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Gli alpinisti si possono ripartire in due gruppi: coloro che eseguono grandi imprese e lo fanno sapere in modo che tutti li conoscono e altri che fanno grandi imprese e non le si lasciano sfuggire perché le sentono esclusivamente proprie Mauro Corona è nato nel 1950 a Erto. Mauro Corona
è solito ripetere di non essere nato in barca. Ma forse non
tutti sanno che in realtà è nato su un carretto, il
9 agosto del 1950. I suoi genitori Domenico “Mene” Corona
e Lucia Filippin detta “Thia” quell’estate vagabondavano
per le valli del Trentino come venditori ambulanti, ed è proprio
sulla strada che dal borgo di Piné portava a Trento che Mauro
ha visto la luce sul carretto dei genitori. Da ragazzo ha lavorato
come boscaiolo e ha cominciato ad intagliare il legno, fino a quando
lo scultore Augusto Murer il geniale artista di Falcade morto nel
1985, intuisce il talento di Mauro e lo accoglie nel suo studio .
Riesce a frequentare solo di tanto in tanto, ma lo fa per dieci anni,
ampliando enormemente le sue conoscenze tecniche e artistiche. Tra
i due nasce una bella amicizia e Murer sarà presente anche
alla prima mostra che Mauro organizza a Longarone. E’ il 1975.
Da allora le esposizioni sono seguite numerose e nei luoghi più
disparati, fino in Svizzera. L’ultima è del 1997, quando
lo Spazio Foyer del Centro Servizi Culturali Santa Chiara di Trento
fu invaso dal Bosco Scolpito di Corona. Ma non è detto che
i viaggi delle sue sculture restino fermi a quella data. ERTO IL CENTRO di arrampicata estrema su una falesia colpita dall'onda del Vajont. Verso i primi
anni '80 Mauro Corona, Giorgio Stanchina e Icio dall'Omo tentano di
scalare un'esposta fessura stapiombante, che prometteva di sfiancare
anche le braccia più allenate. Dopo vari tentativi i tre riescono
a vincere il tratto, dando il nome al tracciato:"Mano di Clown".
Non immaginavano che quelle pareti sarebbero divenute, una delle falesie
più ambite da alpinisti italiani e stranieri. Le rocce di Erto
divennero punto di riferimento. Anzi, Erto, forse è il punto
di ritrovo dei migliori alpinisti più che altrove; un vero
e proprio punto di ritrovo e d'incontro. Sotto i suoi strapiombi tutti
(o quasi tutti) si conoscono, "big" e specialisti. I primi
a tentare di risolvere le ultime vie marziane oppure a fare un buon
fondo di preparazione primaverile, i secondi ad accanirsi per strappare
un (sudatissimo) 7b+ e a far programmi per il prossimo fine settimana
in montagna.
"L'arte è la forza della crezione, della irrazionalità; pochi artisti riescono ad entrare in questa voragine inquitante e galleggiare nell'oblio fino a non toccare la pazzia".Giuseppe Frison Ma torniamo a Mauro Corona ho letto molto attentamente i suoi libri e molte frasi sono profonde, non banali, ti fanno pensare, sagaci come questa:"...e sperare che vada bene...senza perdite...ma sicuramente è un'attrazione molto forte, ed è difficile non ascoltarla...bisogna dire che è tutta fortuna nella vita, e che purtroppo non basta il senno di poi per rimettere le cose apposto...bisogna vivere e inseguire i propri sogni, anche se portano dei rischi...facilmente anche loro inseguivano il sogno della montagna, ma la sfortuna gli ha giocato un brutto scherzo, sicuramente erano consapevoli del probabile pericolo, ma la Montagna è più forte che la paura...io sono caduto scalando un sasso friabile, ma per fortuna sono ancora vivo. sul momento avrei giurato di non più mettere piede in montagna, ma non c'è l'ho fatta..." Mauro Corona
alpinista: Dove trovarlo? Nella sua Erto;va a correre in montagna e porta i figli a scalare oppure nella sua fucina del legno fra le sue opere d'arte. Quando cala la sera a volte lo potete incontrare in osteria che sorseggia un buon rosso con gli amici. A volte più di uno. Il Campanile di Val Montanaia di Mauro Corona
Nelle Dolomiti d’Oltre Piave, in una notte di mezza estate, l’appuntita montagna di calcare ci racconta la sua storia. Mauro Corona è un intervistatore d’eccezione: su di essa ha aperto due vie nuove e, da tempo, ha suonato per la centesima volta la campana di vetta.
E ho trovato in essa quella protezione, quell’affetto
e quella sicurezza che non ho avuto (o forse non ho mai voluto) da
coloro che mi sono stati vicini. Ecco allora che montagne, boschi,
prati, acqua hanno, per "necessità di comunicare"
acquisito pensiero e voce e di conseguenza un loro carattere e una
loro personalità ben definite. Non ho mai incominciato una
scalata,una scultura, una corsa nel bosco, dormito all’aperto
o quant’altro, senza prima aver fatto vivere con la fantasia
la materia con cui venivo a contatto. Forse è un metodo per
sottrarsi alla realtà. Antonin Artaud nel suo libro su Van
Gogh afferma "Nessuno ha mai scritto o dipinto, modellato, costruito,
inventato se non per uscire di fatto dall’inferno". Ho
conosciuto in questo modo e nel corso degli anni montagne altezzose
situate in California, imbronciati e poco socievoli picchi nella fredda
Groenlandia. Qui da noi ho chiacchierato con la seriosa Civetta (ora
non più cattiva come vent’anni fa). Con la vanitosa Marmolada
che si crede la Claudia Schiffer delle cime, o con la signora Tofana
che è convinta di esser nobile solo perché vive a Cortina.
E così via con centinaia di monti. A uno di questi però
sono rimasto particolarmente affezionato e col quale recentemente
ho avuto un lungo colloquio: il Campanile di Val Montanaia. Volevo
conoscere la sua storia e così sono andato a trovarlo. Ho trascorso
la notte ai suoi piedi. Una notte di marzo ancora fredda, ma che lasciava
già intuire i segnali della primavera imminente. Dal sacco
a pelo vedevo il suo profilo scuro. Seguivo con la fantasia le linee
di salita che negli anni hanno segnato i suoi fianchi. Generazioni
di alpinisti lo hanno avvicinato e accarezzato la sua roccia. Con
gioia, con timore, con paura. Qualcuno l’ha pure odiato. Un
simpatico e famoso alpinista friulano disse un giorno: "Scalerò
quel ridicolo C… di pietra solo quando avrò ottant’anni".
Beato lui che è convinto di invecchiare. Tirai un sorso dalla
borraccia della grappa e incominciai: "Raccontami della prima
volta".
"Quando vidi due triestini non mi meravigliai" disse il Campanile. O meglio parlò la sua anima, quella che vive dentro di lui. "Avevo visto giorni prima movimenti strani e della gente che guardava insistente verso la mia cima. Erano i simpatici Cozzi e Zanutti e mi sarebbe piaciuto fossero loro i primi a salire sulla mia vetta". "E invece?" "Accadde che erano arrivati al termine della fessura, sotto al ballatoio. Pensa che segnavano col gesso tutti i passaggi difficili per poterli ricordare". "E poi?"
Lo ebbi per ore tra i piedi. Girava di qua, di là, da est a ovest. Era già tardi quando si spostò dietro di me, verso nord". "Ma salì o non salì lo strapiombo famoso?" – chiesi impaziente "Senti, io lo vidi che stava armeggiando con qualcosa poi improvvise s’alzarono fitte nebbie che lo nascosero completamente. Lo rividi verso sera, scalzo, che vagava attorno al ballatoio tutto agitato". "Ho capito , neanche tu vuoi sbilanciarti. Eppure sei l’unico che può sapere la verità sulla storia di Casara". "Ti ripeto, le nebbie".
"Va bene, va bene". "Aspetta – disse il monte – Prima di lui su quel tratto di roccia vi avevano provato i fratelli Fantoni: Umberto, Paolo e Luisa assieme a Bleier e Schroffenegger. Erano "montati" in quattro uno sull’altro per arrivare a piantare i chiodi nella fessurina. Non ti dico quanto ho riso nel vederli così, goffamente l’uno sulle spalle dell’altro. E Schroffenegger che bestemmiava di far presto mentre sosteneva sulla schiena il peso degli altri tre. "Però" commentai "che coraggio e che intuizione ebbero quelli se pensi che erano nel 1913". Dopo una breve pausa e un sorso di grappa chiesi ancora: "E Piaz?" "Piaz non si interessò mai a me se non per farmi conoscere i suoi clienti. Portava su della gente o gli amici. Bestemmiava di continuo e maltrattava le donne che erano con lui. Un giorno, era mi pare nel 1906, stufo di scendere sempre per la via di salita preferì calarsi giù dal nord con una "volata" nel vuoto di 40 metri. Era proprio un diavolo quello!" "E dopo?" "Ma sai dopo veniva ogni tanto qualcuno a trovarmi sempre seguendo però la via dei primi salitori. Ma un giorno nell’autunno del 1928 capitarono a farmi visita due bellunesi: Zanetti e Patrizzi. Bravi e veloci salirono da ovest per quella spaccatura di destra che porta al pulpito Cozzi. E che coraggio dimostrò -mi pare- Zanetti? (O fu Parizzi? Beh non mi ricordo bene ma mi pare fosse il primo), nel superare la fessura senza chiodi. Poi venne Tissi. Era il 1930. Tissi, con Zanetti e Zancristoforo, voleva ripetere la via di Casara per capirci qualcosa. Aveva classe quello. Anche nella persona. Taciturno e deciso. Dalla fessura però salì troppo in alto. Dovette perciò attraversare a destra fino alte rocce facili. Fece in questo modo, quasi senza saperlo, una via nuova, pochi metri sopra la Casa
Sempre sul mio lato est ma verso sinistra, ci provarono nel … ‘38 Comici e il suo amico Casara. Il triestino arrivò fin sotto la fessura nera e quasi sempre bagnata. Fu più che altro un’ispezione, poiché sono sicuro che tecnicamente Comici sarebbe stato in grado di venir su. Senza problemi. Ci si mise poi anche la pioggia e i due tornarono a casa. Era destino però che fossero i triestini a firmare quella via. Infatti nel … ‘55 Spiro Dalla Porta Xidias e Pono Cetin completarono, (con un tribolato bivacco) l’itinerario tentato da Comici 17 anni prima. Voglio ricordarti che Spiro Dalla Porta Xidias era anche stato il primo a venirmi a trovare d’inverno. Infatti nel febbraio del … ‘44 con il suo amico e maestro Ezio Rocco venne su per gli strapiombi Nord". Ad un certo punto devo essermi addormentato perché non sentivo più la voce del racconto. Ma verso le tre del mattino il Campanile mi svegliò lanciando sul ghiaione un "pezzetto" del suo corpo di pietra provocando un gran fracasso. "Allora vuoi sentire il seguito della mia vita o no?" Disse risentito. "Certo", risposi, colto di sorpresa. "Scusami sai ma ho sorseggiato un po’ dalla bottiglia … devo essermi appisolato". Riprese: "Nell’esempio di Carlesso i Pordenonesi incominciarono a cercare nuove vie in questa zona. Fu così che un giorno nell’estate del … Dino Ulian e Carlo Scaramuzza deposero i loro zaini sotto il mio lato ovest. Puntarono dritti alla spaccatura sulla sinistra della parete. Arrivarono alla nicchia del camino Saar dopo aver superato circa 150 metri di parete a strapiombo. "Scusa, perché lo chiami camino Saar?" domandai incuriosito "Quando tutto il mondo alpinistico conosce quel passaggio come camino Glanwell?". Perché fu Carl Gunter Von Saar a superarlo da primo e non Glanwell!!! Ed è giusto dare a Cesare quello che è di Cesare". Rispose irato il Campanile. "Sai – dissi per calmarlo – che Dino Ulian adesso che è in pensione ha ripreso ad arrampicare seriamente?" "Lo immaginavo! Da uno come lui me lo aspettavo. Ce l’ha proprio nel sangue quello!" Rispose un po’ più calmo. E dopo cosa ti è capitato di nuovo?" Chiesi da finto tonto, poiché sapevo che a questo punto avrebbe dovuto esprimersi sulle mie due vie nuove. "A te sarebbe da bastonarti", disse serio, "la via che hai fatto a ovest con Carratù e Giordani è stato un puro gesto di ambizione". "Ambizione?!" Risposi perplesso. "Si, ambizione! Volevi entrare anche tu nel libro della mia vita; o meglio volevi apparire nel nuovo libro che Spiro Dalla Porta Xidias sta scrivendo su di me" (anno 1994 vedi copertina in figura n.d.r.). "No, non è vero! Quando l’ho aperta non sapevo che Spiro pensasse al libro". "Bugiardo! Non ne eri sicuro ma sentivi la "voce" di una nuova edizione del vecchio volume del triestino e hai voluto riservarti una pagina". Devo essere arrossito ma nel buio forse non s’è ne accorto.
E tu lo sai benissimo che non serviva perché una spanna più in là sarebbero entrati i chiodi normali". "Ognuno fa quello che gli pare – ribattei – ma con gli spit è come entrare nel castello della paura di Gardaland. Vi sono mostri, spettri, streghe e fantasmi a volontà. Ma la paura che provi è fatta anch’essa di plastica. Finta, ridicola, e falsa. E alla fine esci piacevolmente dal tunnel, a sorseggiarti la Coca-Cola". "Va bè dai, lasciamo perdere e raccontami qualche aneddoto". Risposi facendo finta di niente ma in cuor mio felicissimo del suo tagliente giudizio. "Aneddoti ce ne sarebbero da farci sopra un libro: di belli e di brutti, di comici e di drammatici. Non dirmi che non ricordi di quando incrociasti Cassin col figlio Tono? O di quella volta che trovasti in vetta Messner con gli allievi della scuola di roccia di Monaco? O di quando incontrasti Gaston Rebuffat?" "Certo che ricordo. E ogni volta per timidezza non ebbi il coraggio di salutarli. Quelli erano i miti di allora – sentenziò il monte – e voi eravate un po’ più umili di adesso". Voglio raccontarti un segreto – riprese sottovoce – "una volta due amici tuoi mentre preparavano la manovra per la lunga calata in corda doppia sbagliarono qualcosa. Con guizzo improvviso le loro corde scivolarono giù dalla parete aggrovigliandosi sul terrazzo 40 metri sotto. Avresti dovuto vedere le loro facce! E si accusavano l’un l’altro dell’errore scambiandosi titoli irripetibili prima che sui loro volti comparissero vergogna e paura. Ma la fortuna aiuta non solo gli audaci ma anche gli sprovveduti. Una cordata di morosi saliti su di qua a ore tarde li trasse d’impaccio senza tanto clamore e risparmiandogli l’onta dell’elicottero". "Dimmi chi sono – pregai cinico – no, non è bello né corretto! Anche se meriterebbero una lezione. Poiché in quanto a cinismo ed egoismo quei due sono dei veri campioni". "Adesso vorrei farti io una domanda che mi tormenta da parecchi anni" Disse con aria indagatrice il Campanile. "Sentiamo". Risposi incuriosito. "Vuoi spiegarmi perché sei venuto sulla mia cima per 94 volte?" (articolo del 1994 n.d.r.) "Innanzitutto perché voglio arrivare a 100 (oggi inizio 2001 traguardo arrivato e superato). L’hai detto tu che sono ambizioso no? Secondo perché incontro sempre gente che vuole venirti a trovare per la prima volta e mi chiede di accompagnarli. Terzo perché mi diverto e ogni volta non è mai uguale alla precedente. E quarto, che ci creda o no, perché mi sono affezionato alle tue strambe pareti che vanno in su a cono di gelato". La montagna sorrise e riprese a raccontare. "Mi vengono in mente quei tipi del Basso Friuli che nel febbraio di 5 anni fa sbandierarono ai quattro venti la loro salita invernale"
"Verso Natale mi fu recapitato a casa un pesante pacco. Conteneva una moderna macchina per scrivere. Il biglietto d’auguri recava impresso il nome del Tedesco. Scoprii così non senza sorpresa che il mio occasionale compagno era un facoltoso costruttore di macchine da scrivere". All’improvviso la voce della montagna mutò in una sonora risata. "Perché ridi adesso?" domandai. "Mi viene in mente la macchina da scrivere! A te!!! E’ come regalare un’enciclopedia a un vecchietto analfabeta. E come vuoi ridere di quella volta che venisti su con Bruno De Donà? In cima vi siete scolati un bottiglione di vino e poi non eravate più capaci di scendere. Adesso basta però, sennò andiamo avanti fino a primavera". "Sì – risposi - è meglio smettere coi ricordi e pensare alle future scalate. Ad esempio ci starebbe una via nuova sul tuo spigolo sud ovest". "Ma lascia perdere! Non ne hai ancora abbastanza di vie nuove sulla mia pelle? E poi sai benissimo che vorrebbe farla quel tuo amico di Pordenone. Sei sempre il solito egoista? Pensa invece a venire su un giorno con il vecchio Carlesso. Ricordi che l’anno scorso ti chiese di accompagnarlo (forse) per un’ultima salita?"
Chissà!!! Tutto questo sarebbe molto bello, ma ciò che faremo in futuro non dipende solamente da noi. NOTA: Crediamo che nessuno, meglio dell’amico Mauro,
potesse raccontare la storia del Campanile di Val Montanaia. Curiosità: da repubblica 25giugno,elaborato |
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Le Tre Cime di Lavaredo Dalla francese La Meje e dal Monte Bianco, si sposterà verso il Cervino e fino a Pergalia, nel Ticino. Quindi rotta sull’Ortles, poi verso le Dolomiti di Fanes, Colle Santa Lucia e il Civetta, il Totesgebirge nell’Alta Austria, le Alpi carniche e Triglav, in Slovenia. Incontri, conferenze, escursioni con la gente del posto, giornate di studio. (segue nelle pagine successive) Dalla prossima estate, tra Val Venosta e Agordino, ogni anno accompagnerà una carovana di cento cavalli. « Come una transumanza - dice - per affermare che le montagne sono lentezza. Non sono infinite : tornano deserto, si inabissano nel mare come sabbia, spinte dal vento. E poi riemergono ». La via di Corona passa invece per le alture meno scoperte. La valle dei Mocheni e il Primiero, le Dolomiti di Sesto e le Odle, la val Cimoliana e l’Alpago, le Alpi Giulie, lo Jof-Fuart, sopra Valbruna. Solo alla fine i villaggi dei Grigioni, i pascoli sotto il Bernina e le vallette laterali del monte Rosa. « Un sanatorio - indica sul taccuino dove ha segnato il suo segreto percorso - per esseri urbani ormai impazziti ». Dopo il successo di L’ombra del bastone, ha appena consegnato le bozze del nuovo romanzo. È un’altra tappa della saga di Erto, paese condannato al dolore del Vajont, « Ma il mio viaggio - avverte - passa basso. Non è alpinismo, nostalgia, eroismo bellico, letteratura ed enfasi filosofica. È un pugno nello stomaco per i politici senza idee, che da Roma e Bruxelles umiliano popoli e luoghi che non conoscono ». I loro passi muovono così contro il traffico
dei Tir, gli annunciati supertunnel e l’alta velocità
della Tav. « Ciò che resta - dicono - dopo lo spopolamento
». Per questo, come veicolo per andare lontano, hanno scelto
i piedi. « Le Alpi - spiega Corona - restano un bicchiere grosso
all’osteria, case rade con i camini che fumano, i prati rasati
dalle vacche e subito i missili di pietra oltre il cielo. Se manca
questo, non esistono ». Un patrimonio incalcolabile : agricoltura,
paesaggio, turismo, energia elettrica, storia. « Parliamo di
economia Nei paesi trascinano una domanda : « Volete un futuro per l’arco alpino ? ». Perché questo è il punto : al culmine storico del benessere, il sistema delle Alpi frana. « Far passare migliaia di treni a trecento chilometri all’ora in Val di Susa - dice Messner - causerà un inferno. Sfrecceranno vagoni carichi di camion, ma lassù non resteranno più persone ». Lo stesso vale per il tunnel di base del Brennero. Merci e passeggeri insieme, sotto terra, da Monaco a Verona. L’opera del secolo, per l’Europa. « Gli imprenditori continueranno a far partire i Tir su strade del 1901 - frena il compagno di lotta di Alex Langer e Cohn Bendit - : chi viaggia non capirà di attraversare un mondo dove vale la pena sostare ». Da spiriti liberi, Corona e Messner camminano però
anche contro i « no cronici » di Verdi e parte della sinistra.
E contro i no global. « Non si tratta di non fare - dice Corona
- ma di anteporre il rispetto per chi sulle Alpi abita. L’ultima
parola deve pronunciarla chi vive qui ». Dalla Val di Susa e
dal Brennero l’appello è chiaro : « Avere l’umiltà
di cambiare progetti sovradimensionati e inutili ». «
Governi nazionali e Ue - spiega Messner - approvino prima leggi coerenti.
Vietino il transito alpino dei Tir a lunga percorrenza. I tunnel,
altrimenti, chiuderanno per bancarotta ». Segretamente partito,
il « viaggio a piedi sulle Alpi » rivela il suo profilo.
All’inizio del secolo delle telecomunicazioni, non è
il cedimento a grembiule blu e braghe alla zuava. È l’opposto
: una provocazione culturale, la « ricerca di risposte nuove
». Nel gruppo dell’Adamello, enorme riserva d’acqua,
Messner e Corona rilanciano la sfida energetica dell’alta quota.
« Oltre al paesaggio Colpisce, nelle soste, il disincanto popolare. Il primo uomo salito sull’Everest senza ossigeno procede da Ovest. L’allievo di Murer, conquistatore di trecento nuove vie di roccia, marcia da Est. Mondi, storia e livelli di sviluppo diversi. Entrambi però, ai piedi del Badile o sulla Mauria, si sentono ripetere lo stesso allarme : « Chi decide il destino delle Alpi, non le conosce ». « Monta un’ostilità profonda - dice Messner -. Ma se apri una falegnameria ti denunciano, comprare mucche è vietato per legge, vendere una lucanica fatta in casa è reato, se tagli un albero ti arrestano. L’ottanta per cento dei contributi Ue finisce a imprese agricole da oltre mille ettari : per le Alpi è la condanna a morte ». Non resta che il turismo, a patto che ignori la civiltà alpina. « In montagna - dice Corona - senza sci e cabinovia non si va più. Puoi non falciare i prati e non mantenere i sentieri, ma non stare senza sauna e piscina. Sulle Dolomiti ottieni fondi per il centro wellness, non per una scuola d’artigianato : a Ortisei ci sono più bagnini che intagliatori e guide alpine ». Burocrazia centralista e vecchie leggi per l’industria vengono applicate in villaggi da dieci abitanti, nei masi che i vecchi rifiutano di abbandonare. È questa la « questione alpina » che soffia in Francia, Svizzera, Austria, Italia e Slovenia : la sfiducia nella politica che definisce « interesse generale » la quotazione delle multinazionali e « opportunismo particolare » le necessità della gente. « Sono di sinistra - dice Messner - ma dopo i ritiri nei monasteri umbri, vorrei che Prodi riunisse una volta il governo in un villaggio alpino. Chiarirebbe molti equivoci ». Può sembrare eccentrico, ma il caso dell’orso
è emblematico. Politici e ambientalisti applaudono alla reintroduzione.
I montanari sono pronti a imbracciare la doppietta. « Slovenia
a parte L’orso viaggia piano, non è sciocco. Sa perché ha allontanato la tana dalle Alpi. Impiega secoli a tornare, non prende la Tav. Gli innesti forzati rivelano l’ipocrisia di amministrazioni costrette a fingere di aver conservato un ambiente che non c’è più ». Nessuno intanto, si accorge che in montagna sono tornati i cervi, i cinghiali, le aquile, i galli cedroni. Seguendo richiami misteriosi, popolano zone mai battute. Il pellegrinaggio annuncia un libro bianco imbarazzante. Poche parole d’ordine, la retorica della vittoria e della fatica, il « mai più » dei talk-show davanti ai cataclismi, il romanticismo dei manuali d’arrampicata, hanno scavato solchi invalicabili. « Sulle creste - dice Messner - per primi sono comparsi gli ometti di pietre. Li hanno sostituiti le croci, infine il filo spinato. La vertigine oggi sale dal non sapere quale valore marcherà questi territori ». Sotto il Cervino, l’uomo che pascola gli yak in val Senales scopre che in val d’Aosta il latte arriva da Parma. Negli alberghi della Valtellina viene servito burro danese. Corona, a Cortina, mangia i mirtilli surgelati della Nuova Zelanda. Scopre che lo speck pusterese si fa con maiali olandesi, che per le sculture gardenesi si usa legname russo, che la produzione artigianale della ceramica è stata spostata in Cina. I « percorsi secondari » di Messner e Corona
riservano l’incontro con villaggi abbandonati e comunità
devastate. ria di fallimenti che genera deserti. Ti sposti venti chilometri
da Madonna di Campiglio e già sei nel vuoto. « Più
che i turisti - dice Messner È così a Cimolais, un volo di corvo dal
suo laboratorio, che Corona raccoglie l’appello di famiglie
decise a cambiare : introdurre nelle scuole l’ora di «
civiltà dell’ambiente ». « Non sappiamo più
vivere Luci spente per troppo olio. Come la storia delle stelle alpine, narrata da un contadino della Galvana. « Da ragazzo ne falciavo a prati - racconta Achille De Giambòn - se ne regalavo un mazzo a una ragazza, arrossiva. I gas urbani le hanno spinte più in alto. Sono state vietate : se mio figlio stasera ne offre una alla morosa, si becca del coglione ». La domanda di misura cresce pure nei rifugi. «
Riaprire le malghe è impossibile da repubblica 25giugno,elaborato |
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