Mauro Corona

Gli alpinisti si possono ripartire in due gruppi: coloro che eseguono grandi imprese e lo fanno sapere in modo che tutti li conoscono e altri che fanno grandi imprese e non le si lasciano sfuggire perché le sentono esclusivamente proprie

Mauro Corona è nato nel 1950 a Erto.

Mauro Corona è solito ripetere di non essere nato in barca. Ma forse non tutti sanno che in realtà è nato su un carretto, il 9 agosto del 1950. I suoi genitori Domenico “Mene” Corona e Lucia Filippin detta “Thia” quell’estate vagabondavano per le valli del Trentino come venditori ambulanti, ed è proprio sulla strada che dal borgo di Piné portava a Trento che Mauro ha visto la luce sul carretto dei genitori. Da ragazzo ha lavorato come boscaiolo e ha cominciato ad intagliare il legno, fino a quando lo scultore Augusto Murer il geniale artista di Falcade morto nel 1985, intuisce il talento di Mauro e lo accoglie nel suo studio . Riesce a frequentare solo di tanto in tanto, ma lo fa per dieci anni, ampliando enormemente le sue conoscenze tecniche e artistiche. Tra i due nasce una bella amicizia e Murer sarà presente anche alla prima mostra che Mauro organizza a Longarone. E’ il 1975. Da allora le esposizioni sono seguite numerose e nei luoghi più disparati, fino in Svizzera. L’ultima è del 1997, quando lo Spazio Foyer del Centro Servizi Culturali Santa Chiara di Trento fu invaso dal Bosco Scolpito di Corona. Ma non è detto che i viaggi delle sue sculture restino fermi a quella data.
Alpinista e arrampicatore, ha aperto itinerari sulle Dolomiti d'Oltre Piave e collaborato, insieme all'Associazione Tina Merlin, alla realizzazione del film di Renzo Martinelli Vajont, girato negli stessi luoghi raccontati in tutti i suoi libri seguiti all'esordio narrativo del 1997 con Il volo della martora. Erto, il paese che con Casso è legato alla più grande tragedia civile italiana, quella del Vajont che, nel 1963, quando Mauro aveva appena tredici anni, spazzò via in una notte un intero paese e tutti i suoi abitanti.
Con un'esperienza del genere, si fa presto a diventare essenziali, schivi, senza peli sulla lingua, a rifuggire gli estranei, a non concedere niente alla forma e alle false buone maniere ad essere sempre pronti ad andare a verificare la verità dell'altro.
Con un'esperienza del genere, si fa presto a capire che all'uomo è necessario imparare ad ascoltare i messaggi della natura, se vuole non esserne vinto, perché si fa presto anche a capire che la natura ha una forza e una potenza che solo lo stolto può credere di poter piegare alle sue voglie senza pagarne o farne pagare le conseguenze. Dal padre gli deriva l'amore per la montagna.

ERTO IL CENTRO di arrampicata estrema su una falesia colpita dall'onda del Vajont.

Verso i primi anni '80 Mauro Corona, Giorgio Stanchina e Icio dall'Omo tentano di scalare un'esposta fessura stapiombante, che prometteva di sfiancare anche le braccia più allenate. Dopo vari tentativi i tre riescono a vincere il tratto, dando il nome al tracciato:"Mano di Clown". Non immaginavano che quelle pareti sarebbero divenute, una delle falesie più ambite da alpinisti italiani e stranieri. Le rocce di Erto divennero punto di riferimento. Anzi, Erto, forse è il punto di ritrovo dei migliori alpinisti più che altrove; un vero e proprio punto di ritrovo e d'incontro. Sotto i suoi strapiombi tutti (o quasi tutti) si conoscono, "big" e specialisti. I primi a tentare di risolvere le ultime vie marziane oppure a fare un buon fondo di preparazione primaverile, i secondi ad accanirsi per strappare un (sudatissimo) 7b+ e a far programmi per il prossimo fine settimana in montagna.
Va poi sottolineato come oltre all'ormai famoso settore centrale esistano - immediatamente a destra dei grandi strapiombi - tutta una serie di monotiri di più recente fattura. E' l'area simpaticamente identificata come "no big" che offre difficoltà dal terzo grado al 7a+, su un'ottima roccia grigia per lo più appoggiata.
Anch'io, curioso del luogo mi sono cimentato a salire alcuni tracciati. Ho iniziato con la via "Se non passi di qui Vendi Tutto" 5c e altre senza mancare "Mano di Clown".

La palestra di roccia alla diga del Vajont (Erto) è nata nel 1978 da un’intuizione di Italo Filippin che la passò a Mauro Corona il quale la realizzò lavorandovi per circa 15 anni. L'uomo, Mauro Corona, non l'ho mai visto anche se volevo. Esssendo anch'io un'artista di scultore di vetro mi avrebbe fatto piacere traccanare qualche bicchiere in sua compagnia. A proposito mi dicono che i "Ragazzi dello zoo di Erto": Sandro Neri, Icio Dall'Omo, Gigi dal Pozzo che letteralmente hanno creato questi mitici strampiombi, li hanno amati e... se li sono sudati! Potrete ancora incontrarli nelle belle giornate d'autunno e primavera, periodi ideali per arrampicare ad Erto,ma anche con il sole delle belle giornate d'inverno. Un'ultima dritta: occhio all'umidità, l'aderenza è fondamentale sui lucidi appoggi di questa falesia. Mauro Corona all'invito di un buon auspicio  con un'ombra

"L'arte è la forza della crezione, della irrazionalità; pochi artisti riescono ad entrare in questa voragine inquitante e galleggiare nell'oblio fino a non toccare la pazzia".Giuseppe Frison

Ma torniamo a Mauro Corona ho letto molto attentamente i suoi libri e molte frasi sono profonde, non banali, ti fanno pensare, sagaci come questa:"...e sperare che vada bene...senza perdite...ma sicuramente è un'attrazione molto forte, ed è difficile non ascoltarla...bisogna dire che è tutta fortuna nella vita, e che purtroppo non basta il senno di poi per rimettere le cose apposto...bisogna vivere e inseguire i propri sogni, anche se portano dei rischi...facilmente anche loro inseguivano il sogno della montagna, ma la sfortuna gli ha giocato un brutto scherzo, sicuramente erano consapevoli del probabile pericolo, ma la Montagna è più forte che la paura...io sono caduto scalando un sasso friabile, ma per fortuna sono ancora vivo. sul momento avrei giurato di non più mettere piede in montagna, ma non c'è l'ho fatta..."

Mauro Corona alpinista:
Alpinista e arrampicatore fortissimo, Mauro Corona ha aperto trecento nuovi itinerari di roccia sulle Dolomiti d'Oltre-Piave. Appena tredicenne in agosto scala il monte Duranno ed è del 1968, a diciotto anni, la prima via aperta sulla Palazza.

Dove trovarlo?

Nella sua Erto;va a correre in montagna e porta i figli a scalare oppure nella sua fucina del legno fra le sue opere d'arte. Quando cala la sera a volte lo potete incontrare in osteria che sorseggia un buon rosso con gli amici. A volte più di uno.

Il Campanile di Val Montanaia

di Mauro Corona

Nelle Dolomiti d’Oltre Piave, in una notte di mezza estate, l’appuntita montagna di calcare ci racconta la sua storia. Mauro Corona è un intervistatore d’eccezione: su di essa ha aperto due vie nuove e, da tempo, ha suonato per la centesima volta la campana di vetta.

Tutto quello che esiste sulla terra animato o inanimato che sia, l’uomo, gli animali, gli alberi, le rocce, l’acqua, le nubi, i prati , la neve, i deserti, le montagne, possiede una sua vita propria. Quindi anche un’anima che spesso comunica con noi. Molti non sono convinti di questo, altri navigano nel dubbio, la maggioranza non ci crede affatto. Forse coloro che s’aggrappano alla convinzione di credere sono spinti da ombre di solitudine, da incapacità di comunicare con gli altri, dalla paura della vita, della morte, dei giorni che passano, dalla noia. Ombre che non danno pace e che portano i più sensibili o fortunati a cercare nella natura la tranquillità che non trovano nel branco. Molti giovani pieni di illusioni affidano i loro pensieri al diario personale; classico esempio di come un oggetto possa animarsi e diventare amico. Personalmente non ho mai tenuto diari di carta, neanche ai tempi del "Don Bosco" quando quest’usanza era quasi obbligatoria. Fin da fanciullo ho affidato i miei problemi alle pagine di quel grande libro bianco che la natura mi offriva.
E ho trovato in essa quella protezione, quell’affetto e quella sicurezza che non ho avuto (o forse non ho mai voluto) da coloro che mi sono stati vicini. Ecco allora che montagne, boschi, prati, acqua hanno, per "necessità di comunicare" acquisito pensiero e voce e di conseguenza un loro carattere e una loro personalità ben definite. Non ho mai incominciato una scalata,una scultura, una corsa nel bosco, dormito all’aperto o quant’altro, senza prima aver fatto vivere con la fantasia la materia con cui venivo a contatto. Forse è un metodo per sottrarsi alla realtà. Antonin Artaud nel suo libro su Van Gogh afferma "Nessuno ha mai scritto o dipinto, modellato, costruito, inventato se non per uscire di fatto dall’inferno". Ho conosciuto in questo modo e nel corso degli anni montagne altezzose situate in California, imbronciati e poco socievoli picchi nella fredda Groenlandia. Qui da noi ho chiacchierato con la seriosa Civetta (ora non più cattiva come vent’anni fa). Con la vanitosa Marmolada che si crede la Claudia Schiffer delle cime, o con la signora Tofana che è convinta di esser nobile solo perché vive a Cortina. E così via con centinaia di monti. A uno di questi però sono rimasto particolarmente affezionato e col quale recentemente ho avuto un lungo colloquio: il Campanile di Val Montanaia. Volevo conoscere la sua storia e così sono andato a trovarlo. Ho trascorso la notte ai suoi piedi. Una notte di marzo ancora fredda, ma che lasciava già intuire i segnali della primavera imminente. Dal sacco a pelo vedevo il suo profilo scuro. Seguivo con la fantasia le linee di salita che negli anni hanno segnato i suoi fianchi. Generazioni di alpinisti lo hanno avvicinato e accarezzato la sua roccia. Con gioia, con timore, con paura. Qualcuno l’ha pure odiato. Un simpatico e famoso alpinista friulano disse un giorno: "Scalerò quel ridicolo C… di pietra solo quando avrò ottant’anni". Beato lui che è convinto di invecchiare. Tirai un sorso dalla borraccia della grappa e incominciai: "Raccontami della prima volta".

"Quando vidi due triestini non mi meravigliai" disse il Campanile. O meglio parlò la sua anima, quella che vive dentro di lui. "Avevo visto giorni prima movimenti strani e della gente che guardava insistente verso la mia cima. Erano i simpatici Cozzi e Zanutti e mi sarebbe piaciuto fossero loro i primi a salire sulla mia vetta". "E invece?"

"Accadde che erano arrivati al termine della fessura, sotto al ballatoio. Pensa che segnavano col gesso tutti i passaggi difficili per poterli ricordare".

"E poi?"

"Poi s’intestardirono a salire dritti e non cercarono qualche metro a sinistra ove nasce la cengetta che facilita il passare". "Ma diamine potevi aiutarli no? Suggerirgli qualcosa, dar loro la dritta!!!" "Fui tentato di farlo ma non ne ebbi il tempo. Loro scesero precipitosamente con l’idea però di tornare di lì a pochi giorni. Invece finì come finì".

"Come?" "Cozzi e Zanutti scesero a Cimolais e presero alloggio alla locanda "Angioletta" e non come si è detto all’osteria Duranno. Qui, forse complice la stanchezza, si lasciarono andare al piacere di un buon bicchiere di vino. Durante la serata furono avvicinati da due signori eleganti e molto educati che parlavano foresto. Con stile e arguzia i due nuovi arrivati si fecero spiegare dai triestini metro per metro il tratto d’intinerario da loro percorso sul mio lato sud. Glanwell e Saar (questi i nomi dei due birbanti) avevano già individuato giorni prima, col binocolo,dalla cima Toro, la cengetta del passo "chiave". Ricevute le istruzioni necessarie dagli ignari triestini non fu loro difficile fare due più due!!! Pochi giorni dopo sentivo i tedeschi che esultavano sulla mia vetta. Mi pare che era settembre nel 1902".

"Ostia peccato però" bofonchiai, "Eh sì" rispose il Campanile "Cozzi non prese bene. Quella "svista" sarà la spina nel fianco che lo tormenterà per il resto dei suoi giorni".

"E di Casara cosa puoi dirmi? Sai che ci fu quella lunga polemica … "

"Ah il romantico Casara!!! Venne un giorno di fine estate nel 1925. Un pomeriggio malinconico e piovoso.

Lo ebbi per ore tra i piedi. Girava di qua, di là, da est a ovest. Era già tardi quando si spostò dietro di me, verso nord".

"Ma salì o non salì lo strapiombo famoso?" – chiesi impaziente "Senti, io lo vidi che stava armeggiando con qualcosa poi improvvise s’alzarono fitte nebbie che lo nascosero completamente. Lo rividi verso sera, scalzo, che vagava attorno al ballatoio tutto agitato".

"Ho capito , neanche tu vuoi sbilanciarti. Eppure sei l’unico che può sapere la verità sulla storia di Casara".

"Ti ripeto, le nebbie".

 

"Va bene, va bene".

"Aspetta – disse il monte – Prima di lui su quel tratto di roccia vi avevano provato i fratelli Fantoni: Umberto, Paolo e Luisa assieme a Bleier e Schroffenegger. Erano "montati" in quattro uno sull’altro per arrivare a piantare i chiodi nella fessurina. Non ti dico quanto ho riso nel vederli così, goffamente l’uno sulle spalle dell’altro. E Schroffenegger che bestemmiava di far presto mentre sosteneva sulla schiena il peso degli altri tre. "Però" commentai "che coraggio e che intuizione ebbero quelli se pensi che erano nel 1913". Dopo una breve pausa e un sorso di grappa chiesi ancora: "E Piaz?"

"Piaz non si interessò mai a me se non per farmi conoscere i suoi clienti. Portava su della gente o gli amici. Bestemmiava di continuo e maltrattava le donne che erano con lui. Un giorno, era mi pare nel 1906, stufo di scendere sempre per la via di salita preferì calarsi giù dal nord con una "volata" nel vuoto di 40 metri. Era proprio un diavolo quello!"

"E dopo?"

"Ma sai dopo veniva ogni tanto qualcuno a trovarmi sempre seguendo però la via dei primi salitori. Ma un giorno nell’autunno del 1928 capitarono a farmi visita due bellunesi: Zanetti e Patrizzi. Bravi e veloci salirono da ovest per quella spaccatura di destra che porta al pulpito Cozzi. E che coraggio dimostrò -mi pare- Zanetti? (O fu Parizzi? Beh non mi ricordo bene ma mi pare fosse il primo), nel superare la fessura senza chiodi. Poi venne Tissi. Era il 1930. Tissi, con Zanetti e Zancristoforo, voleva ripetere la via di Casara per capirci qualcosa. Aveva classe quello. Anche nella persona. Taciturno e deciso. Dalla fessura però salì troppo in alto. Dovette perciò attraversare a destra fino alte rocce facili. Fece in questo modo, quasi senza saperlo, una via nuova, pochi metri sopra la Casa

"Tu continui a chiamarla la "Casara" – dissi per provocarlo – ma se non l’hai visto a scalare?"

"Beh è solo per capirci meglio e non fare confusione". Rispose lo spirito astuto del Campanile. Poi riprese a raccontare: "Nel … 59 mi ritrovai dietro alla schiena due simpatici personaggi. L’uno di Murano: Plinio Toso, maestro vetraio e pescatore, l’altro, che non pesava più di 40 chili, era Bepi Faggian di Pordenone. Lavorarono per più giorni con staffe e chiodi ma toccarono il ballatoio con una via diretta al centro della parete nord".

"E Carlesso quando arrivò?"

"Carlesso era venuto su più volte. Poi nel 1961 s’era rotto le scatole di sentire parlare di me e dei miei fianchi inaccessibili. Volle così lasciarmi il suo ricordo sul lato destro della parete est. A dire il vero ci aveva provato una prima volta con Bepi Faggian quello di 40 chili. Ricordi? Arrivarono fino a metà parete. Ritornò quindi con De Zanna e finì la sua via sul ballatoio. Piantò molti chiodi allora Carlesso. Sai aveva ormai una certa età. Occorre però riconoscergli l’occhio del grande alpinista e il "fegato nel progettare una strada così ardua per venirmi a trovare". "Ah dimenticavo di dirti di una scalata importante.

Sempre sul mio lato est ma verso sinistra, ci provarono nel … ‘38 Comici e il suo amico Casara. Il triestino arrivò fin sotto la fessura nera e quasi sempre bagnata. Fu più che altro un’ispezione, poiché sono sicuro che tecnicamente Comici sarebbe stato in grado di venir su. Senza problemi. Ci si mise poi anche la pioggia e i due tornarono a casa. Era destino però che fossero i triestini a firmare quella via. Infatti nel … ‘55 Spiro Dalla Porta Xidias e Pono Cetin completarono, (con un tribolato bivacco) l’itinerario tentato da Comici 17 anni prima. Voglio ricordarti che Spiro Dalla Porta Xidias era anche stato il primo a venirmi a trovare d’inverno. Infatti nel febbraio del … ‘44 con il suo amico e maestro Ezio Rocco venne su per gli strapiombi Nord".

Ad un certo punto devo essermi addormentato perché non sentivo più la voce del racconto. Ma verso le tre del mattino il Campanile mi svegliò lanciando sul ghiaione un "pezzetto" del suo corpo di pietra provocando un gran fracasso.

"Allora vuoi sentire il seguito della mia vita o no?" Disse risentito.

"Certo", risposi, colto di sorpresa. "Scusami sai ma ho sorseggiato un po’ dalla bottiglia … devo essermi appisolato".

Riprese: "Nell’esempio di Carlesso i Pordenonesi incominciarono a cercare nuove vie in questa zona. Fu così che un giorno nell’estate del … Dino Ulian e Carlo Scaramuzza deposero i loro zaini sotto il mio lato ovest. Puntarono dritti alla spaccatura sulla sinistra della parete. Arrivarono alla nicchia del camino Saar dopo aver superato circa 150 metri di parete a strapiombo.

"Scusa, perché lo chiami camino Saar?" domandai incuriosito "Quando tutto il mondo alpinistico conosce quel passaggio come camino Glanwell?".

Perché fu Carl Gunter Von Saar a superarlo da primo e non Glanwell!!! Ed è giusto dare a Cesare quello che è di Cesare". Rispose irato il Campanile. "Sai – dissi per calmarlo – che Dino Ulian adesso che è in pensione ha ripreso ad arrampicare seriamente?"

"Lo immaginavo! Da uno come lui me lo aspettavo. Ce l’ha proprio nel sangue quello!" Rispose un po’ più calmo.

E dopo cosa ti è capitato di nuovo?" Chiesi da finto tonto, poiché sapevo che a questo punto avrebbe dovuto esprimersi sulle mie due vie nuove. "A te sarebbe da bastonarti", disse serio, "la via che hai fatto a ovest con Carratù e Giordani è stato un puro gesto di ambizione".

"Ambizione?!" Risposi perplesso. "Si, ambizione! Volevi entrare anche tu nel libro della mia vita; o meglio volevi apparire nel nuovo libro che Spiro Dalla Porta Xidias sta scrivendo su di me" (anno 1994 vedi copertina in figura n.d.r.).

"No, non è vero! Quando l’ho aperta non sapevo che Spiro pensasse al libro".

"Bugiardo! Non ne eri sicuro ma sentivi la "voce" di una nuova edizione del vecchio volume del triestino e hai voluto riservarti una pagina". Devo essere arrossito ma nel buio forse non s’è ne accorto.

"Comunque sia – riprese – è un itinerario splendido, sempre in strapiombo e in stile "buono". Chiodi normali e tutta in libera. Bravi!" "E quella a est?" chiesi con un certo timore.

"Beh quella fu una cosa più sentita. Eri con Sandro Gogna. Il problema era evidente come quello a ovest, del resto. La zona centrale della parete era tutta "Vergine", con quella fessurina che va su in fuori fino al ballatoio. Hai visto che classe il Gogna quando toccava a lui da primo?"

"Per me – dissi – è la via nuova più difficile che ho fatto da queste parti". "Però"- ribatté il Campanile, "potevate uscire dritti senza quel traverso a sinistra".

"Strapiombava più di 20 metri – mi giustificai – ed eravamo al tramonto fisico e solare. Ma non è detto che non si torni a raddrizzarla" All’improvviso mi ricordai di un itinerario che corre sullo spigolo sud est e di cui il Campanile non mi aveva ancora accennato. Lo "provocai" chiedendo spiegazioni.

"Sarebbe stata una bella via classica"; disse il monte con aria triste: "Ma i due di Maniago, Paolo Beltrame e Patrizio Ivo, avevano in tasca gli spit! E a un certo punto me ne hanno ficcato uno nel corpo proprio vicino al cuore.

E tu lo sai benissimo che non serviva perché una spanna più in là sarebbero entrati i chiodi normali".

"Ognuno fa quello che gli pare – ribattei – ma con gli spit è come entrare nel castello della paura di Gardaland. Vi sono mostri, spettri, streghe e fantasmi a volontà. Ma la paura che provi è fatta anch’essa di plastica. Finta, ridicola, e falsa. E alla fine esci piacevolmente dal tunnel, a sorseggiarti la Coca-Cola".

"Va bè dai, lasciamo perdere e raccontami qualche aneddoto". Risposi facendo finta di niente ma in cuor mio felicissimo del suo tagliente giudizio.

"Aneddoti ce ne sarebbero da farci sopra un libro: di belli e di brutti, di comici e di drammatici. Non dirmi che non ricordi di quando incrociasti Cassin col figlio Tono? O di quella volta che trovasti in vetta Messner con gli allievi della scuola di roccia di Monaco? O di quando incontrasti Gaston Rebuffat?"

"Certo che ricordo. E ogni volta per timidezza non ebbi il coraggio di salutarli. Quelli erano i miti di allora – sentenziò il monte – e voi eravate un po’ più umili di adesso". Voglio raccontarti un segreto – riprese sottovoce – "una volta due amici tuoi mentre preparavano la manovra per la lunga calata in corda doppia sbagliarono qualcosa. Con guizzo improvviso le loro corde scivolarono giù dalla parete aggrovigliandosi sul terrazzo 40 metri sotto. Avresti dovuto vedere le loro facce! E si accusavano l’un l’altro dell’errore scambiandosi titoli irripetibili prima che sui loro volti comparissero vergogna e paura. Ma la fortuna aiuta non solo gli audaci ma anche gli sprovveduti. Una cordata di morosi saliti su di qua a ore tarde li trasse d’impaccio senza tanto clamore e risparmiandogli l’onta dell’elicottero".

"Dimmi chi sono – pregai cinico – no, non è bello né corretto! Anche se meriterebbero una lezione. Poiché in quanto a cinismo ed egoismo quei due sono dei veri campioni". "Adesso vorrei farti io una domanda che mi tormenta da parecchi anni" Disse con aria indagatrice il Campanile.

"Sentiamo". Risposi incuriosito.

"Vuoi spiegarmi perché sei venuto sulla mia cima per 94 volte?" (articolo del 1994 n.d.r.)

"Innanzitutto perché voglio arrivare a 100 (oggi inizio 2001 traguardo arrivato e superato). L’hai detto tu che sono ambizioso no? Secondo perché incontro sempre gente che vuole venirti a trovare per la prima volta e mi chiede di accompagnarli. Terzo perché mi diverto e ogni volta non è mai uguale alla precedente. E quarto, che ci creda o no, perché mi sono affezionato alle tue strambe pareti che vanno in su a cono di gelato". La montagna sorrise e riprese a raccontare. "Mi vengono in mente quei tipi del Basso Friuli che nel febbraio di 5 anni fa sbandierarono ai quattro venti la loro salita invernale"

"Quello non fu un inverno – risposi seccato – giornate calde e nitide senza un pelo di neve non fanno inverno!"

"D’accordo, d’accordo, ma neppure tu sei stato tenero nella vendetta. Sei venuto su 3 giorni dopo scalzo e con i soli pantaloni corti indosso. Per umiliarli".

"Se lo meritavano!"

"No, non serviva – ribatté il Campanile – sei stato meschino! Ma sorvoliamo e passiamo a quel tedesco sessantenne che voleva a ogni costo salire sulla mia vetta senza aver mai visto roccia in vita sua".

"Ah, quello fu un’avventura tragicomica" risposi.

"Infatti lo vedevo venir su strisciando sulla pancia e sulle ginocchia ed era tutto insanguinato. Impiegasti quasi 10 ore con quel tizio che ad ogni metro "superato" alzava la mano destra inneggiando ad Adolf Hitler. Ci fu un momento che tu pensasti di buttarlo giù di sotto ricordi?"

"Si ricordo bene. Ma poi sai cosa mi capitò?"

"No".

"Verso Natale mi fu recapitato a casa un pesante pacco. Conteneva una moderna macchina per scrivere. Il biglietto d’auguri recava impresso il nome del Tedesco. Scoprii così non senza sorpresa che il mio occasionale compagno era un facoltoso costruttore di macchine da scrivere". All’improvviso la voce della montagna mutò in una sonora risata.

"Perché ridi adesso?" domandai.

"Mi viene in mente la macchina da scrivere! A te!!! E’ come regalare un’enciclopedia a un vecchietto analfabeta. E come vuoi ridere di quella volta che venisti su con Bruno De Donà? In cima vi siete scolati un bottiglione di vino e poi non eravate più capaci di scendere. Adesso basta però, sennò andiamo avanti fino a primavera".

"Sì – risposi - è meglio smettere coi ricordi e pensare alle future scalate. Ad esempio ci starebbe una via nuova sul tuo spigolo sud ovest".

"Ma lascia perdere! Non ne hai ancora abbastanza di vie nuove sulla mia pelle? E poi sai benissimo che vorrebbe farla quel tuo amico di Pordenone. Sei sempre il solito egoista? Pensa invece a venire su un giorno con il vecchio Carlesso. Ricordi che l’anno scorso ti chiese di accompagnarlo (forse) per un’ultima salita?"

"Si, mi ricordo". "E c’è anche Spiro Dalla Porta che vorrebbe venirti a trovare un’ultima volta".

"Allora penso proprio che quest’anno ci vedrai tutti e tre. Se la fortuna ci dà una mano suoneremo ancora la tua campana". Me ne andai ai primi chiarori dell’alba.

Ormai la storia la conoscevo. E poi, con la luce del sole le cose della terra s’allontanano da noi in silenzio. Non rimaneva che quella promessa di ritornare. Forse una, dieci o cento volte ancora. Con i vecchi alpinisti o con quelli giovani che iniziano timidamente. O con i miei figli.

Chissà!!! Tutto questo sarebbe molto bello, ma ciò che faremo in futuro non dipende solamente da noi.

NOTA:

Crediamo che nessuno, meglio dell’amico Mauro, potesse raccontare la storia del Campanile di Val Montanaia.
Ecco perché ci siamo permessi di recuperare il suo scritto apparso nel numero di Agosto 1994 della rivista ALP con le splendide fotografie dell’alpinista mestrino Alberto Campanile, carissimo amico con cui abbiamo inziato a scalare le pareti delle Dolomiti.

Curiosità:

da repubblica 25giugno,elaborato

Le Tre Cime di Lavaredo
ALPI : Reinhold Messner e Mauro Corona si sono messi in cammino. Due mesi di viaggio, a piedi.
Drei Zinnen
vendredi 14 juillet 2006.

Il più importante alpinista dell’ultimo secolo e il mago dei boschi si sono allacciati gli scarponi insieme. Vogliono scoprire cosa sta accadendo nell’area più delicata e ambita dell’Europa, tra Nizza e la Slovenia. Quasi mille chilometri per guardare, ascoltare, verificare, imparare e capire. « Anche i montanari - dicono
devono riuscire a fermarsi ». Il « re degli Ottomila » e l’arrampicatore- scultore che stabilisce record di vendita con i suoi libri di racconti non procedono insieme. Ognuno batte un sentiero proprio. Hanno in comune piano di viaggio, ideali, stile, una decina di appuntamenti in luoghi a sorpresa, il traguardo e una mappa con i posti da evitare. « A volte basta passare un metro più in là - dice Corona .

Dalla francese La Meje e dal Monte Bianco, si sposterà verso il Cervino e fino a Pergalia, nel Ticino. Quindi rotta sull’Ortles, poi verso le Dolomiti di Fanes, Colle Santa Lucia e il Civetta, il Totesgebirge nell’Alta Austria, le Alpi carniche e Triglav, in Slovenia. Incontri, conferenze, escursioni con la gente del posto, giornate di studio. (segue nelle pagine successive)

Dalla prossima estate, tra Val Venosta e Agordino, ogni anno accompagnerà una carovana di cento cavalli. « Come una transumanza - dice - per affermare che le montagne sono lentezza. Non sono infinite : tornano deserto, si inabissano nel mare come sabbia, spinte dal vento. E poi riemergono ». La via di Corona passa invece per le alture meno scoperte. La valle dei Mocheni e il Primiero, le Dolomiti di Sesto e le Odle, la val Cimoliana e l’Alpago, le Alpi Giulie, lo Jof-Fuart, sopra Valbruna. Solo alla fine i villaggi dei Grigioni, i pascoli sotto il Bernina e le vallette laterali del monte Rosa. « Un sanatorio - indica sul taccuino dove ha segnato il suo segreto percorso - per esseri urbani ormai impazziti ». Dopo il successo di L’ombra del bastone, ha appena consegnato le bozze del nuovo romanzo. È un’altra tappa della saga di Erto, paese condannato al dolore del Vajont, « Ma il mio viaggio - avverte - passa basso. Non è alpinismo, nostalgia, eroismo bellico, letteratura ed enfasi filosofica. È un pugno nello stomaco per i politici senza idee, che da Roma e Bruxelles umiliano popoli e luoghi che non conoscono ».

I loro passi muovono così contro il traffico dei Tir, gli annunciati supertunnel e l’alta velocità della Tav. « Ciò che resta - dicono - dopo lo spopolamento ». Per questo, come veicolo per andare lontano, hanno scelto i piedi. « Le Alpi - spiega Corona - restano un bicchiere grosso all’osteria, case rade con i camini che fumano, i prati rasati dalle vacche e subito i missili di pietra oltre il cielo. Se manca questo, non esistono ». Un patrimonio incalcolabile : agricoltura, paesaggio, turismo, energia elettrica, storia. « Parliamo di economia
anticipa Messner - non di tramonti arrossati. Ma colpisce vedere come gli uomini non vedano l’ora di essere infelici ».

Nei paesi trascinano una domanda : « Volete un futuro per l’arco alpino ? ». Perché questo è il punto : al culmine storico del benessere, il sistema delle Alpi frana. « Far passare migliaia di treni a trecento chilometri all’ora in Val di Susa - dice Messner - causerà un inferno. Sfrecceranno vagoni carichi di camion, ma lassù non resteranno più persone ».

Lo stesso vale per il tunnel di base del Brennero. Merci e passeggeri insieme, sotto terra, da Monaco a Verona. L’opera del secolo, per l’Europa. « Gli imprenditori continueranno a far partire i Tir su strade del 1901 - frena il compagno di lotta di Alex Langer e Cohn Bendit - : chi viaggia non capirà di attraversare un mondo dove vale la pena sostare ».

Da spiriti liberi, Corona e Messner camminano però anche contro i « no cronici » di Verdi e parte della sinistra. E contro i no global. « Non si tratta di non fare - dice Corona - ma di anteporre il rispetto per chi sulle Alpi abita. L’ultima parola deve pronunciarla chi vive qui ». Dalla Val di Susa e dal Brennero l’appello è chiaro : « Avere l’umiltà di cambiare progetti sovradimensionati e inutili ». « Governi nazionali e Ue - spiega Messner - approvino prima leggi coerenti. Vietino il transito alpino dei Tir a lunga percorrenza. I tunnel, altrimenti, chiuderanno per bancarotta ». Segretamente partito, il « viaggio a piedi sulle Alpi » rivela il suo profilo. All’inizio del secolo delle telecomunicazioni, non è il cedimento a grembiule blu e braghe alla zuava. È l’opposto : una provocazione culturale, la « ricerca di risposte nuove ». Nel gruppo dell’Adamello, enorme riserva d’acqua, Messner e Corona rilanciano la sfida energetica dell’alta quota. « Oltre al paesaggio
dicono - il patrimonio della montagna è l’acqua. Dopo Vajont e Stava, dobbiamo voltare pagina. Realizzare bacini sicuri è possibile. Dighe e centrali elettriche, di piccole dimensioni, pubbliche e private, possono salvare economia e natura delle Alpi. Il mondo è in guerra per gas e petrolio : investire oggi sulla nostra energia pulita eviterà che domani riaprano le trincee del Novecento sulle vette di confine ».

Colpisce, nelle soste, il disincanto popolare. Il primo uomo salito sull’Everest senza ossigeno procede da Ovest. L’allievo di Murer, conquistatore di trecento nuove vie di roccia, marcia da Est. Mondi, storia e livelli di sviluppo diversi. Entrambi però, ai piedi del Badile o sulla Mauria, si sentono ripetere lo stesso allarme : « Chi decide il destino delle Alpi, non le conosce ». « Monta un’ostilità profonda - dice Messner -. Ma se apri una falegnameria ti denunciano, comprare mucche è vietato per legge, vendere una lucanica fatta in casa è reato, se tagli un albero ti arrestano. L’ottanta per cento dei contributi Ue finisce a imprese agricole da oltre mille ettari : per le Alpi è la condanna a morte ».

Non resta che il turismo, a patto che ignori la civiltà alpina. « In montagna - dice Corona - senza sci e cabinovia non si va più. Puoi non falciare i prati e non mantenere i sentieri, ma non stare senza sauna e piscina. Sulle Dolomiti ottieni fondi per il centro wellness, non per una scuola d’artigianato : a Ortisei ci sono più bagnini che intagliatori e guide alpine ». Burocrazia centralista e vecchie leggi per l’industria vengono applicate in villaggi da dieci abitanti, nei masi che i vecchi rifiutano di abbandonare. È questa la « questione alpina » che soffia in Francia, Svizzera, Austria, Italia e Slovenia : la sfiducia nella politica che definisce « interesse generale » la quotazione delle multinazionali e « opportunismo particolare » le necessità della gente. « Sono di sinistra - dice Messner - ma dopo i ritiri nei monasteri umbri, vorrei che Prodi riunisse una volta il governo in un villaggio alpino. Chiarirebbe molti equivoci ».

Può sembrare eccentrico, ma il caso dell’orso è emblematico. Politici e ambientalisti applaudono alla reintroduzione. I montanari sono pronti a imbracciare la doppietta. « Slovenia a parte
attacca Messner - le Alpi non sono più un habitat adatto. Traffico, città, folla : mancano solitudine e grandi spazi. L’orso impazzisce. Sbrana gli altri animali e non li mangia. Fugge tra centri commerciali e parcheggi : centinaia di chilometri. Il Trentino lo sfrutta per la promozione turistica. Nessuno spiega chi risponde di questa violenza ». Ancora più duro Corona, reduce da una polenta con i malgari del Cadore. « Ma chi è l’uomo - chiede - per decidere i comportamenti della natura ?

L’orso viaggia piano, non è sciocco. Sa perché ha allontanato la tana dalle Alpi. Impiega secoli a tornare, non prende la Tav. Gli innesti forzati rivelano l’ipocrisia di amministrazioni costrette a fingere di aver conservato un ambiente che non c’è più ».

Nessuno intanto, si accorge che in montagna sono tornati i cervi, i cinghiali, le aquile, i galli cedroni. Seguendo richiami misteriosi, popolano zone mai battute.

Il pellegrinaggio annuncia un libro bianco imbarazzante. Poche parole d’ordine, la retorica della vittoria e della fatica, il « mai più » dei talk-show davanti ai cataclismi, il romanticismo dei manuali d’arrampicata, hanno scavato solchi invalicabili. « Sulle creste - dice Messner - per primi sono comparsi gli ometti di pietre. Li hanno sostituiti le croci, infine il filo spinato. La vertigine oggi sale dal non sapere quale valore marcherà questi territori ». Sotto il Cervino, l’uomo che pascola gli yak in val Senales scopre che in val d’Aosta il latte arriva da Parma. Negli alberghi della Valtellina viene servito burro danese. Corona, a Cortina, mangia i mirtilli surgelati della Nuova Zelanda. Scopre che lo speck pusterese si fa con maiali olandesi, che per le sculture gardenesi si usa legname russo, che la produzione artigianale della ceramica è stata spostata in Cina.

I « percorsi secondari » di Messner e Corona riservano l’incontro con villaggi abbandonati e comunità devastate. ria di fallimenti che genera deserti. Ti sposti venti chilometri da Madonna di Campiglio e già sei nel vuoto. « Più che i turisti - dice Messner
sono i post-montanari a distruggere le Alpi. Al posto delle botteghe, nei paesi, si aprono banche ».

È così a Cimolais, un volo di corvo dal suo laboratorio, che Corona raccoglie l’appello di famiglie decise a cambiare : introdurre nelle scuole l’ora di « civiltà dell’ambiente ». « Non sappiamo più vivere
spiega - nella natura originaria. In un bosco, o nel mare, la gente è perduta. Vengono in montagna e comprano una villa. Poi vietano campane, letamai, galli : non amano un mondo, ma un investimento ».

Luci spente per troppo olio. Come la storia delle stelle alpine, narrata da un contadino della Galvana. « Da ragazzo ne falciavo a prati - racconta Achille De Giambòn - se ne regalavo un mazzo a una ragazza, arrossiva. I gas urbani le hanno spinte più in alto. Sono state vietate : se mio figlio stasera ne offre una alla morosa, si becca del coglione ».

La domanda di misura cresce pure nei rifugi. « Riaprire le malghe è impossibile
dice Corona - ma una latteria in paese ci sta. Tra offrire scampi a duemila metri e far pagare l’acqua del rubinetto, una via di mezzo c’è ». Sente un turista che chiede dove si può mangiare bene. « Digiuni tre giorni - consiglia
poi starà ovunque da dio ». È il limite, sulle Alpi, il passaggiochiave per non precipitare. Anche nell’alpinismo. « È ridotto - dice Messner
alla scelta tra palestra artificiale e gita sull’Everest a diecimila dollari. O mostri i muscoli, o esibisci la borsa. La via Bellavista, la più bella del mondo sulla Ovest delle Lavaredo, resta deserta ». Nella crisi, i miti affondano. « Salvare la montagna - attacca Corona - significa anche riscriverne i libri. Bugie, esibizionismo, cultura del trionfo, falso patriottismo. Ho chiesto a venti grandi alpinisti di raccontare in un volume balle e fallimenti. Sono testimone, io stesso ho sparato grosso almeno cinque volte : nessuno ha accettato ». Più furbi, da qualche stagione, i giovani. « Non demonizzano i chiodi - dice Messner - arrampicano in sicurezza. Hanno imparato che salire è concentrarsi sull’appiglio, ossia sulla propria adeguatezza all’obiettivo. Ma capiscono che l’importante, dopo una parete, è tornare a casa vivi ». « Una folla di alpinisti con la piega amara sulla bocca e lo sguardo all’orizzonte
chiude Corona - può andare finalmente in pensione ». Esplorando a piedi le Alpi nell’estate del 2006, Reinhold Messner e Mauro Corona vogliono dire che la montagna « deve tornare ad essere la trappola del tempo ». Il futuro, qui, c’è se è diverso da quello di Shanghai. Messner, per salvare la civiltà alpina, apre musei dove si cammina da soli. Corona scolpisce, scrive e sale cime senza nome. Nello zaino custodiscono pochi biglietti. Li infilano sotto qualche roccia. Trascritte a mano ci sono le storie delle divinità alpine. Quella di Kelina, ragazza-aquila, sovrana delle stagioni e del vento. Quella di Sablana, signora del freddo e della tempesta. « Con la sua pietra azzurra di Tanna - spiega Messner - ogni giorno attira il sole nel profondo delle gole. E la sera lo ritira ».

da repubblica 25giugno,elaborato