano la mia mente ritornò indietro negli
anni.
Ogni anno, dal '70 al '77, nel mese di settembre trascorrevo le ferie
al suo rifugio situato nel cuore del Gruppo di Brenta. Era la base
per le mie ascensioni. Con Bruno e Catullo Detassis, i gestori, si
era creata simpatia e amicizia reciproca. Sorridemmo al ricordo della
possibilità che mi avevano concesso di salire al loro rifugio
con la teleferica. Oggi, solo al ripensarlo, non so come ho potuto
salire nel cassone e risalire guardando l'esile cavo e il vuoto sotto
di me.
Ma erano altri tempi ed ero sempre entusiasta di tutto quello che
mi circondava.
Due giorni prima avevo portato al rifugio un mio quadro che raffigurava
il Campanile Basso e Claudio Detassis, solerte,
lo aveva subito fatto recapitare al padre Bruno. Abbiamo parlato per
venti minuti di montagna. Ha voluto sapere in che modo arrampicavo
e se la tecnica era prettamente alpinistica o d'arrampicata libera
(free climbing). Continuò dicendomi:
"Non ho nulla contro l'arrampicare alla moda - citando nomi famosi
- le loro vie tracciate, con il tempo, non avranno ripetitori mentre
le nostre non verranno mai scordate". Senza lasciarmi aggiungere
qualcosa continua lisciandosi la barba:
"Anche se non arrampico più il mio cuore è sulle
pareti, sulle mie montagne. Conosco molti giovani come te (ndr. 45
anni) che a causa del lavoro, della famiglia non possono allenarsi
per stare al passo con la moda ma, quando li vedi muoversi, esprimono
tutta la loro energia e naturalezza sulla parete tracciando itinerari
più che interessanti".
Sono perplesso
nell'ascoltare con che lucidità e serietà mi sta parlando.
Nel 1988 ha compiuto la sua ultima arrampicata scalando il Basso,
decidendo, dopo quell'ascensione, di ritirarsi dall'attività
alpinistica e da quella di gestore, decidendo di passare l'eredità
al figlio.
Mentre parla noto ancora la grinta e la sicurezza che lo caratterizzava
tanti anni fa.
Egli è rimasto volutamente lontano dal concetto moderno di
affrontare la montagna e mi suggerisce, con un largo sorriso, di continuare
a scalare le pareti e aprire vie come sto facendo ora e come lui ha
sempre fatto. La logicità della via è dettata dalla
natura che offre all'alpinista la possibilità, anche lottando
duramente, di vincerla senza tanti artifizi o senza lasciare tanti
ricordi del tuo passaggio.
Quando gli racconto che due giorni prima avevo lasciato al negozio
di Cesare Maestri alcuni articoli, mi interrompe con la mano e dice:
"Vedi,
Cesare è un amico, gli sono molto attaccato, ma ha un unico
difetto, non vuole convincersi che il tempo passa anche per lui. Non
aspettare che ti dica che è una caratteristica del suo carattere.
E' talmente vivo che non sente la necessità di ringraziare
e incoraggiare i giovani come te".
Ho la maglietta dei " Gransi ", scruta lo stemma e mi chiede
se fa parte del gruppo una donna che arrampicava forte ed era insegnante
di ginnastica. Mi viene subito da dire il nome di Ada e simultaneamente
lui lo ripete confermandomi che era lei. Continua a guardare lo stemma
dei Gransi e gli tornano alla mente anche i nomi di alcuni alpinisti
di Murano. Si ricorda di uno in particolare la cui ascensione fece
molto scalpore. Gli suggerisco il nome di Plinio Toso, ma non gli
dice nulla. Provo con il soprannome "Orso", ed è
proprio lui. Ecco affiorare il ricordo della sua memorabile salita
nel 1959 alla parete Nord del Campanile di Val Montanaia.
Mi sento orgoglioso di fa parte del gruppo dei Gransi. La grande guida,
padre di tutte le guide, aveva ricordato due miei amici.
Bruno
guarda la fotocopia della rivista Alpi Venete sulla quale sono presentate
due vie aperte da me. Mi conferma che sono belle per la loro logicità.
Rievoco con lui le mie imprese. Nell'aprire una via instauri con la
stessa un rapporto che va aldilà della difficoltà. Le
ore dedicate alla riuscita dell'impresa e le sensazioni provate ,
saranno molto differenti per un ripetitore. Ci sono momenti talmente
intensi che difficilmente si riescono a raccontare. Se poi eri solo
e in libera, tentare di farli capire anche a chi arrampica è
quasi impossibile. Quando poi si compie l'ultimo atto e cioè
dare il nome alla via, il momento è magico. Si scarica la tensione
che si tramuta in gioia per quello che hai fatto.
Bruno
mi guarda e sorride. Mi porta nella stanza dove ha già appeso
il quadro da me dipinto.
Guardandolo mi dice:
"Non saprei dirti quale delle vie aperte da me sia la più
logica o la più bella sia per il tipo di roccia che per la
linea, ma ogni volta che
guardo il Basso invidio Preuss, Fox, Ampferer che hanno saputo tracciare
un percorso su quel bel Campanile".
Con queste parole usciamo sulla terrazza e gli amici ci scattano alcune
foto.
L'uomo Detassis ha sempre amato la libertà. Non si è
mai smarrito nella fretta di un nuovo, forse impossibile traguardo.
Oggi, come ieri, con somma delicatezza sa ascoltare un giovane e,
anche se ha lasciato alle sue spalle la montagna, le crode sa ancora
dare un significato alla sua presenza in questa terra.