Corbezzolo


Arbutus unedo

Ericaceae

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Pianta: Il corbezzolo, pianta mediterranea termofila, in epoche interglaciali colonizzò zone distanti dall’odierno areale di diffusione. Alcune di queste zone si sono mantenute come relitti, è così possibile rinvenire quest’alberello sulla costa atlantica francese, in Irlanda ed in Italia nella valle dell’Adige e sui colli Euganei. Il corbezzolo predilige i terreni acidi e la sua capacità di emettere polloni lo fa rivegetare in breve nei luoghi incendiati; è diffuso su tutto il litorale della Penisola, in Sardegna lo si trova anche sino a 600 m di altitudine.
Grazioso albero sempreverde non più alto di 10 m, ma più spesso arbusto, presenta tronco e rami con corteccia giovane rossastra e poi grigia che si squama verticalmente

 

Fioritura: ottobre - gennaio.

Le foglie: alterne, sono ovali a margine seghettato.

Fiore: riuniti in racemi e forgiati a orciolo pendulo, sono presenti durante l’inverno contemporaneamente ai frutti che, dapprima verdi, assumono tutti i toni dal giallo sino al rosso acceso.

Corolla: è

Raccolta frutto: s

Frutti: bacca ha una buccia granulosa ed è lungamente picciolato; il sapore risulta un poco asprigno.

Protetta: C

Medicina: E' una pianta con più di una proprietà medicinale. Prima di tutto l'infuso viene utilizzato contro l'arteriosclerosi, contro la diarrea e le affezioni reumatiche. L'infuso di fiori serve per combattere la febbre.

Impieghi: I frutti del Corbezzolo sono noti da tempo, ove la pianta è frequente se ne ricavava addirittura un vino, come in Corsica. Da questi frutti è possibile ottenere marmellate e canditi. È pianta talvolta impiegata come arbusto decorativo. Il legno rosso-brunastro di questa pianta serve per lavori di ebanisteria e fornisce un eccellente carbone vegetale. Anche le foglie hanno una loro utilità: ricche di tannini, vengono impiegate per la concia delle pelli.

Cucina: È utilizzato fresco, candito, conservato sotto spirito o per preparare marmellate e bevande.

Curiosità: II nome scientifico di quest’alberello della macchia mediterranea, secondo alcuni è dovuto agli antichi Romani: lo chiamavano "arbusto di cui si può mangiare un solo frutto" (unum edo) in relazione al sapore aspro dei frutti non ben maturi, e comunque piuttosto ricchi di tannino. Di rilievo appare il fatto che una delle più belle farfalle italiane (Charaxes jasus) parassita solo le foglie di questa specie.

Leggenda: La battaglia infuriava sulle rive del Tevere. Turno, re dei Rutuli, uomo assai forte, combatteva contro le forze di Enea e dei Latini, minacciando morte e rovina all' eroe troiano e ai suoi alleati. Improvvisamente gli si fece incontro un giovanetto bello e ardito, armato di una lunga asta di frassino, ferrata sulla punta. «Fatti indietro, fanciullo» gridò Turno infuriato «se non vuoi che io ti trapassi con la mia lancia! Questa non è una battaglia per ragazzi». Ma Pallante, il giovane guerriero, infiammato d'amore per la sua terra, gli lanciò contro senza paura la sua arma, con tutta la forza dell'entusiasmo giovanile, sicuro di colpire a morte il feroce guerriero. L'asta rimbalzò sullo scudo del nemico e cadde a terra rompendosi in più pezzi. Subito Turno scagliò la sua arma, ben più possente, che trapassò lo scudo e ferì a morte il giovanetto, colpendolo al cuore. Finita la battaglia, Evandro, il padre di Pallante, depose la salma del figlio in una tomba scavata nella roccia e vi pose accanto una lampada accesa. Chiuse la sepoltura e piantò dei cespugli di corbezzolo sul tumulo, perché nessuno potesse trovare la tomba e violare il riposo di Pallante. Passarono i secoli. Sorse e fiorì la potenza di Roma, e successivamente i barbari invasero la nostra terra, mettendo tutto a ferro e fuoco. Un giorno, cercando tesori nascosti, alcuni guerrieri barbari strapparono i corbezzoli che coprivano l'antica tomba e aprirono la sepoltura. Rimasero di sasso. La lampada ardeva ancora, dopo tanti secoli, presso il corpo intatto del giovinetto morto per la libertà della sua patria. Presi da grande terrore e riverenza, i predoni riposero la lampada al suo posto e richiusero la tomba senza toccare nulla. Questa fiamma, affermano i Romani, continua ancora a splendere nelle viscere del Colle Palatino, quale segno vivente della civiltà latina.

Dal sito:http://www.schule.suedtirol.it/ms-st.christina/klassen/leggende/leggita/less.lazio14.htm