PREFAZIONE:
“E’
UN DOVERE CHE SENTO DI FARE PER IL PIU’ GRANDE ALPINISTA VIVENTE.
NATO IL 17 SETTEMBRE 1944 A FUNES-VILLNöSS, LA VALLE LATERALE DELL’ISARCO,
IN PROVINCIA DI BOLZANO, OGGI VIVE TRA NERANO E SCHLOSS JUVAL, IN VAL
SENALES.
LE STRAORDINARIE IMPRESE; I TRACCIATI PIU’DIFFICILI RIPETUTI CON
ECCEZIONALI TEMPI BREVI; LE VIE APERTE ALL’ESTREMO
IN
ARRAMPICATA LIBERA, D’INVERNO E IN SOLITARIA, FANNO ENTRARE REINHOLD
MESSNER COME UNO DEI PIU’ FORTI SCALATORI NELLA STORIA DELL’ALPINISMO.
LA SUA STRAORDINARIA CAPACITA’, L’ACQUISIZIONE DELLE SUE
POSSIBILITA’ DI VINCERE PARETI VERTIGINOSE, IN ARRAMPICATA ESCLUSIVAMENTEIN
LIBERA E IN PERFETTO STILE ALPINO, RICERCATO CON SERIA PREPARAZIONE
PSICOFISICA E DURO ALLENAMENTO GLI FANNO SUPERARE CONTINUAMENTE, LIMITI
FISICI E TECNICI, CHE LA PARETE MOLTE VOLTE IMPONE, SENZA MAI RIGOSAMENTE,
ESSERE PREVALSO DALL’ORGOGLIO DI SFIDARE LA MONTAGNA.
IL SUO RISPETTO PER LA MONTAGNA, PIU’ VOLTE LO PORTANO A RINUNCIARE
ALLA VITTORIA DELLA PARETE, ALLA CONQUISTA DELLA CIMA, CONSAPEVOLE CHE
LA MONTAGNA E’ LEI SEMPRE LA PROTAGONISTA.
LUNGI DA ME NEL PENSARE DI ESSERE AL SUO LIVELLO, ALLA SUA FAMA, ALLA
SUA IMPORTANZA COME UOMO E PROTAGONISTA, MA IL SCEGLIERE DI SCALARE,
DA SOLI, IN ARRAMPICATA LIBERA, UNA DIFFCILE PARETE, SI VIENE GRADUALMENTE
EVITATI E GIUDICATI IN MODO NEGATIVO NELL’INTRAPRENDERE QUESTA
SCELTA.
MOLTE VOLTE LA SCELTA E’ DETTATA DA TRAUMI O DA TURBAMENTI CHE
CI HA LACERATO PROFONDAMENTE LO SPIRITO O DAL SOLO FATTO CHE NON SI
TROVANO COMPAGNI DI CORDATA IN SINTONIA CON IL NOSTRO DI VEDERE NELL’ANDARE
IN MONTAGNA E SALIRLA LUNGO LE SUE PARETI. CON LA SUA TENACIA, TECNICA
E RISOLUTEZZA, CONQUISTO’ LE 14 CIME OLTRE GLI 8000 m. PIU’
ALTE DEL MONDO:
1970: NANGA PARBAT 8125 - 1975: GASCHEMBRUM 1 8068 - 1978: EVEREST 8848
- NANGA PARBAT 8125 ascesa in solitaria - 1980: EVEREST 8848 ascesa
in solitaria - 1979 K2 8611: - 1981: SHISHA PANGMA 8046 - 1982: KANGCHENDZONGA
8596 - GASHEMBRUM II 8035 - Vasto Picco - 1983: CHO OJU 8202 - 1984:
GASCHEMBRUM 1 8068 - GASHEMBRUM II 8035 - 1985: ANNAPURNA 8091 - DHALAGIRI
8167 - 1986: MAKALU 8481 - LHOTFE 8501
"...
questi più alti punti stavano perdendo il loro mistero. Come
lo ho percepito, i picchi grandi 'avevano ristretto 'a causa delle
spedizioni innumerevoli che hanno funzionato accanto a vicenda. Sugli
alti eight-thousanders una volta che fosse stato soprattutto il seclusion
che li aveva resi inaccessibili. Ciò aveva sparito. Non la
ho deplorata piuttosto che cercassi altri obiettivi." R. MESSNER
LE
SUE PIU’ IMPORTANTI IMPRESE ALPINISTICHE SULLE PARETI DELLE
DOLOMITI SONO:
· PRIMA SCALATA IN SOLITARIA DELLA VIA SOLDA’ SULLA PARETE
NORD DEL SASSOLUNGO.
· PRIMA SALITA SOLITARIA PARETE NORD DELLA FURCHETTA –
VIA DEI MERANESI -.
· PRIMA SCALATA VIA DIRETTA SULLA PARETE NORD DEL SASSOLUNGO
· PRIMA SALITA IN SOLITARIA SULLA PARETE NORD DELLA SECONDA
TORRE DEL SELLA.
· PRIMA SALITA AL SASS DE CRU SUL GRANDE MURO.
· PRIMA SALITA IN SOLITARIA DELLA DIRETTA ALL PARETE SUD DELLA
MARMOLADA
· PRIMA ASCENSIONE DELLA PARETE NOR OVEST DELLE CORONELLE.
· PRIMA SALITA IN SOLITARIA DELLA VIA DIRETTA SULLO SPIGOLO
NORD DEL SASSOLUNGO.
· PRIMA RIPETIZIONE IN SOLITARIA DEL DIEDRO PHILIPP-FLAMM ALLA
PUNTA TISSI – CIVETTA-.
· PRIMA SOLITARIA DELLA PARETE SUD DEL BUREL
· PRIMA SALITA INVERNALE PARETE NORD DELL’AGNER
· PRIMA SALITA PARETE NORD-OVEST DEL PELMO
· PRIMA SALITA PARETE NORD-EST DELL’AGNER
Giuseppe
Frison.
DAL
LIBRO: “IL 7° GRADO – SCALANDO L’IMPOSSIBILE”
DI REINHOLD MESSNER.
“A
MIO AVVISO IL PERICOLO NON E’ NEL RIPETERE, IN SOLITARIA, UN
ITINERARIO DIFFICILE, SE SI E’ ALL’ALTEZZA, BENSI’
NEL FATTO CHE NON SI HA LA FORZA DI RINUNCIARE, CHE SI CERCANO SEMPRE
COSE PIU’ DIFFICILI, FORSE SENZA UNO SCOPO PRECISO, SEMPLICEMENTE
ARRAMPICANDOSI DI CONTINUO E SEMPRE PIU’ VERSO L’ESTREMA
DIFFICOLTA’…
QUANDO CHIESI PERSONALMENTE A GINO SOLDA’ QUALE DELLE SUE SCALATE
APPREZZASSE DI PIU’, MI CITO’ LA SUA DIRETTISSIMA DEL
SASSOLUNGO CON QUESTA MOTIVAZIONE: ”E’ UNA VIA CHE UNISCE
LA LUNGHEZZA ALLA DIFFICOLTA’. NON E’ UNA DI QUELLE DA
CUI SI PUO’ SCAPPARE IN CASO DI PIOGGIA O NEVE: A UN CERTO PUNTO,
FA SEMBRARE IMPOSSIBILE TANTO LA SALITA CHE LA DISCESA…”
DURANTE L’ASCENSIONE IN SOLITARIA DELLA VIA SOLDA’ R.
MESSNER SCRISSE: “…ALLA MIA DESTRA E ALLA MIA SINISTRA
SI INARCAVANO, GIALLI E STRAPIOMBANTI, I DUE PILASTRI; PENSANDO ALLO
SPAVENTOSO BARATRO SOTTOSTANTE MI TENEVO ANCOR PIU’ SALDAMENTE
AGLI APPIGLI…TUTTO INTORMO A ME ERA COME SEMPRE: IL GHIAIONE,
LE PARETI E LE GOLE. ERANO LA’ INDIFFERENTI, INSENSIBILI E NEUTRALI,
COME SE L’UOMO NON FOSSE MAI PASSATO.
UN ENORME STRAPIOMBO SBARRAVA IL DIEDRO D’USCITA: LO POTEI AGGIRARE
IN MODO INASPETTATAMENTE FACILE. MANDAI UN SOSPIRO DI SOLLIEVO QUANDO
POEI SALIRE INTORNO ALLO SPIGOLO VERSO SINISTRA IN ZONE POCO RIPIDE.
OLTRE UN CANALONE DI GHIACCIO E BALZE ROCCIA RAGGIUNSI LA VETTA…AVEVO
PORTATO A TERMINE L’IMPRESA: MI SEDETTI PER RIPOSARE: TUTTO
IL MIO CORPO ERA INQUIETO E AGITATO. ERO TROPPO STANCO PER DORMIRE,
STAVO COSI’ SEDUTO E SOLO ALLORA VIDI CHE LE MIE MANI TREMAVANO.
“SI PUO’ CADERE UNA VOLTA SOLA, DOPO QUELLA MAI PIU’”,
PENSAVO.
FORSE AVEVO CAPITO, AVEVO POTUTO AFFERRARE PER UN ATTIMO IL SIGNIFICATO
DELLE PAROLE “MAI PIU’”.
DOPO LA PRIMA ASSOLUTA, IN SOLITARIA, APERTA ALLA PARETE SUD DELLA
MARMOLADA E’ INTERESSANTE LEGGERE I SUOI SENTIMENTI E IL RISPETTO
PER MONTAGNA: “…QUESTA PRIMA ASOLUTA RIMARRA’ UNA
DELLE MIE ASCENSIONI PIU’ IMPORTANTI PER IL FATTO CHE E’
CONFORME ALLA NATURA DELLA MONTAGNA E CONTEMPORANEAMENTE ALL’IDEALE
DI BELLEZZA DI UNA PIRETTISSIMA. AVEVO ARRAMPICATO PER DUE GIORNI.
CON LE PUNTE DELLE DITA MI TENEVO SALDAMENTE ALLA ROCCIA, LA CERCAVO
A TASTONI. NON FACEVO MAI DEI CALCOLI, MA RIFLETTEVO E OSSERVAVO.
RIESCO ANCORA A COTEMPLARE LA NATURA SULLA MONTAGNA. PER ME UNA PARETE
NON E’ SOLO UN AMMASSO DI PIETRE, MA UN ESSERE VIVENTE, CHE
SI OSSERVA, SI SENTE, CON CUI SI VIVE. A PRIORI SULLE MONTAGNE NON
ESISTE NESSUNA VIA; SOLO QUANDO L’UOMO LA ESCOGITA, LA STUDIA
E LA TRACCIA, ESSA COMPARE. QUESTI ITINERARI NON SONO NECESSARI, PERO’
POSSIBILI E CIO’ CHE DI SOLITO VALE PER TUTTE LE CREAZIONI,
E’ VALIDO ANCHE PER LA PRIMA SCENSIONE. IO PENSO IN MODO CONCRETO,
SCIENTIFICO, MATERIALE E SICURO, PERO’ MI AFFASCINA CIO’
CHE E’ SUPERFLUO E LA MONTAGNA HA IL VALORE CHE NOI LE ATTRIBUIAMO”.
E SEMPRE NEL RISPETTO DI CHI VA IN MONTAGNA FACENDO SOLO DELL’ESCURSIONISMO
SCRIVE: “LA MONTAGNA NON FACILITA LA VITA, MA AIUTA A SOPPORTARLA
MEGLIA. CI TEMPRA CON LE CONDIZIONI AMBIENTALI, CON LO STIMOLO ALLA
RIFLESSIONE, CI AIUTA A TROVARE E CONSERVARE L’EQUILIBRIO PER
UNA SAGGIA ESISTENZA. HA MODELLATO LA PERSONALITA’ DI INNUMEREVOLI
ALPINISTI, ANCHE SCONOSCIUTI CHE, CON GRANDE ENTUSIASMO, HANNO INSEGUITO
LA MIA STESSA META…SONO INNUMEREVOLI COLORO CHE, OGNI SETTIMANA,
LASCIANO LA CITTA’ PER LA MONTAGNA. ENTUSIASMO, DESIDERIO, SONO
GLI STESSI DI UN WINKLER, UN PEUSS, UN BUHL, UN BONATTI. IN MONTAGNA
HO INCONTRATO MOLTI DI QUESTI APPASSIONATI. NON DOMANDAVANO NULLA.
RISPONDEVANOO BREVEMENTE. POCHISSIMI NARRAVANO SULLE RIVISTE LE LORO
ESPERIENZE. SE QUEST’ESTATE HO INTREPRESO IN PREVALENZA GRANDI
ASCENSIONI E DESCRIVO SOLTANTO QUESTE, CIO’ NON SIGNIFICA CHE
UN ESCURSIONISTA ABBIA ESPERIENZE NON MENO PROFONDE…PER TROVARE
TUTTO CIO’ BASTANO L’ENTUSIASMO E IL CONTATTO CON LA NATURA,
NON E’ NECESSARIO IL SESTO GRADO”.
9 AGOSTO 1969; PRIMA RIPETIZIONE IN SOLITARIA DELLA VIA W. PHILIPP
E D. FLAMM:”…NELLA LUNGHEZZA DI CORDA SUCCESSIVA, PRIMA
DI UN PUNTO CHIAVE, TROVAI UN CHIODO A PRESSIONE. ERA GIA’ IL
SECONDO CHE INCONTRAVO IN QUESTA ELEGANTE SCALATA IN LIBERA. I VIENNESI
WALTER PHILIPP E DIETER FLAMM AVEVANO APERTO LA VIA NEL 1957 CON POCHISSIMI
CHIODI E NON A PRESSIONE. A QUESTI ULTIMI I RIPETITORI DELLA VIA POTERONO
RINUNCIARE FINO AL 1966; SOLO QUANDO L’ITINERARIO DIVENNE FAMOSO
E FU AFFRONTATO DA MOLTI ASSOLUTAMENTE NON ALL’ALTEZZA DELLA
SITUAZIONE, VENNE SVALUTATO A CAUSA DI UN ECCESSIVO NUMERO DI CHIODI
DUE DEI QUALI A PRESSIONE.
PER L’ALPINISMO SPORTIVO, NEL CAMPO DELLE MAGGIORI DIFFICOLTA’,
E’ NECESSARIO UNA PREMESSA TEORICA. NON E’ FACILE A META’
PARETE TORNARE INDIETRO E LA GENTE PRIVA DI COSCIENZA SPORTIVA, SI
AVVALE DELLA TESI: “E’ PIU’ DIFFICILE RINUNCIARE
CHE CONTINUARE A SALIRE”.
PER QUANTO MI RIGUARDA, CREDO CHE SI DEBBA ABBANDONARE TALE CONVINZIONE.
QUANTE VOLTE HO RINUNCIATO A DIFFICILISSIME SCALATE PERCHE’
IL TEMPO ERA CATTIVO, PERCHE’ NON ERO SUFFICENTEMENTE ALLENATO,
PERCHE’ LO STATO D’ANIMO DEL GIORNO LASCIAVA A DESIDERARE
O PERCHE’ NON NE AVEVO VOGLIA.
SPESSO ERO TROPPO VILE PER CONTINUARE L’ASCENSIONE, ALTRE VOLTE
TROPPO STANCO E A VOLTE HO ANCHE AVUTO PAURA DELLA CADUTA DEI SASSI.
INTUTTI QUESTI CASI SONO RIUSCITO A DESISTERE DALLA IMPRESA: PER ESEMPIO
DURANTE UNA SCALATA INVERNALE DELLA VIA BONATTI SULLA PARETE NORD
DEL CERVINO; IN UN TENTATIVO IN SOLITARIA DELLA PARETE SUD-EST DELLA
CIMA SCOTONI E IN DISCESA DALLA ZONA DI VETTA DEL DEMAVEND…”.
Reinhold Messner
RICAVATO
DAL SITO: www.intraisass.it
PICCOLA
PARENTESI STORICA.
(SCHERZO: ALLEGRO MOLTO)
Messner, balzò alla ribalta nel panorama alpinistico
internazionale durante gli anni Sessanta quando, se nelle Alpi Occidentali
i grossi nomi si confrontavano soprattutto a suon di invernali, nelle
Dolomiti l'utilizzo del chiodo come mezzo di progressione aveva raggiunto
l'aberrazione. Sui “monti pallidi” era il periodo delle
“superdirettissime” a goccia d'acqua, delle vie che, un
chiodo dopo l'altro, forzavano nel loro cuore le più impressionanti
muraglie. Il punteruolo era ormai un attrezzo chiave nella dotazione
degli alpinisti e in alcune salite, oltre all'incredibile numero di
chiodi piantati, colpiva proprio il fatto che la maggior parte di
essi fosse a pressione. Per rendersi conto di ciò in cui consistette
l'“artificialismo totale”, chiave delle “superdirettissime”,
basta considerare gli itinerari tracciati sulla celebre Parete Rossa
della Roda di Vael, nel gruppo del Catinaccio.
La gialla e strapiombante muraglia era stata vinta nel suo settore
destro già nel 1908 dallo straordinario Angelo Dibona, che
non utilizzò neppure un chiodo. Nel 1947, questa volta a sinistra,
fu Otto Eisenstecken ad avere la meglio sulla parete, lasciando ancora
all'arrampicata libera il ruolo principale. La via diretta, del 1958,
fu opera di Lothar Brandler e Dietrich Hasse e, anche se i due compagni
seguirono linee naturali, i chiodi piantati furono numerosi. Fu nel
1960 che entrò in gioco Cesare Maestri. Il “Ragno delle
Dolomiti” attaccò in corrispondenza di un diedro poco
a sinistra della verticale della vetta e proseguì diritto per
traversare a sinistra soltanto nell'ultimo tratto: Maestri, per circa
trecento metri di artificiale, sfruttò qualcosa come quattrocentocinquanta
chiodi. Ma il limite non era ancora stato raggiunto: dopo la “direttissima”
mancava ancora un dettaglio, quel non plus ultra che allora era l'obiettivo
più ambito. Stiamo parlando della “superdirettissima”
a goccia cadente che, chiamata in seguito via “Concilio ecumenico
Vaticano II”, vide la luce nel 1962 grazie a Bepi De Francesch
che conficcò nella roccia, oltre a quelli normali, ben 70 chiodi
ad espansione.
Messner, inizialmente affascinato da simili salite, si ribellò
ben presto a questa logica proclamando a gran voce, con gli scritti
e con le azioni, che la vera evoluzione dell'arrampicata stava nel
ritorno alla scalata in libera con il minor uso possibile di mezzi
artificiali. “In alpinismo – leggiamo in Settimo grado
– l'evoluzione risiede nel “come”. Io mi sforzo
di affinare la mia tecnica di arrampicata, di esercitare l'occhio,
di aumentare la mia resistenza. Voglio mettere alla prova i miei progressi,
e questo posso farlo nel modo migliore con una prima ascensione, con
l'apertura di itinerari nuovi e arditi. Una salita è tanto
più ardita quanto minore è l'impiego di materiale in
rapporto alle difficoltà complessive. Molti dei più
grossi problemi delle Alpi sono stati risolti. Se noi impariamo a
rinunciare, la scoperta delle Alpi non ha fine”. Toni ancora
più decisi caratterizzano il memorabile L'assassinio dell'impossibile,
sintesi efficace del pensiero del nostro protagonista che, ancora
oggi, sarebbe opportuno rileggere e meditare con attenzione, anche
alla luce delle successive imprese di Reinhold sui colossi himalayani.
Ma vediamo finalmente, nel dettaglio, le ascensioni principali dell'alpinista
altoatesino.
IL CAMMINO DELLA CONOSCENZA.
(TEMA E VARIAZIONI)
Nel
1968, con il fratello Günther, Messner superò l'incredibile
Pilastro di Mezzo del Sass de la Crusc: fu quella volta che, di fronte
ad un muro di quattro metri all'apparenza inscalabile, il nostro fuoriclasse
liberò dentro di sé risorse sconosciute e, in parte
con la forza della disperazione, abbatté addirittura il limite
del settimo grado. L'anno seguente, il 1969, fu per Reinhold quello
della consacrazione definitiva, con una serie di prime ascensioni
solitarie che lascia senza parole: parete sud del Burèl (Schiara),
parete nord delle Droites (nel gruppo del Monte Bianco, all'epoca
ritenuta la più difficile via di misto dell'arco alpino), diedro
Philipp-Flamm sulla parete nord-ovest del Civetta, diretta sullo spigolo
nord del Sassolungo, parete sud della Marmolada di Rocca (Messner
seguì la via Vinatzer fino alla cengia e da lì proseguì
per una nuova linea, più diretta della precedente), via Soldà
sulla parete nord del Sassolungo e parete nord della Furchetta (lungo
la via dei Meranesi). Senza dimenticare altre salite di assoluto rilievo
come la diretta della parete nord dell'Ortles (1965), la prima invernale
del spigolo nord dell'Agner (1967), la nuova via sulla parete nord
della Seconda Torre di Sella (1968, ripetuta in solitaria l'anno seguente)
e poi, tutte messe a segno in quel magico 1969, la prima ripetizione
in giornata del Pilone centrale del Frêney, la nuova via sul
pilastro Bergland delle Droites, quella sul “grande muro”
del Sass de la Crusc e infine la diretta (prima salita) della parete
nord del Sassolungo. Nel volume L'avventura alpinismo. Esperienze
di un alpinista in cinque continenti (1974), Reinhold racconta ancora
l'avventura sulla nord del Pelmo durante una bufera (con il fratello
Günther), la salita dello sperone Walker della parete nord delle
Grandes Jorasses (1966), la nuova via (Weg der Freunde, ossia “Via
degli amici”, tra il diedro Philipp-Flamm e la Solleder-Lettenbauer)
sulla parete nord-ovest del Civetta (con Sepp Mayerl, Renato Reali
e Heini Holzer, 1967), la prima invernale della nord della Furchetta
(sempre nel 1967) e la prima ascensione dello sperone nord dell'Eiger
(nel 1968: ricordiamo che sei anni dopo, nel 1974, sull'“Orco”
dell'Oberland Bernese Messner percorse anche la via Heckmair in sole
dieci ore).
Ci troviamo di fronte ad un elenco davvero straordinario che tuttavia,
dal 1970 in poi, sarebbe stato quasi dimenticato a favore di quanto
Messner seppe fare sulle più alte montagne del pianeta. Negli
anni Settanta, dopo i tre lustri della conquista delle vette (dal
1950 al 1964), l'attenzione degli alpinisti si era concentrata sulle
pareti più difficili dei colossi di ottomila metri e i problemi
dell'epoca erano, tra gli altri, la sud-ovest dell'Everest, la Sud
dell'Annapurna, il versante meridionale del Manaslu e la più
alta parete della terra: il versante Rupal del Nanga Parbat che, in
unico slancio verticale, si innalza dal fondovalle agli 8125 metri
della vetta per oltre quattro chilometri. Negli anni Settanta non
interessava più soltanto la cima: l'obiettivo era raggiungerla
per un itinerario tecnicamente impegnativo lungo una parete mai percorsa.
“Nel 1969 – scrive il nostro protagonista in Sopravvissuto
– riuscii a superare in solitaria l'allora famigerato diedro
Philipp-Flamm al Civetta. Scalai da solo e in libera anche la nord
delle Droites. A quel punto le Alpi mi erano divenute strette. Non
era presunzione; era invece la brama di ampliare sempre più
i miei confini, era la curiosità di un uomo ancora giovane
e sotto molti aspetti inesperto. Fino a dove sarei stato capace di
spingermi?”. La risposta giunse immediata: il 27 giugno 1970,
con il fratello Günther, Reinhold sarebbe giunto in vetta al
Nanga Parbat dopo aver superato in prima ascensione proprio la parete
Rupal. I due alpinisti furono in seguito costretti a scendere per
lo sconosciuto versante Diamir, alla base del quale Günther venne
travolto da una valanga e scomparve per sempre. Nel 1972 fu la volta
del Manaslu, salito per la difficile parete sud, mentre tre anni più
tardi, nel 1975, Messner colse un successo che, nella storia dell'alpinismo
himalayano rappresenta un autentica linea di demarcazione. Seguendo
e migliorando l'esempio di Hermann Buhl e compagni sul Broad Peak
- era il 1957 -, Messner e Peter Habeler affrontarono il Gasherbrum
I in perfetto “stile alpino” ossia, oltre che senza respiratori,
anche senza portatori d'alta quota e campi intermedi. Giunsero in
vetta il 10 agosto dopo aver aperto una via nuova lungo una parete
paragonabile per vari aspetti alla nord del Cervino. Il 1978 fu l'anno
dell'Everest senza ossigeno e del Nanga Parbat in solitaria: due imprese
con le quali l'alpinista altoatesino dimostrò una volta per
tutte quali fossero le sue potenzialità e, in generale, quelle
dell'uomo in alta quota. Reinhold si “espose” al massimo
e colse due successi dei quali il secondo,
ancora una volta sulla scia di Hermann Buhl che per primo, nel 1953,
era giunto in vetta alla “Montagna nuda”, possiede un
valore che va ben al di là del mero fatto alpinistico. Nel
1979 fu il turno del K2, che Messner avrebbe voluto salire lungo la
cosiddetta Magic Line, ossia il pilastro sud-sud ovest, mentre nel
1980 i suoi scarponi calcarono di nuovo il punto più alto del
pianeta. Questa volta, però, Reinhold non aveva con sé
alcun compagno. Negli anni seguenti, l'ormai proclamato a gran voce
“re degli ottomila” salì lo Shisha Pangma (28 maggio
1981) e poi, in una sola stagione, il Kanchenjunga (6 maggio 1982),
il Gasherbrum II (24 luglio 1982) e il Broad Peak (2 agosto 1982).
Nel 1983 arrivò il successo sul Cho Oyu: sulla vetta della
“Montagna turchese”, il 5 maggio, con Messner c'era una
giovane promessa che rispondeva al nome di Hans Kammerlander. Fu con
lui, nato nel 1956 e ancora oggi tra i migliori alpinisti in circolazione,
che Reinhold salì nuovamente in vetta ai due Gasherbrum (prima
traversata di due ottomila, compiuta in otto giorni senza scendere
al campo base, 1984), tracciò una nuova difficile via sulla
nord-ovest dell'Annapurna (vetta raggiunta il 24 aprile 1985), e scalò
Dhaulagiri (in cima il 15 maggio dello stesso anno) e infine Makalu
e Lhotse, i due colossi con i quali, tra il 26 settembre e il 16 ottobre
1986, il “signore degli ottomila” chiuse la serie di scalate
sulle quattordici montagne più alte della terra.
QUANDO SARAI SOLO SARAI TUTTO TUO.
(FINALE)
Il cammino di Messner, del quale abbiamo considerato
le tappe principali, si presenta come una meravigliosa affermazione
dell'individuo, del singolo che lotta non tanto per raggiungere l'“estremo
confine”, bensì una “perfezione senza confini”.
Il suo alpinismo va compreso soprattutto come realizzazione di un
preciso ideale: è stato in pratica una scelta ben definita
e per nulla temeraria basata su una sorta di ragionamento scientifico,
sulla valutazione analitica di ogni problema per ottenerne il superamento.
Messner stesso, al termine del racconto della scalata solitaria sulla
parete sud della Marmolada di Rocca (variante diretta della Vinatzer),
pubblicato in Settimo grado affermò di pensare sempre in modo
“concreto, scientifico, pratico e sicuro”. Parole che,
come abbiamo visto, non rappresentano assolutamente un invito all'abuso
dei mezzi tecnici quanto, invece, l'esaltazione delle capacità
individuali. “L'esagerata mania di sicurezza e l'attrezzatura
sempre più perfezionata hanno caratterizzato l'arrampicata
alpina degli anni Settanta – spiega ancora Reinhold -. Non ne
hanno forse sofferto la sicurezza e l'istinto del singolo? L'alpinista
deve riflettere, accumulare esperienza, diventare accorto. La persona
avveduta sopravvive anche senza casco e con la corda legata attorno
alla vita”.
Messner è stato in grado di portare alle estreme conseguenze
la logica dell'alpinismo classico, nel quale l'ingrediente fondamentale
è il senso dell'avventura. Avventura nell'ambiente naturale
e avventura interiore, spesso per amore dell'azione allo stato puro:
perché mentre si è impegnati in una scalata ogni domanda
pare svanire e l'uomo stesso, che procede verso la meta, diventa la
risposta. L'alpinista di Funes ha seguito quella che era la sua via;
non ha tradito coloro che in lui, primo tra tutti Walter Bonatti,
un giorno videro nella sua figura “la giovane e ultima speranza
del grande alpinismo tradizionale”. L'uomo solitario della Nord
del Cervino, che aveva indicato come logica conseguenza delle proprie
imprese sulle Alpi analoghe salite sulle vette dell'Himalaya, non
esitò a dedicare a Messner il suo capolavoro I giorni grandi
e, malgrado qualche inevitabile attrito, tra i due titani par di scorgere
un filo rosso che li unisce: è l'immagine dell'uomo che non
si arrende ai meccanismi che vorrebbero stritolarlo, del soggetto
che rifiuta le certezze e si lancia con sconcertante ma positivo egoismo
dove può scoprire qualcosa di nuovo, di inatteso.
L'individualismo di Bonatti, che toccò le punte massime sul
pilastro del Petit Dru e sulla Nord del Cervino e che comunque mai
venne meno, con Messner – solitario per vocazione molto più
di quanto non lo fu il suo “predecessore” - raggiunse
livelli di incandescenza. L'alpinismo del primo salitore dei quattordici
ottomila è un alpinismo totale e assolutamente coinvolgente,
come un'opera d'arte che conquista innanzitutto il suo creatore e
che da questi irradia la sua forza: la volontà si scatena allora
in tutta la sua potenza e l'istinto puro e semplice lascia il campo
al calcolo più freddo e razionale perché, se così
non fosse, il soggetto vedrebbe presto bloccata la sua corsa e si
ritroverebbe a tu per tu con la morte senza alcuna possibilità
di salvezza.
L'alpinista
Messner è tale soprattutto grazie al pensiero e si configura
come una sorta di intellettuale che, nella solitudine, vive in pienezza
esperienze creative e liberatorie. L'eterno ragazzo di Funes, del
quale ciò che abbiamo detto in queste pagine potrebbe essere
soltanto il punto di partenza per un lavoro ben più approfondito
e di vasta portata, non ha mai smesso di proclamare il suo diritto
di essere vagabondo in perenne ricerca, di essere riconosciuto come
uno di quei novelli cavalieri accecati dall'intramontabile mito del
Graal i quali, nel corso della storia, hanno affrontato con coraggio,
determinazione e quasi morbosa curiosità ogni nuova esperienza
per giungere a quella “conoscenza” che, forse soltanto
intuibile per qualche brevissimo istante, non è altro che l'idea
dell'uomo - con tutti i suoi limiti e tutto il suo genio - nella sua
tragicamente dignitosa (e in verità misteriosa) condizione.
Quando Reinhold salì in solitaria le sue montagne - la Nord
delle Droites o il diedro Philipp-Flamm e poi ancora, più in
alto, il Nanga Parbat e l'Everest - volle innanzitutto misurare se
stesso - e quindi l'uomo -, per arrivare a scoprire che la solitudine
può tramutarsi da debolezza a forza: “una forza che ti
travolge – così scrisse - se erompe da te impreparato;
che ti porta al di là dei tuoi orizzonti se sai sfruttarla
per te stesso”. Perché - e facciamo risuonare gli ultimi
accordi di questo lavoro lasciandoli scegliere a colui che, come un'ombra,
è stato intravisto agitarsi nelle azioni del nostro protagonista
- «là dove il deserto è più solitario avviene
la metamorfosi: qui lo spirito diventa leone, egli vuol come preda
la sua libertà ed essere signore nel proprio deserto. Qui cerca
il suo ultimo signore: il nemico di lui e del suo ultimo dio vuol
egli diventare, con il grande drago vuol egli combattere per la vittoria.
Chi è il grande drago, che lo spirito non vuol più chiamare
signore e dio? ‘Tu devi’ si chiama il grande drago. Ma
lo spirito del leone dice ‘Io voglio’»
(F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra).

Copyright ©
2007 Pareti Verticali
Riconoscimento:
Un
sondaggio della famosa rivista TIME, Messner viene considerato "eroe
del nostro tempo" tra gli illuminati ed esporatori.
"Un uomo che ha reso il mondo migliore", è stato
messo alla pari della: principessa Diana, Yuri Gagarin, Martina Navratilova,
Natasa Kandic, Bernard Kouchner, Papa Giovanni Paolo II, la principessa
Rania, Christiane Amanpour, Peter Benenson, Jean-Claude Killy, Franz
Beckenbauer, Jacques-Yves Costeau, Abele Bikila, Bono & Bob Geldof
Sofia Lore, Enzo Ferrari, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino.
Reinhold
Messner
ha commentato alla notizia: "Trovandomi accanto a questi uomini
mi ha meravigliato. Non era ovvio inserirmi in una lista tanto ristretta,
ma di un particolare sono orgoglioso, aver trovato posto accanto a
Giovanni falcone e Paolo Borsellino.
Loro
sì che hanno avuto tanto coraggio ad affrontare un problema
che sarebbe ora di cominciare non solo a studiare ma anche a risolvere:
quello delle varie mafie e dei loro intrecci sempre più profondi
col mondo dell'economia e della politica. Anche quei due giudici hanno
scelto di vivere una vera e proroia avventura. Ma quanto più
pericolosa delle mie"
La
redazione Pareti Verticali non può ovviamente che esprimere
le più vive congratulazioni ad un uomo che per le sue imprese
ha reso il mondo alpinistico più vero e leale.
"Essere
eroi significa prendersi dei rischi, con le proprie idee, con le proprie
consuetitudini, talvolta con la stessa vita".
Messner ha conquistato
i quattordici ottomila nelle seguenti date:
1970: Nanga
Parbat (8125 m)
1972: Manaslu
(8156 m)
1975: Gasherbrum
I (Picco nascosto) (8068 m)
1977: Dhaulagiri
(8167 m)
1978: Everest
(8846 m), Nanga
Parbat (8125 m)
1979: K2
(8611 m)
1980: Everest
(8846 m)
1981: Shisha
Pangma (8012 m)
1982: Kanchenjunga
(8598 m), Gasherbrum
II (8035 m), Broad
Peak (8048 m), Cho
Oyu (8201 m - tentativo fallito di ascesa invernale)
1983: Cho
Oyu (8201 m)
1984: Gasherbrum
I (8068 m) e Gasherbrum
II (8035 m) in una sola escursione, senza ritorno al campo base
1985: Annapurna
(8091 m), Dhaulagiri
(8167 m)
1986: Makalu
(8485 m), Lhotse
(8516 m)
Tratto dal sito: http://it.wikipedia.org/wiki/Pagina_principale