Renato Casarotto.

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"Il mio zaino non è solo carico di materiali e di viveri: dentro ci sono la mia educazione, i miei affetti, i miei ricordi, il mio carattere, la mia solitudine. In montagna non porto il meglio di me stesso: porto me stesso, nel bene e nel male".
Renato Casarotto (1948 – 1986)

Renato Casarotto, di Arcugnano, si era innamorato dell’alpinismo durante il servizio militare nel Cadore, quando nel 1968 aveva frequentato un corso di “roccia”. Ma conobbe la potente energia, essenzialità per la scalata solitaria. Quando conobbi Casarotto a Teolo in palestra Rocca Pendice mi sono subito accorto che avevo una persona estremamente determinata, posseduta dal gioco dell’azione, un folletto che riusciva a domare e a rendere facile ogni acrobazia. Sull’ultimo sasso all’uscita della palestra mi invitò a seguirlo ma fatti pochi metri caddi come un polipo molliccio e lui, senza ridere, mi faceva vedere le sue mani che erano ancora sotto l’azione della morsa contro la roccia con la roccia.
Quando ho iniziato l’andar anch’io in libera, Casarotto mi disse: “L’alpinismo solitario è l’aspirazione massima di un alpinista…” e che “una buona parte degli alpinisti non capisce chi lo pratica e non ne condivide i motivi e le ambizioni che spingono ad agire in tal senso”. Ed aveva ragione, tutt’ora nel mio gruppo alpinistico del gruppo rocciatori “GRANSI” del C.A.I. di Venezia sono soprannominato il “Bepi Solitario”.
Credo che Renato Casarotto sia stato un po’ solitario per vocazione e un po’ per forza. Era dotato di uno straordinario autocontrollo e si ostinava a temporeggiare per settimane là chiunque altro sarebbe tornato indietro.
Veniva da una famiglia umile, all’antica, e aveva provato sulla sua pelle quanti conti l’attesa nella vita di un uomo semplice.
Per questo motivo ci sentivamo amici anche se la lontananza;vivo a Venezia ci vedeva poco; se non per le stesse idee e esperienze negative famigliari.
I rapporti con i compagni di cordata, come i miei sono stati sempre dei compromessi, eppure come me non era un monaco, teneva compagnia. Renato conservava la diffidenza di quei ragazzini di provincia venuti dal basso a furia di sacrifici e faceva fatica a condividere una prospettiva di successo. Grazie a MIOTTI che gli procurò una sponsorizzazione della Fila di Biella e a permettergli di lasciare il lavoro di impiegato per dedicarsi a tempo pieno all’alpinismo.

Nel 1978 Casarotto raggiunse la California e salì da solo la storica via di Yvon Chouinard sulla parete sud del monte Watkins. Nel 1979 volò in Patagonia e salì senza compagni il fantastico pilastro nord del Fitz Roy: una prua di granito alta 1500 mt.. Dedicò il pilastro a Goretta, che lo aspettava alla base come sempre.
Renato era il contrario di Messner ed ebbe la sfortuna di emergere proprio quando la stella di Reinhold brillava in cima al cielo. Messner, il divo, entrò in quella spirale un po’ perversa che lo avrebbe portato sulle vette più alte della terra, dei sponsor, dei giornali, mentre Casarotto, l’antidivo, si dedicò a un alpinismo sempre più personale e impopolare.
Tra il 1° e il 15 febbraio del 1982 realizzò una delle più belle imprese concepibili da un uomo solo: la trilogia del Freney. Senza contatti con la valle e senza depositi di viveri intermedi, salì in successione la parete ovest dell’Aiguille Noire de Peutèrey per la via Ratti-Vitali, il pilastro del Pic Guglielmina per la via Gervasutti-Boccalatte e il pilone centrale per la via Whillans-Bonington. La cosa più strabiliante è che non conosceva nessuno dei tre itinerari e, dopo due interminabili settimane bianche nel silenzio siderale del Monte Bianco, fu costretto a forzare l’uscita dal Pilone nell’angoscia della tormenta di neve.
Alpinista completo e collaudato con l’arrampicata invernale Sali dal 30 dicembre al 9 gennaio 1983 con una solitaria ai limiti delle possibilità la parete nord del Piccolo Mangart di Cortenza, nelle Alpi Giulie; la via del temutisssimo Cozzolino, ben considerato dallo stesso Messner per le difficoltà delle vie traccciate dal triestino “precursore del Settimo Grado”.
Arrampicai con lui sulle sue montagne le “Piccole Dolomiti” dove il Sengio della Sisilla, sul gruppo del Fumante portano ancora il ricordo dei suoi tracciati.La “PARETE FELLE PARETI” la Civetta lo videro dal 22 al 27 febbraio 1975 salire in prima solitaria invernale la difficile via Andrich-Faè


Proprio in questo periodo dovevo accordarmi con lui per altre invernali sul Civetta. Dal 29 dicembre fino al 31 del 1975 con Andrea Segalin avevo salito, in prima invernale la Cima Busazza per la via Videsott-Rudatis. A fine febbraio eravamo pronti per la Torre Valgrande ma il destino ci separò di nuovo. Da lì in poi la sua vita è stata una continua scalata. Nel 1985, portò a compimento un caro progetto che gli era costato ben sei tentativi: la solitaria invernale della via Giusto Gervasutti sull’austera parete est delle Grandes Jorasses. il Broad Peaz, sempre da solo, dove per evitare il congelamento passò la notte in piedi a quota ottomila metri.

Renato Casarotto, alpinista vicentino, ama la ricerca e l’esplorazione. Metodico, posato, timido ma animato da un inesauribile fuoco interiore, è dotato di resistenza, pazienza e costanza straordinarie. Ha al suo attivo notevoli imprese sulle Dolomiti Orientali, ama le ascensioni in solitaria. Assistito soltanto dalla moglie Goretta al campo base, il 21 giugno 1977, dopo 17 giorni in parete, vince la nord dell’Huascaran, nel 1978 la sud del Mount Watkins. Tenta e fallisce, (al seguito della Spedizione Messner) la “Magic Line” del K2 e il Makalu nella stagione invernale. In seguito si trova a risolvere problemi al limite delle possibilità umane, affronta la roccia in ogni condizione, considerato un grande maestro “della stagione fredda” vince pareti incrostate di ghiaccio in progressioni rischiose ed esasperanti.
I suoi successi si susseguono, nelle Alpi, in Karakorum, in Alaska, fino a ritornare nel 1986 al K2 nel tentativo di risolvere l’ambitissimo “problema himalayano, la macic line”. Dopo vari tentativi, combattendo contro vento, neve e ghiaccio a quote proibitive, a solo 300 metri dalla vetta (dev’essere arrivato circa a quota 8300) decide di rinunciare definitivamente. E’ il 16 luglio 1986 quando Renato scompare in un crepaccio a soli 20 minuti dalla tenda.

renato Casarotto con la moglie Goretta.Goretta nata il 21 novembre a Gazzolo d’Arcole (VR) lasciò intervista alla Redazione rivista Alp:”sono vissuta lontana dal mondo alpinistico fino al 1975, anno del mio matrimonio con Renato Casarotto, che mi ha fatto conoscere ed amare la montagna.
Sono diventata così “alpinista”, anche se non mi sono mai considerata tale nel vero senso della parola, perché il modo in cui ho vissuto la montagna è andato fuori dagli schemi tradizionali.
Anche in parecchie occasioni ho arrampicato, ho vissuto prevalentemente ai pidi della montagna, dando il mio apporto materiale e morale a tutte le ascensioni di Renato.
Non ho mai considerato il mio ruolo né di secondaria importanza né passivo.
I nostri sono stati due ruoli diversi ma complementari e indispensabili a entrambi.
Dopo anni di condivisione alpinistica, mi sono sentita matura per tentare di scalata al GasherbrumII (Boltoro-Pakistan), diventando così la prima donna italiana che ha scalato una montagna di 8.000 metri.
Non ho mai scritto libri; però ho collaborato alla stesura di “Oltre i Venti del Nord”, ed. dall’Oglio, scritto da Renato, ed ho collaborato speso con varie riviste,, di montagna e non”:
Goretta Traverso (prima donna italiana a scalare un "8000", il Gasherbrum II nel 1985) è stata compagna delle imprese del marito Renato Casarotto, uno dei nomi più accreditati dell'alpinismo internazionale.

Molte sono state le sue imprese che sono passate alla storia, ma se dobbiamo ricordarne una in particolare, questa è la salita del Nevado Huascaran Norte. Una montagna di 6655 metri nelle Ande peruviane, sulla quale Renato Casarotto trascorse diciassette giorni in completa solitudine. Era il giugno del 1977, aveva ventinove anni ed era ancora sconosciuto al grande mondo alpinistico; ma l’impresa appena portata a termine aveva messo in subbuglio gli illustri dell’arrampicata italiana, che si chiedevano chi fosse quel vicentino così forte da poter fare una salita del genere. La sua storia alpinistica ha inizio nelle Dolomiti dove, ben prima dell’impresa sudamericana, Casarotto accumula un bagaglio d’ esperienze notevoli, sia in cordata che in solitaria. Predilige i grandi itinerari su pareti isolate. Nel 1973 conosce Goretta – non viene dal mondo di montagna ma è comunque una ragazza “tutto pepe” – e due anni dopo si sposano. Sarà la compagna di sempre, che lo seguirà in tutte le sue trasferte. Con lei condividerà gioie e dolori, successi e insuccessi fino a quel tragico giorno del 16 luglio 1986 al K2, dove per una strana fatalità Renato cade in un crepaccio vicino al campo base al ritorno dal suo ultimo tentativo sulla ancor vergine “Magic Line” e muore. Alcune delle sue salite, ancor oggi vengono guardate con rispetto, essendo l’espressione pura della costanza, dell’impegno psicologico, del carattere tenace del tipico “cavallo di razza” che non si ferma davanti alla prima difficoltà, ma continua per la sua strada fino al raggiungimento della propria meta. http://www.ynews.info/it/item.php?id=859

Vie aperte da Renato Casarotto:
Via “Casarotto-Radin” sulla parete Est della IV Pala di San Lucano; è un magnifico itinerario alpinistico,dalle difficoltà prettamente alpinistiche. E’ una dell’ultime vie di Casarotto su queste pareti .
La via è stata aperta nel 1974 dalla cordata di Renato Casarotto e Piero Radin e si sviluppa per 1000 metri con difficoltà disomogenea: dopo uno zoccolo segue la parte superiore della via con difficoltà di IV-V grado e il tiro chiave valutato VI+/A1 (unico punto dove Ivo si è autoassicurato) . L’ha portata a termine Ivo Ferrari in libera e in solitaria. Per portare a termine la sua salita ha impiegato 9 ore complessive, partendo alle 5 dalla Valle di San Lucano e tornandoci alle 14.
Sulle caratteristiche della via Ivo dice che la roccia è bella nei punti giusti, anche se la parete non è la Marmolada e che se escludiamo l’avvicinamento, lo zoccolo, la lunga discesa e la difficoltà di orientamento, potrebbe essere una bella via… come dire – solo per buongustai e innamorati.
*Diedro Casarotto allo Spiz di Lagunaz.
*l'Huascaran, la cima più alta del continente americano, che ha visto l'epica solitaria di Renato Casarotto sulla sua parete nord. Renato Casarotto ancora oggi è molto ricordato in Perù per aver tracciato in 17 giorni di arrampicata solitaria una difficilissima via sulla Parete nord dello Huascaràn Norte.
Tra la folla dei presenti c'è stato un attimo di smarrimento: come il solito Padre Ugo ha spiazzato tutti, ma poi si è levato, nell'atmosfera pura e rarefatta dell’alta quota, un applauso che è arrivato sino al cielo.

Il K2 ha restituito il corpo di Renato Casarotto 02-10-2003
Lo scorso agosto, dopo diciassette anni, il corpo del fortissimo alpinista vicentino, morto il 16 luglio del 1986, durante il tentativo di scalata solitaria dello sperone sud ovest del gigante del Karakorum, è stato rinvenuto da un gruppo di scalatori kazakhi, che hanno provveduto a trasportarlo al Memorial Gilkey, il grande tumulo di pietre che raccoglie le spoglie dei caduti del K2. Casarotto perse la vita quando ormai il suo tentativo di scalata era giunto al termine e l'alpinista stava rientrando per l'ultima volta al campo base, al sicuro dalle maggiori difficoltà tecniche. Fu probabilmente il cedimento di un ponte di neve a causare la fatale caduta di Casarotto in un crepaccio.

 

La moglie Goretta, avvertita da Renato via radio, e gli alpinisti delle altre spedizioni intervennero immediatamente per recuperarlo. Furono gli italiani del gruppo di Quota 8000 (Gianni Calcagno, Agostino Da Polenza e compagni) i primi a raggiungerlo e a recuperarlo ancora vivo da crepaccio... appena in tempo per vederlo spirare fra le braccia di Calcagno.

Casarotto fu tumulato in un crepaccio, restutiuto alla montagna che gli era stata fatale e che oggi, nel lento ma inesauribile mutare dei suoi ghiacciai, ne ha lasciato riemergere le spoglie.

Agostino Da Polenza, nel suo libro "Everest - K2 Montagne di sogno", ricorda così il tragico e doloroso addio a Renato: "Lui ora era lì sul ghiacciaio che lo aveva tradito, vegliato dagli amici che attenderanno l'alba e per un atto di pietà restituiranno al mostro la sua vittima. Passai la notte a vegliare su Julie e Goretta: prima del sorgere del sole, risalii fino al ghiacciaio per l'ultimo saluto ad un amico".

Lesue imprese furono un continuo successo per il solo amore di condividere il suo spirito con la montagna in ogni scalata. Dalla cima della Busazza nelle Dolimiti, alle lunghe risalite sul Monte Bianco in solitaria e d’inverno; poi il McKinley, negli Stati Uniti, il Fitz-Roy in Patagonia; l’Huascaran in Perù; il Broad Peaz, sempre da solo, dove per evitare il congelamento passò la notte in piedi a quota ottomila metri. Il K2 ha restituito Renato Casarotto. Lo scorso agosto, dopo diciassette anni, il corpo del fortissimo alpinista vicentino, morto il 16 luglio del 1986, durante il tentativo di scalata solitaria dello sperone sud ovest del gigante del Karakorum, è stato rinvenuto da un gruppo di scalatori kazakhi, che hanno provveduto a trasportarlo al Memorial Gilkey, il grande tumulo di pietre che raccoglie le spoglie dei caduti del K2.


Renato Casarotto

Ultimo “puro folle” in cerca di amore

«I miei occhi scontrano frontalmente
cimiteri pieni, falsi ideali;
disprezzo la mediocrità così violenta,
cammino capovolto, ammanettato,
scalcio con i piedi per liberarmi, dico:
va bene, ne ho abbastanza, che altro c'è da vedere?
E se si potessero vedere i miei sogni pensanti
probabilmente metterebbero
la mia testa in una ghigliottina»

Bob Dylan
(cit. da G.P. Motti in Conosci Renato Casarotto?, 1979)


Il K2 si innalza come un ciclopico cristallo nel cuore della catena del Karakorum. Piramide perfetta, sembra l'opera di un titanico artefice che, mentre era impegnato nella sua meravigliosa fatica, mai conobbe attimi di cedimento creativo: il gigante di roccia e ghiaccio è un capolavoro senza cali di tensione, una scultura in cui la geniale forma complessiva è sostenuta da una continua attenzione ai particolari. A nord, con il lunghissimo spigolo, il monte dei monti par quasi aggredire il cielo, mentre a sud si innalza dai ghiacciai come a voler dominare la terra. Ma più sovrano che mai appare dal Colle Est del Lila Peak, con l'intero Baltoro ai suoi piedi e il Broad Peak a fargli da scudiero: il K2, identificato da un'arida sigla che sa di catalogo e che forse sarebbe meglio dimenticare a favore dell'originario e ben più regale “Chogorì”, si presenta tentatore, invitando l'uomo a provare, a cimentarsi lungo quelle linee fantastiche che, spezzate o curve, affiancate da piani più o meno inclinati, si dirigono verso l'unico vertice.

Lasciamo il colle con un balzo leggero e in volo, senza timore ma silenziosi, ci avviciniamo alla grande montagna. Improvvisamente anche tutto ciò che ci circonda pare tacere: si ode soltanto, in lontananza, un rumore misterioso, delicatamente ritmato. Da dove proviene? Un attimo di esitazione, poi di ricerca, e lo sguardo sorpreso, reso stranamente acuto dall'ebbrezza dell'altissima quota, intuisce una sagoma umana: minuscola, pulsante, commovente nella sua estrema fragilità come farfalla posata sul gigantesco cristallo. Procede verso l'alto seguendo la via ideale, la “linea magica” che, pur mirabile, è soltanto figura di un archetipo che trascende il mondo sensibile. La superba cresta, in altre parole, è simbolo dell'eterno cammino dell'uomo, è immagine della perfetta dialettica tra interiorità e universo esterno dove nulla è superfluo. Perché lassù, in un'estatica solitudine che ricorda le lunghe orazioni dei monaci medievali, ogni istante raggiunge pienezza di significato e di necessità: il lungo sperone, il pilastro Sud-sud-ovest del Chogorì, è simile alla scala del sogno di Giacobbe che «poggiava sulla terra mentre la sua cima raggiungeva il cielo» (Genesi 28, 12) e lungo di essa il viandante solitario «supera i bisogni, diventa spirito, si rasserena. Poiché tutti i mondi tendono verso il sole e il bisogno della tenebra è diventare luce» (Hermann Hesse, Orgelspiel).

Ad un tratto, però, le tremende forze della natura si scatenano e costringono il piccolo grande uomo a tornare sui propri passi: è il 16 luglio 1986 e la rinuncia, questa volta, appare davvero definitiva. La discesa è furiosa, velocissima, e il suo ultimo capitolo, lungo il tratto di ghiacciaio immediatamente precedente la morena, si trasforma inaspettatamente nella pagina estrema di una vita, dell'esistenza di uno dei più puri e meno celebrati alpinisti di ogni epoca: il vicentino Renato Casarotto. Egli, come altre volte e più di altre volte, aveva voluto inoltrarsi in quella dimensione dove il corpo e lo spirito sprigionano il massimo dell'energia e, dopo l'esperienza del 1979 nell'ambito della spedizione guidata da Reinhold Messner, aveva deciso di affrontare quella via, la Magic Line della seconda vetta della terra, contando esclusivamente sulle proprie forze. «Non fu una sconfitta» scrisse Alberto Peruffo nelle pagine della Rivista del Club alpino italiano. Fu piuttosto «il riconoscimento della propria limitatezza attraverso un confronto leale, senza artifici. Forse non era il momento giusto, forse l'eccezionale tempra di Renato non era ancora pronta per affrontare le tempeste di un ottomila, in solitaria, in stile alpino. Tuttavia quel momento fu l'apoteosi dell'alpinismo classico, dell'alpinismo inteso come avventura pulita, libera da ogni condizionamento che non siano i limiti stessi dell'alpinista e l'intrinseca natura di ciò che lo circonda, l'ambiente».Monte Civetta. Parete Nord la "Parete delle Pareti".

Così Casarotto appare severissima unità di misura di tutto ciò che in montagna è stato fatto prima e, soprattutto, dopo di lui e si rivela finalmente come un vertice, nel complesso probabilmente ancora oggi insuperato, fatto di tecnica, determinazione, rigore etico e creatività. L'alpinista vicentino sembra incarnare un'ideale antico e tuttavia sempre attuale, tanto che un giovane talento come Marco Anghileri, balzato agli onori della cronaca dopo la prima ripetizione solitaria invernale della Solleder-Lettenbauer sulla parete Nord-ovest del Civetta (14-18 gennaio 2000), tre anni prima dell'impresa che lo ha reso celebre aveva compiuto una personalissima ricerca sulle tracce del nostro protagonista ripercorrendo in cinque giorni, dal 10 al 14 marzo 1997, le sue vie sulla Cima della Busazza (Casarotto, Giacomo Albiero e Giuseppe Cogato dal 28 al 30 maggio 1976: fu la prima via delle Dolomiti ad essere valutata di settimo grado, Anghileri e Riccardo Milani ne hanno portato a termine la prima invernale) e sulla Quarta Pala di San Lucano (Casarotto e Piero Radin, dal 23 al 25 maggio 1974: Marco l'ha superata in prima solitaria e invernale).

«Conobbi Renato quando ero appena un ragazzino – racconta il trentenne alpinista lecchese - perché era un caro amico di papà (Aldo Anghileri, arrampicatore di classe e tra i protagonisti dell'alpinismo italiano durante gli anni Sessanta, ndr. )

Oggi, col senno di poi, rivedo una persona molto concentrata che credeva fermamente in quello che faceva..

Non era timido, bensì davvero umile, e le sue vie riflettono la sua personalità, il suo desiderio di scoperta. Molti mi vedono simile a lui: un bel complimento, indubbiamente... Ma io non so cosa dire: forse, se sono veramente tale, è soltanto perché, se un uomo desidera ricavare dall'alpinismo determinate risposte, il percorso da seguire è uno soltanto, assolutamente logico. E sulla Solleder in inverno, una sorta di “elogio della lentezza”, credo di aver provato le medesime sensazioni che egli visse sulla Nord del Huascarán o durante il grande concatenamento sul Monte Bianco, un'impresa straordinaria che, purtroppo, molti non hanno capito».

Parole pesanti, quelle di Marco Anghileri, che non possiamo contraddire e che ci conducono direttamente verso il primo dei fulcri attorno ai quali ruota questa analisi: Renato Casarotto, vero e proprio “incompreso”, non ha mai conquistato il posto di primo piano che, nel panorama alpinistico internazionale, gli spetterebbe di diritto. Non che sia l'unico al quale è toccata una sorte del genere – chi, tra i moderni guerrieri armati di fantasmagoriche piccozze, ricorda ad esempio Gian Carlo Grassi o Gianni Comino? – ma nel suo caso un simile trattamento appare decisamente sconcertante e ricorda, pur ovviamente diverso nelle motivazioni, la caduta nell'oblio della musica di Johann Sebastian Bach dopo la morte del suo autore.

Il paragone è soltanto apparentemente azzardato e l'augurio è che, ad un certo punto, proprio come accadde ai capolavori del grande compositore tedesco, anche alle imprese di Casarotto venga riconosciuto il loro autentico valore di realizzazioni fuori del tempo, di summa perfetta del sempre vivo e vitale dialogo dell'uomo con la montagna. Basti pensare, in questo senso, alla prima salita del Diedro Sud-ovest dello Spiz di Lagunaz, nel selvaggio gruppo delle Pale di San Lucano, compiuta da Renato con l'amico Piero Radin tra il 5 e l'11 giugno 1975: lo stesso Radin la ricorda come un'esperienza irripetibile, di estremo impegno, e che in ultima analisi si rivela quale stupefacente balzo in avanti nell'evoluzione dell'alpinismo - in mirabile equilibrio tra “spirito del mito” e “forza della ragione” - di portata difficilmente valutabile. Se l'istinto creativo di Casarotto si espresse nel modo più compiuto con una serie di salite in quel gruppo del quale già Emilio Comici intuì l'importanza, «è certamente la salita del Gran Diedro dello Spiz di Lagunaz ad imporsi su tutte» (Gian Piero Motti).

Nella società attuale, caratterizzata dalla logica dell'effimero, del “tutto e subito” e dal dominio incontrastato di vacue opinioni sostenute dall'urlare continuo dei mass-media, in grado di ridurre la complessità del reale ad una sconcertante e disorganica accozzaglia di dettami ispirati ad un poco edificante “senso comune”, la visione della storia – che, in verità, non è più nemmeno tale - appare come mai in passato profondamente campanilistica. Quindi, limitando il discorso all'alpinismo, può capitare che a tre brillanti francesi riesca in inverno, per la precisione tra il 19 e il 28 febbraio 2003, la cosiddetta Super integrale di Peutérey (Ratti-Vitali sulla parete ovest dell'Aiguille Noire, Gervasutti-Boccalatte al Pic Gugliermina, goulotte Frêneysie Pascale tra i Piloni centrale e di destra del Frêney fino in cima al Monte Bianco). Può capitare poi che il concatenamento venga definito «senza alcun dubbio l'itinerario più difficile mai percorso per raggiungere il tetto d'Europa» e, ultimo tassello, che si dimentichi quello che Renato Casarotto riuscì a portare a termine tra il 1° e il 15 febbraio 1982 quando, in solitaria e in completa autonomia, salì la Ratti-Vitali, scese lungo il versante nord dell'Aiguille Noire, superò la Gervasutti-Boccalatte e poi, raggiunta la base del Pilone Centrale, proseguì lungo la Bonington fino ai pendii sommitali e alla vetta. Una linea perfetta e continua, decisamente superiore alla scelta di Stéphane Benoist, Patrick Pessi e Patrice Glairon Rappaz – i tre brillanti francesi – che dalla vetta dell'Aiguille Noire hanno scelto di calarsi per la via appena percorsa per poi raggiungere l'attacco della Gervasutti lungo il ghiacciaio del Frêney.

Il K2 ha restituito il corpo di Renato Casarotto 02-10-2003.è stato rinvenuto da un gruppo di scalatori kazakhi, che hanno provveduto a trasportarlo al Memorial Gilkey, il grande tumulo di pietre che raccoglie le spoglie dei caduti del K2.  E' stato rinvenuto da un gruppo di scalatori kazakhi, che hanno provveduto a trasportarlo al Memorial Gilkey, il grande tumulo di pietre che raccoglie le spoglie dei caduti del K2.

A gettare un'ombra su Casarotto contribuì anche Reinhold Messner. Il fuoriclasse altoatesino, in seguito alla già menzionata spedizione al K2 del 1979, non ebbe certamente parole di riguardo nei confronti dell'alpinista veneto che, già allora, avrebbe voluto tentare seriamente la Magic Line. Si innescò quindi una polemica nei dettagli della quale preferiamo non entrare, limitandoci a ricordare che nel suo volume Sopravvissuto (1987), Reinhold scrisse che Casarotto era il più debole fra tutti i partecipanti della spedizione (oltre a loro c'erano Alessandro Gogna, Friedl Mutschlechner, Michl Dacher e Robert Schauer) spiegando, poco oltre, di averlo invitato perché lo riteneva «uno dei migliori rappresentanti dell'alpinismo classico mitteleuropeo. Durante l'impresa tuttavia si dimostrò troppo lento per poter essere d'aiuto alla squadra alle quote più alte: all'epoca rinunciai al progetto di tentare il pilastro Sud anche perché non avrei potuto contare sul suo appoggio». Messner aggiunge infine che «nel 1986 Casarotto tornò al pilastro sud del K2. Non so dire se intendesse “saldare un conto” o se per lui, come la prima volta, la Magic Line fosse molto importante. So soltanto che era destinato a fallire. Renato Casarotto, per cui provavo del rispetto, precipitò e morì in discesa in un crepaccio».
Reinhold parlò di Renato anche sulle pagine della Rivista del Club alpino italiano (maggio-giugno 1987), affermando che «tecnicamente aveva dei grossi limiti» e provocando l'immediata e perentoria reazione di Andrea Gobetti e, soprattutto, di Roberto Mantovani. L'attuale direttore della Rivista della montagna non usò mezzi termini e rispose al primo salitore dei quattordici ottomila ricordandogli «la strabiliante serie di prime ascensioni, prime invernali e prime solitarie» portate a termine da Casarotto, sottolineando anche come «quei pochi alpinisti che si sono trovati a dover fare i conti con le vie di Renato abbiano espresso tutti dei giudizi più che lusinghieri, confermando in pieno la valutazione tecnica espressa nelle prime relazioni».

Le parole di Mantovani trovano conferma in quelle di Marco Anghileri e di due alpinisti tanto schivi quanto mossi da una passione disinteressata: Giacomo Albiero e Piero Radin, storici compagni di cordata del nostro eroe silenzioso.
«Credo che la Casarotto alla Busazza – spiega Anghileri – sia il classico esempio di come la storia che si trova dietro una via rappresenti uno degli elementi che più la rendano affascinante. Ripetendola in invernale non ho potuto non pensare al suo primo salitore e ai mezzi che utilizzò: le emozioni più grandi, durante la scalata, arrivarono sicuramente dalla figura di Renato. Io e Riccardo Milani (forte alpinista lecchese compagno di Mauro “Bubu” Bole in occasione di un recente tentativo al Cerro Torre, ndr) rimanevamo stupiti ogni volta che ci trovavamo ad affrontare passi per niente facili, ricordando che colui che ci aveva preceduti li aveva superati con ai piedi dei pesanti scarponi».

Abbiamo già ricordato che con Casarotto, in occasione della salita alla Cima della Busazza, c'era il forte ed esperto Albiero, classe 1925 e quindi oggi ormai prossimo alla soglia degli ottant'anni. La sua testimonianza si intreccia con quella del più giovane Radin, nato nel 1943, e presenta uno spaccato interessante della personalità del fuoriclasse veneto: uno spunto per procedere oltre “la scorza delle rocce” e, seguendo l'intuizione di Gian Piero Motti e alcune affermazioni di Ivan Guerini, considerare la figura di Casarotto oltre i numeri dei suoi capolavori alpinistici. In altre parole: fornire un'interpretazione culturalmente più ampia e profonda delle scalate del nostro personaggio per arrivare a liberare l'alpinismo dal vicolo cieco nel quale spesso si è cacciato e renderlo, ancora nello spirito di Motti, “balcone privilegiato per osservare la realtà e l'evolversi delle cose”.

«Conobbi Renato nel 1973 frequentando la sezione del CAI di Vicenza – racconta Giacomo Albiero -. Non fu nulla di strano: cominciammo a parlare tra noi e ci lasciammo con un appuntamento per la domenica successiva, quando arrampicammo insieme per la prima volta. Da allora ne abbiamo combinate di tutti i colori: importanti ripetizioni, vie nuove...». Radin, invece, conobbe il nostro protagonista in palestra: «Ci incontrammo e fu subito intesa – ricorda Piero -: non passò molto tempo che eravamo già insieme, in inverno, sullo spigolo Strobel alla Rocchetta Alta di Bosconero, nelle Dolomiti zoldane». La salita richiese tre giorni, era il marzo 1974, e Motti la definì «un netto salto qualitativo nell'evoluzione di Casarotto, prefigurando l'impronta che egli darà al suo alpinismo invernale e solitario».

Ammirazione senza compromessi rivelano ancora Albiero e Radin: se il primo parla di un «personaggio stupendo, sia come uomo che come alpinista, che in parete sembrava non incontrare mai vere difficoltà», il secondo ricorda come in realtà non fosse come a molti era dato di vederlo: «Non era un “orso” - spiega -. Amava anzi parlare, confidarsi con gli amici, anche se era meglio non contraddirlo..., ed aveva un forte sentimento religioso. E' difficile fornire valutazioni precise in questo senso, tuttavia posso assicurare che in parete, anche nei momenti più critici, a differenza della maggior parte degli alpinisti mai pronunciò un'imprecazione o soltanto parole volgari. Senza dimenticare il suo profondo senso della famiglia e ciò che provava per Goretta: sua moglie fu per lui un aiuto determinante, un'incredibile sostegno psicologico in ogni situazione». Ancora Mantovani, grande amico di Casarotto che con Roberto, dopo il ritorno dal K2, avrebbe voluto ripercorrere tutte le grandi classiche delle Dolomiti per compilarne una fantastica storia a quattro mani, a proposito del “modo di porsi” di Renato precisa che «in pubblico appariva schivo, quasi dimesso; con gli amici invece era vivace, curioso, dalla battuta pronta». Tanto che certe sere, spinti da quella voglia di capire che a trent'anni suonati rende ancora simili a dei ragazzini, i due “compari” tiravano le ore piccole soltanto per parlare: «Passavamo il tempo a svitare e riavvitare il mondo – ricorda Mantovani -, per trovare una soluzione ai problemi di cui si discuteva».

Dal punto di vista più strettamente tecnico era un primo di cordata per vocazione, sulle tracce di Cassin e Bonatti che non sopportavano l'arrampicare con la corda tesa davanti. «Ho sempre avuto il pallino di scalare da primo, anche quando arrampicavo con gente molto brava – confessò Renato in un quaderno -. Forse mi sbagliavo, ma non mi sentivo mai abbastanza sicuro appeso alla corda di un altro. Probabilmente è per questo – aggiunse – che non ho avvertito il gran salto dell'arrampicata solitaria». «Non amava arrampicare da secondo – conferma il saggio Albiero – e in testa alla cordata era in grado di piantare chiodi in posizioni apparentemente impossibili: io, quando dovevo schiodare, ero spesso costretto ad “appendermi”! Stilisticamente ineccepibile, aveva uno stile “aperto”, con grandi spaccate... Era un puro, non disposto ad alcun compromesso, avversario senza mezzi termini dei chiodi a espansione: mai ne piantò e mai ne portò con sé durante una salita. Renato ha arrampicato soltanto per intimo piacere, per ottenere il meglio di sé: era umile, non amava farsi pubblicità e mai, neppure dopo straordinarie imprese come quella che ritengo il suo capolavoro, la solitaria invernale del Diedro Cozzolino al Piccolo Mangart di Coritenza, con la parete ricoperta da un'immensa crosta di ghiaccio, si montò la testa». Le parole di Piero Radin si aggiungono, ricalcandole, a quelle di Albiero: «Con lui – ricorda l'amico - arrampicai quasi sempre da secondo, soltanto negli ultimi anni mi capitò di fare qualche tiro davanti... Era determinatissimo, Renato, con una grande forza mentale, e quando si lanciava in un'impresa si poteva star certi che mai avrebbe mollato: una volta fissato un obiettivo faceva di tutto per raggiungerlo. Così nel 1979, sul K2, subì un colpo non indifferente: quella volta tornò a casa deluso, profondamente demoralizzato per non aver potuto giocare tutte le sue carte. Sette anni dopo decise di ritornare laggiù: lui, l'amico del grandioso Trittico del Frêney e del McKinley in solitaria, era fatto così. La sua scomparsa mi parve inverosimile: rimasi sbalordito, non volevo crederci anche perché, per quanto riguarda la sicurezza, Renato non trascurò mai alcun dettaglio. Tanto che in solitaria arrampicò sempre autoassicurato, sfruttando il famoso sistema dei cordini con i Prusik».

Già, le solitarie: non è possibile parlare di Renato Casarotto senza entrare nei dettagli dei suoi personalissimi colloqui con la montagna, capolavori che, al modo di stupendi autoritratti, ci permettono di ripercorrere la sua evoluzione creativa, tecnica e, soprattutto, umana.

Era il 1968, quando il nostro protagonista aveva già vent'anni, che la montagna lo stregò irrimediabilmente. I primi passi li mosse sulle montagne di casa, le Piccole Dolomiti, e manifestò fin dagli esordi una spiccata predilezione per le avventure senza compagni e per la ricerca di nuovi itinerari. Nel 1971, tutto solo, salì uno storico itinerario di Raffaele Carlesso nel gruppo del Pasubio ma è tra il 19 e il 23 dicembre 1974 che confezionò il suo primo gioiello: l'allucinante prima solitaria invernale della Simon-Rossi sulla parete Nord del Pelmo. Soltanto due mesi più tardi, dal 22 al 27 febbraio 1975, ebbe modo di ripetersi lungo la Andrich-Faè sulla parete Nord-ovest del Civetta e nel 1977, dal 5 al 21 giugno (diciassette giorni di permanenza ininterrotta in parete!), superò l'immensa parete Nord del Nevado Huascarán, la più alta cima delle Ande peruviane. Fu un'impresa titanica, tanto per concezione quanto per le difficoltà superate, e oggi (aprile 2003), l'itinerario è ancora in attesa di una ripetizione. Alice Pedretti, moglie del tanto formidabile quanto schivo alpinista camuno Battista Bonali, disse un giorno che la Nord del Huascarán è come «uno sparviero minaccioso che si difende dall'attacco» e che un giorno, era il 1993, attirò a sé proprio Battista. Egli avrebbe voluto scalarla per i bambini dell'“Operazione Mato Grosso” di padre Ugo De Censi, missionario da anni attivo in Perù, e, informato proprio da Goretta Casarotto dei grandi pericoli oggettivi che essa presentava, contava di ripeterla nel più breve tempo possibile. Ma quando erano ormai a poche decine di metri dalla vetta, vicini al coronamento del loro sogno, Battista e Giandomenico Ducoli furono probabilmente travolti da una scarica di sassi. Per loro non ci fu nulla da fare: vennero ritrovati milleseicento metri più in basso, alla base della nera muraglia.

Nel 1979 fu la volta del superbo ed evidente pilastro Nord-est del Fitz Roy, in Patagonia: Renato l'aveva già tentato con la guida alpina erbese Graziano Bianchi e aveva in seguito deciso di provare da solo. Il risultato fu una superba linea di oltre mille metri con difficoltà di VI+ e A2. Ma non indugiamo nelle sterili sigle: nel 1982 fu la volta del già ricordato Trittico del Frêney e poi, dal 30 dicembre al 9 gennaio 1983, della solitaria invernale del capolavoro di Enzo Cozzolino sul Piccolo Mangart di Coritenza. Per rendere l'idea delle condizioni della parete in quello scorcio d'inverno basti ricordare che un giorno, dando il massimo di sé, Casarotto riuscì a progredire soltanto di venti metri.

Dalle Ande alle Alpi e poi al Karakorum, sullo sperone settentrionale del Broad Peak Nord dove, pochi mesi dopo l'avventura del Diedro Cozzolino, una via nuova di duemilacinquecento metri di dislivello e di alta difficoltà su ogni tipo di terreno divenne una stupenda realtà. In quell'occasione, come spiega Roberto Mantovani, «durante la discesa il buio bloccò Renato a 7500 metri, costringendolo a trascorrere la notte in piedi, su un masso piantato in mezzo al pendio ghiacciato, senza tendina, senza sacco a pelo e senza zaino». In dodici giorni, nell'aprile 1984, il nostro eroe superò ancora la cresta Sud-est del McKinley (The ridge of no return ossia “La cresta del non ritorno”, come l'avevano battezzata Glenn Randall e Peter Metcalf dopo un tentativo). Casarotto riuscì a farsi strada in un labirinto di cornici infernali, giganti pericolanti pronti a crollare ad ogni istante, e a scovare la via in un surreale mondo di ghiaccio dove egli, per la prima volta, si trovò a lottare con elementi nuovi – definiamoli pure “allucinazioni” e “paura” - dei quali aveva forse intuito l'esistenza senza tuttavia, prima di quei giorni, sperimentarla in modo pieno.

L'ultima grande impresa solitaria invernale del nostro protagonista risale al 1985. Erano stati necessari ben sei tentativi ma alla fine – e tornano alla mente le parole di Piero Radin -, Renato ebbe ragione di se stesso e di quella parete che, come scrisse Gian Piero Motti nella sua Storia dell'alpinismo, appare «rossa come il sangue, verticale, compatta, e si alza prepotente sopra un caos di blocchi di ghiaccio»: è la parete di Giusto Gervasutti, la feroce e selvaggia Est delle Grandes Jorasses. Il “Fortissimo” l'aveva superata nel 1942 al termine di un'autentica epopea che lo aveva visto tentare e ritentare e Casarotto, perso in quel mare di placche di granito incrostate di ghiaccio, si ritrova forse senza rendersene conto sulle tracce del grande friulano, con nella testa i pensieri di quei pochi che avevano voluto avere a che fare con quella via. Così, ad un tratto, ecco risuonare nell'aria, quasi fosse il vento a centocinquanta chilometri l'ora ad averle portate fin lassù, le parole di Gervasutti, l'allucinato ed incandescente canto dell'eroe che si eleva sopra ogni forza della ragione: «Ero partito da solo, come spesso mi accadde in quell'anno – scrisse il “Fortissimo” -. Sapevo che l'alpinismo solitario in genere è condannato e considerato quasi come una mania suicida». Ma «nelle vibranti e libere corse sulle rocce tormentate, nei lunghi e muti colloqui con il sole e con il vento, nella dolcezza un po' stanca dei delicati tramonti, ritrovavo la serenità e la tranquillità». Perché «l'ebbrezza di quell'ora passata lassù isolato dal mondo, nella gloria delle altezze, potrebbe essere sufficiente a giustificare qualunque follia... Ed al giovane compagno che inizia i primi duri cimenti, ricorderò il motto dell'amico caduto su una grande montagna: “Osa, osa sempre e sarai simile ad un dio”».

«Renato – spiega Roberto Mantovani – considerava la scalata come uno straordinario mezzo introspettivo, uno strumento per arrivare al nocciolo della vita e trovare una risposta alle grandi domande», ritenendo che il procedere in solitaria lungo una via nuova, oppure in libera dove altri erano riusciti a forzare i passaggi soltanto in artificiale, fosse il massimo. Non amava rischiare e giocare d'azzardo con la vita, ma non era attratto dalle vie facili: egli desiderava compiere un viaggio nell'ignoto, liberare se stesso nell'azione e quindi conoscersi nel modo più profondo. I limiti, affermò una volta, «esistono soltanto perché li poniamo dentro di noi».

Casarotto cercava la libertà, era impegnato lungo un cammino difficile e pericoloso. Egli era cosciente dei rischi della vita incolore e colma di compromessi: sapeva benissimo che, in fin dei conti, erano ben superiori rispetto a quelli che si incontrano in parete. Così volle diventare l'alfiere della vita, esporsi per raggiungerne almeno per qualche istante l'essenza. L'alpinismo solitario è quindi soltanto una chiave, un mezzo per raggiungere ben altri risultati che non la conquista di vette e pareti: nell'esasperante lentezza della progressione si entra in una dimensione particolare dove l'istante sfuma in un oceano temporale indefinito, dove non sono permesse «interruzioni, intromissioni, ingerenze dal mondo della flaccidità, dell'opulente comodità» (Alberto Peruffo).

Il fuoco interiore ha bisogno di tempo per svilupparsi e Renato ne ascoltò sempre le esigenze, intraprendendo una ricerca estrema che lo portò a comprendere ciò di cui parlò Anna Lauwaert, compagna in montagna e nella vita di un altro leggendario solitario, il belga Claudio Barbier, nel volume La via del drago: «La montagna insegna a prendere coscienza della propria solitudine, a valutare le proprie forze, a gestire paure e debolezze, a camminare malgrado tutto, perché non c'è altra soluzione. Mosè salì sulla montagna e Dio gli venne incontro; solo nel silenzio della solitudine Dio parla. Solo attraverso la sperimentazione e l'accettazione della solitudine l'uomo trascende se stesso, l'essere trascende il tempo... Allora il silenzio parla, allora si raggiunge il principio; e “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio”».

L'alpinismo solitario - è il secondo fulcro della nostra trattazione - si configura come momento di assoluta ribellione, di totale presa di coscienza della propria grandiosa dignità: è come un'opera d'arte che si eleva al di sopra degli umani accadimenti, un guizzo di genio che, svincolandosi dal marasma sterile della banalità, sgretola tutto ciò che ogni giorno sempre più intorpidisce la lucentezza dei pensieri, permettendo di riconquistare una purezza perduta. Ma per procedere lungo questa strada, difficile e faticosa, occorre, come scrisse un giorno proprio Battista Bonali, «sporcarsi le mani», ossia andare controcorrente perché, sono sempre parole del primo salitore del Great Couloir della parete Nord dell'Everest, «non si arriva in cima a una montagna se non si comincia a camminare in salita».

Le solitarie di Renato ci presentano immagini diverse della sua personalità o, meglio, una medesima immagine secondo prospettive e in momenti differenti: sono pagine di un diario che egli ha dedicato a sé, gli apici di una creatività sempre altissima che richiamano le ultime opere di Rembrandt. Nelle sue ultime tele, quegli orgogliosi autoritratti che raggiungono l'universale, il grande pittore olandese chiude la sua parabola umana e si raffigura inscindibilmente legato alla sua arte, ribadendo una volta per tutte la propria individualità. Egli si spense solo e in silenzio, mentre lo stile della pittura e della vita del suo paese stavano rapidamente e irrimediabilmente scivolando verso un conformismo anonimo che non ne voleva sapere di estreme ricerche.

Allo stesso modo il cuore dell'attività di Casarotto cadde in un momento cruciale della storia dell'alpinismo, quando il tentativo di liberare l'arrampicata dalle ammuffite pastoie di un tempo stava ormai fallendo. Egli si ritrovò come rinchiuso in un'antica cattedrale colma di suoni d'organo mentre, fuori, le nuove generazioni erano già vittime della fretta, del “mito dell'uomo-muscolo alla Bronzo di Riace” (Gian Piero Motti, Arrampicare a Caprie) e non più in grado di apprezzare quell'arte complicata che richiede pazienza. Forse, ancora oggi, gli eredi di quei giovani sentono l'ammonimento tanto esigente, ma ciò che un tempo era sacro e bello, a loro è ormai incomprensibile: vittime dei tempi moderni e “incapaci di pregare”, lasciano vuoto il tempio, che si innalza preistorico sopra le affaccendate vie. E il maestro? Egli resta solo, non curandosi delle contraddizioni che scorrono febbricitanti lungo binari tempestosi, e in un ultimo istante, mentre non comprende più se il tempio teso verso il cielo sia davvero tale o sia piuttosto una cuspide di granito forgiata dalla natura, si piega su se stesso ed esprime l'insanabile dicotomia con la quale, purtroppo, occorre imparare a convivere.

«Raccontare, parlare, è molto difficile – scrisse l'indimenticabile Renato nel suo Oltre i venti del nord, al termine del racconto della solitaria della Ridge of no return -. E' sempre duro arrivare così vicino all'essenza della vita e poi, dopo, ritornare indietro e sentirsi imprigionati nelle strettoie del linguaggio, completamente inadeguato a tradurre in simboli i concetti e la totalità dell'esperienza vissuta. Un'esperienza lunga e sofferta che mi ha permesso di capire una verità fondamentale: alla base di tutto, di ogni azione che l'uomo compie, deve esserci sempre l'Amore». E anche Andrea Gobetti, parlando proprio dell'ultimo “puro folle” dell'alpinismo e della sua ultima parete, disse un giorno che «sotto sotto c'è qualcosa che ha a che fare con l'amore, quella porta oltre la quale c'è tutta la gioia e tutto il dolore del mondo, e chi non vuol sapere quanto è, non l'aprirà mai e, pazienza, vivrà senza saperlo».

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