GIOVAN BATTISTA VINATZER

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E’ alla fine del 1970, quando le sue vie, ripercorse in ottica moderna, con mezzi più tecnici e perfetti, che mostrano ai ripetitori tutto il valore di questo grande alpinista.

 

 

 

Giovan Battista Vinatzer nacque nel 1912 a Ortisei, in Val Gardena.   Orfano di guerra, iniziò ad arrampicare giovanissimo, Sulle Odle, quasi di nascosto dalla madre, dimostrando subito grande talento.

Benché avviato al mestiere d’intagliatore, decise di vivere di montagna facendo la guida alpina e il maestro di sci.

In valle i colleghi gli resero sempre la vita difficile (uno dei pochi gardenesi che più volte elogiò Emilio Comici per le sue imprese e gli fu veramente amico), tantè che il primo brevetto da portatore lo ottenne grazie all’interessamento di Ettore Castiglioni, nel 1937.

Sicuramente fu il più forte esponente dell’alpinismo dolomitico nel periodo tra le due guerre, un autentico fuoriclasse dell’arrampicata libera.

Durante il primo difficile periodo da paret della sua Valle Gardenese, nei resoconti ufficiali dell’epoca quasi nessuno sembra accorgersi di lui e delle sue straordinarie scalate nel periodo che va dal 1931 al 1936.

In piena forza per affronatre con saggezza e disinvoltura vie di sesto grado.

Forse ciò è dovuto al fatto che, in quanto ladino, Vinatzer non s’inseriva negli scheramenti del tempo, e se per i tedeschi era un italiano per gli italiani era un tedesco.

Non gli fu favorevole neppure l’ambiente delle guide valligiane, che lo ostacolorano, come detto sopra, nell’accesso alla professione, forse per invidia o per diffidenza nei confronti di un alpinista ritenuto troppo estremo.

A causa delle difficoltà economiche e del lavoro contadino che gli impedivano di spostarsi, egli arrampicò prevalentemente sulle montagne di casa con pochi amici del paese, in un isolamento che ha reso Vinatzer un grande ancge perché in questa condizione ha saputo esprimersi ai massimi livelli: il confronto con gli altri e con le pareti più importanti non sembrano essere stati gli scopi prioritari del suo alpinismo; tanto meno della sua notorietà.

Le sue salite sono espressione di un’attitudine naturale all’arrampicata sin dall’individuazione del percorso.

Egli sapeva prima vedere e poi percorrere itinerari per altri impensabili su pareti neglette, come quello alla Stenia, il primo VII° grado delle Dolomiti secondo Messner.

Così, tutte le vie di Vinatzer nascono da un’idea di eleganza e logicità, e quelle del Sella, le più note e ripetute, sono la perfetta esemplificazione del suo stile impareggiabile.

A partie dalla NORD DEL SASS DLA LUESA, proprio sopra il passo Gardena, da lui stesso considerata la sua più elegante realizzazione.

Aperta nel 1933 con Luigi Riefesser, ha come direttrice una successione di fessure verticali con difficoltà di , V°+ con un passo di VI°.

Anche le vie del’anno successivo al PIZ CIAVAZES, salgono lungo evidenti fessure (una, è poco ripetuta,è posta nel canalone formato dalla TERZA TORRE DEL SELLA); l’altra, molto nota, percorre l’evidente diedro sud ovest fino alla cima della bastionata rocciosa.

A quel tempo venne definita “arrampicata divertente” dalle relezioni dell’epoca, ma si tratta di una salita sempre atletica di duecentocinquanta metri con passi di VI° oggi addomesticati da numerosi chiodi.

Per comprendere appieno Vinatzer bisogna tenere a mente le compì sempre con un uso limitato di chiodi.

Non molto dotato sul pano atletico, egli sviluppò una sensibilità e un equilibrio tanto raffinati da consentirgli di superare in libera e con sicurezza i passaggi più difficili sia in strapiombio che sulla roccia friabile.

Per questo motivo le sue vie più impegnative furono a lungo temute dai ripetitori.

Egli amava dire che la roccia va capita e non affrontata come in una lotta, ma era anche un sostenitore della necessità dell’allenamento.

Nel 1935, insieme con Vincenzo Peristi, percorre la parete NORD DELLA TERZA TORRE DEL SELLA, lungo una linea evidente ma ancora inviolata: 350 mt. di ottima roccia per una delle salite più apprezzate di tutte le Dolomiti.

L’anno successivo una breve prima, ancora con un certo Ruggero Bonatta, e poi l’incontro con Ettore Castiglioni, a Passo Sella, sotto le famosi torri

Scitto da: Enrico Baccanti e tratto dalla rivista Alp”Grandi Montagne” Gruppo di Sella.

1936: Ma ecco l’incontro con Giovan Battista Vinatzer (7.2.1936): «Ho ritrovato Vinatzer, è stata per me la gioia di aver ritrovato un amico, un bene che mi era stato strappato: e la sera passata con lui, con la sua schietta cordialità mi è parsa tanta luce… È strano che io mi senta così vicino a questo ragazzo… eppure io mi sento già per lui un affratellamento». E ancora (7.9.1936): «In Battista più l’avvicino più ritrovo l’amico che avevo perduto in Celso… A Battista ho potuto raccontare di me ciò che forse non ho mai detto ad alcuno, ciò che è segnato solo su questo diario». Infine di Gino Pisoni rivela (13.8.1938): «E in ogni momento ho trovato in lui una sensibilità così pronta e così fresca, una rispondenza così vivace che ogni cosa era anche per me doppiamente goduta». ritenute le più difficili del periodo antigu Ottobre 1935. “Sono andato a cercare (Giovanbattista) Vinatzer per tentare con lui la parete (sud della Marmolada). Dopo l’esperienza negativa con (Luigi) Micheluzzi, già ero entusiasta di ritrovare quel giovane di passione così sana, quel giovane che conoscevo appena, ma che fin dal primo momento mi aveva tanto interessato e di potermi unire a lui, di conoscere più intimamente quell’anima limpida, che forse mi potrà essere molto vicino ed amico. Ed ero lieto di potergli offrire la mia impresa più bella, di poter consacrare la nostra amicizia proprio su quella parete”.

Dal diario di Ettore Castiglioni:

Febbraio 1936. “Ho ritrovato (Giovanbattista) Vinatzer. É stata per me la gioia di aver ritrovato un amico, di aver ritrovato un bene che mi era stato strappato e la sera passata con lui, con la sua schietta cordialità mi è parsa tanta luce. É strano ch’io mi senta così vicino questo ragazzo, con cui ho scambiato soltanto occasionalmente delle chiacchiere, e con cui non ho condiviso neppure un’ora di vita. Eppure io mi sento già per lui un affratellamento come per un compagno di cordata e desidero dividere con lui le ore di lotta e di vita di una grande conquista”.

Luglio 1936. “Tornando a Milano, mi son fermato in Gardena: son salito per una giornata in Cisles con (Giovanbattista) Vinatzer e con lui ho ritrovato tanta dolcezza e tanta vita, che guardando le belle crode, già le sentivo vicine. E Battista lo sento sempre più vicino, e sempre più caro: e c’è in lui quella fierezza montanara, quella rettitudine e onestà morale che è in Detassis, ma in lui v’è anche una sensibilità forse non più acuta, ma più aperta ad esprimersi, una maggior levatura mentale e culturale, che rende in lui cosciente e completo ciò che in Bruno è solo spunto incosciente e ingenuo. Quando sul suo tavolo da lavoro, accanto alle sculture fini ed eleganti ho visto libri di Tolstoi e poesie di Goethe, ho ricordato Celso, che nelle solitudini dei rifugi, suonava sull’armonica i tempi di Siegfried. Ed anche il suo sorriso così chiaro, aperto e luminoso, mi ricorda molto quello di Celso. Bruno mi sarà sempre il miglior compagno di corda, ma in Battista spero di aver ritrovato l’amico che avevo perduto sulla Paganella. Ho bisogno di Bruno per l’atto eroico, perché lascia tutta a me la nostra conquista; ma ho bisogno di Battista per salire più in alto, fino all’altezza delle Mèsules”.

Agosto 1936. “Silvio (Agostini): anche lui mi ha lasciato. Non potevo credere a una disgrazia a Silvio. Mi ha stupito, mi ha preso, mi ha serrato. Nella notte pensavo a un’altra notte insonne passata con lui, quando ci parve che (Hans) Steger con la salita della parete Preuss (la est del Campanile Basso) avesse violato il sacrificio di (Pino) Prati e (Luigi) Bianchi. Pensavo all’incanto di altre notti passate con lui sui monti. Silvio, quanto l’ho sentito vicino: è stato il mio primo amico. Se poi lui ebbe ad allontanarsi da me, ciò non conta: per me Silvio, anche lontano, rimaneva sempre quello che è stato negli anni di vicinanza. La notizia mi ossessionava, come un incubo. Accanto a me era Battista (Vinatzer) e mai come in quel momento l’ho sentito così vicino”.

Agosto 1936. “Chi avesse incontrato sul sentiero del Passo Ombretta ad ora già tarda del mattino due alpinisti, uno claudicante (Castiglioni) e munito di un solido bastoncino, l’altro con un aspetto cadaverico (Detassis) per un potente mal di stomaco, non avrebbe certo indovinato che si recavano all’attacco della famosa parete (la sud della Marmolada)”.

Settembre 1936. “(Provo) sdegno contro la sleale condotta di (Gino) Soldà, sdegno contro gli stupidi obblighi che mi hanno condotto tra le vuote chiacchiere e i pettegolezzi (assemblea del CAAI a Torino) proprio nelle giornate più favorevoli all’ascensione, sdegno contro Bruno (Detassis) che con la sua condotta imprevidente è rimasto spossato più ancora di me; rabbia di aver voluto essere fedele a Bruno, mentre con altri sarei quasi certamente riuscito. Onore al merito e al vincitore (via diretta di Punta Penìa, parete sud Marmolada, cordata Gino Soldà-Umberto Conforto). Non è in me la rabbia del vinto, ma il dolore di un sogno svanito durato due anni”.

Settembre 1936. “In Battista (Vinatzer) più l’avvicino, più ritrovo l’amico che avevo perduto in Celso (Gilberti); la stessa limpida serenità, la stessa gioia di vita. La sera passata noi soli nella Capanna Punta Rocca (Marmolada) è stata dolce per me e per lui, come le sere passate con Celso al Rifugio Padova chiuso, in novembre. A Battista ho potuto raccontare di me ciò che forse non ho mai detto ad alcuno, ciò che è segnato solo su questo diario”.

erra: sulla Marmolada la via tracciata da Giovan Battista Vinatzer e Ettore Castiglioni in 27 ore;

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