DAL
LIBRO:”TRA IL SILENZIO DELLE PARETI”
Più
volte mi era capitata tra le mani la guida di Oscar Kelemina e nello
sfogliarla mi soffermavo sempre alla descrizione della "Via delle
guide" alla Torre Valgrande tracciata da Mariano De toni e Cesare
Pollazzon nel gruppo della Civetta.
Nel leggerne le varie difficoltà, ero sorpreso per la meticolosità
di come venivano descritti i passaggi chiave della terza e quarta lunghezza
di corda. Passaggi di VI° e VI°+ in libera che avevano costretto
molte cordate a fare un bel dietro front.
Alessandro Gogna nel suo libro "SENTIERI VERTICALI" edito dalla Zanichelli nel 1987, riporta: "La bella Torre di Valgrande aveva in serbo per i valligiani più volonterosi una bellissima fessura sul versante meridionale. Mariano De Toni, custode del Coldai e Cesare "Ceci" Pollazzon, entrambi di Alleghe, con l'uso di 12 chiodi salirono la fessura. Questa, dopo un periodo di indifferenza, nel 1951 fu valutata dai ripetitori per quello che è, cioè un'estrema arrampicata di fessura. Dopo Tissi, dopo Vinatzer, furono ancora i valligiani a spingere oltre il limite. La via delle Guide, come fu chiamata in seguito, ebbe la prima ascensione totalmente in libera (rotpunkt) nel 1977 (Heinz Mariacher e Luisa Jovane). Con ciò si scoprì che si era nel 7° grado. Il passaggio chiave, secondo loro, è più difficile della Pumprisse in Kaisergebirge, inizio ufficiale del 7°grado. Dato che il tiro più duro è stato salito da De Toni e Pollazzon con soli otto chiodi, si può facilmente dedurre che essi toccarono certamente il 7° grado della nostra odierna scala UIAA. Il capocordata De Toni si trovò ad improvvisare un off-width ante litteram, praticamente l'unico sistema per superare fessure che non permettono al corpo di entrare ma nello stesso tempo sono troppo larghe per l'uso del solo braccio: la più faticosa delle sofisticate tecniche di arrampicata ad incastro perfezionate in America! E' pur vero che De Toni usò un cordino per staffa e che anche gli altri sette chiodi furono usati per progressione, ma chi ha fatto quella fessura è in grado di testimoniare quanta forza, resistenza e coraggio siano ancora oggi necessari. Un autentico capolavoro di arrampicata libera, l'ultima fessura delle Dolomiti".
Nel '75 per andare a scalare la via Schubert, al Pan di Zucchero, avevo
osservato dal sentiero Tivan, la via delle "Guide" alla parete
est della Torre Valgrande che per mezzo di una fessura saliva dritta
fino alla cima e dentro di me era na
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to il desiderio di farne l'ascensione.
1994. Da un anno grazie all'attività alpinistica da me svolta
dal 1989, ero entrato a far parte del gruppo "Gransi" del
C.A.I. di Venezia.
Gruppo nato nel 1957 a Venezia . Lo stemma del gruppo rappresenta un
granchio, il quale ostenta sul maglione, e l'immagine del simpatico
crostaceo ha dimostrato che gli alpinisti veneziani sono forti, distinguendosi
nell'apertura di nuove vie nelle Dolomiti o dando vita a spedizioni
in terre remote. Il mondo verticale in netto contrasto con le piatte
superfici che ci circondano a fatto nascere e crescere un gruppo di
amici, talora carismatici, amanti delle ascensioni, in perfetta sintonia
con i gruppi più famosi. (Ragni di Lecco, Scoiattoli di Cortina,
Catores della Val Gardena, ect.).
In questo periodo avevo compiuto delle impegnative ascensioni, ma soprattutto
avevo ritrovato l'amico Maurizio Venzo "Nane", che nel frattempo
era diventato, assieme alla moglie, guida alpina.
Con il Nane avevo scalato molte pareti difficili delle Dolomiti. Tra
noi c'era amicizia, pazienza, affiatamento che potevano dare solo risultati
positivi.
Il ritrovo del gruppo Gransi era fissato il 9 luglio al rifugio Coldai:
un'opportunità da non perdere. Telefonai una settimana prima
al Nane che accettò con entusiasmo la mia idea di salire appunto
alla Torre Valgrande per la Via delle Guide.
L'assemblea al rifugio si svolse con pochi partecipanti ma fu piacevole
ritrovarsi consolidando l'amicizia, ascoltando le imprese dei "veci"
e i programmi dei più scatenati. Terminata la seduta, dopo il
classico bicchiere di vino, con Bruno Palma abbiamo scalato una parete,
per sgranchirci, tradendo il primo tempo dei mondiali de calcio tra
Italia e Spagna. L'Italia, come scrisse il quotidiano "Gazzettino"
il giorno dopo: " miete consensi anche in quota, fra i canaloni
delle Dolomiti bellunesi, dal Civetta al Pelmo". L'articolo continua:
"A far coraggio agli azzurri contro la Spagna, ai quasi tremila
metri del Coldai, davanti ad un televisore in bianconero sprovvisto
di audio, nel rifugio gestito da Renato De Zordo, un centinaio di alpinisti
rientrati anzitempo da pareti e sentieri.
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A supporto della tivù "muta", una radio da cui esce
una rauca telecronaca di Ciotti in una stanza in cui i maglioni azzurri
dei "Gransi", il gruppo rocciatori del C.A.I. di Venezia,
quasi ti fanno sentire fra amici nell'anello più alto del soffocante
stadio di Boston.Anche chi ama la montagna può voler bene a questa bistrattata
Italia del pallone....Il tranquillo rifugio diventa una bolgia per una
festa che si fa veneta, anche quassù":
Lasciati gli amici davanti alla tivù, dopo aver percorso per
cento metri il sentiero Tivan, ci siamo diretti alla base del primo
Torrione delle Zìolere per eseguire l'ascensione al pilastro
est, parete nord, via del diedro grigio aperta da M. e O. Kelemina.
La via,
sconsigliabile ad eventuali ripetitori, presenta difficoltà
di primo, secondo e terzo grado di sfasciumi; un tiro di quinto grado
con un passaggio di AO, il quale, senza l'ausilio dei chiodi, diventa
VI grado. In tutto centottanta metri.
Al ritorno abbiamo potuto vedere il gol di Baggio che segnò
la vittoria dell'Italia. L'entusiasmo dei Gransi echeggiò lungo
le pareti del Civetta.
Alle ore 6.00 sveglia. Guardo dalla finestra, giornata bellissima.
Scendo nella sala da pranzo e trovo l'amico "Orso" che mi
saluta con la sua voce cavernosa. Alle 6.20 arriva il Nane, madido
di sudore per la corsa che ha fatto per raggiungere il rifugio. Facciamo
colazione e nel frattempo vengono a salutarci e ad augurarci "in
bocca al lupo" il Fagio, Leo e il Pepo.
Partiamo, non prima di aver ricevuto raccomandazioni di fare attenzione
dal gestore del rifugio Renato De Zordo. Dinanzi a noi, la breccia
tra il Pelmo e la Val di Zoldo è tutta bagnata di sole e di
luce.
"Tempo magnifico, Nane, stupendo!".
Il Nane non mi risponde ma corre come un capriolo, saltando e fischiettando.
"E' da lui" , penso e correndogli appresso percorriamo il
sentiero Tivan che ci porta all'attacco della via.
La notte precedente, l'avevo trascorsa male, rievocando con il pensiero
le perplessità sulla riuscita che mi aveva confidato il gestore,
in base alla sua esperienza, per quanti alpinisti avevano rinunciato
per le difficoltà della via.
Il Nane a dieci metri dall'attacco, silenzioso si ferma e guarda la
fessura.
Anch'io ho smesso di parlare. Intorno a noi c'è un silenzio
arcaico.
Alle 8.35 attacchiamo la parete.
1°) Si sale per roccia solida, con arrampicata
bella 4°, 4°+.
2°) Questo tiro, ci vede impegnati, con roccia sempre buona, quel tanto per arrivare
al più presto al fatidico terzo tiro di corda.V-, V+. (L'orologio da polso che mia figlia mi ha prestato ad ogni movimento
suona e una voce computerizzata scandisce in francese ora e minuti,
fino a che il Nane, con una serie di epiteti veneziani, mi costringe
a toglierlo e a metterlo nello zaino).
Ritorna il silenzio.
3°) Siamo davvero staccati dal mondo, i nostri tormenti interiori sono
trascurabili a paragone delle gioie che la montagna in quel momento
ci dava.
La scalata ci ritrovava per le facoltà di lotta, il piacere
rinnoverato, immenso, di arrampicare assieme.
Il Nane mi dice: - "Bepi attento all'occhio".
"Stai tranquillo".
Già ai primi metri la fessura si presenta con tutte le sue
difficoltà. Se nella guida è scritto che ci sono pochi
appigli, intorno a noi troviamo, |
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la fessura, tutta viscida e bagnata. Il Nane tra le precise richieste del tipo: "tira, molla, tieni
corda rosa, corda blu", arriva al passaggio strapiombante di
sesto superiore-settimo.
Già penso come farò io. Eccolo sul rigonfiamento; le
corde sono distanti di circa due metri dalla parete. Tallone destro
appoggiato al bordo della parete di destra, ginocchio della stessa
gamba premuto contro il labbro sinistro interno della fessura, gamba
destra incastrata dentro la fessura, mani in aderenza che cercano
qualche appiglio più buono. Striscia come un verme centimetro
dopo centimetro, trova con la mano destra un appiglio a maniglia,
sguscia dalla fessura, spaccata e superamento di slancio del passaggio.
Lui è
passato ma, caspita, è piccolo (1,57 m.), magro, guida. Io
1,86 m. di altezza per 89 kili, in più ho lo zaino e il materiale
da recuperare.
Fischiettando e sorridente mi dice di partire: "Tranquillo, Bepi.
Non incastrati. Sfrutta gli appigli esterni".
"Quali?"
Lui.-"Vai".
"Non tirare fino a quando non te lo dico. Recupera e sta attento".
Mi ripete:-"Vai tranquillo".
"Parto".
Mi libero dell'autoassicurazione, alzo le mani, spaccata streacing,
fantastico, vedo le corde sotto che si muovono con l'aria senza toccare
la parete. Sono felice. Con l'apertura spasmodica delle gambe arrivo
sotto al rigonfiamento strapiombante. Tutto è liscio, specialmente
a destra.
Disgraziatamente un friend non vuole togliersi. Tiro verso l'alto,
poi verso il basso, mi aiuto con il moschettone, niente.
Risuona la voce del Nane:-"Tira fuori il martello".
"Cosa?".
E lui come niente fosse mi dice.- "Ti sfili lo zaino, tiri fuori
il martello e con la becca facendo leva recuperi il friend".
"Solo?". Gli rimando con due-tre maledizioni.
Gli grido:-"Tieni" e inizio la delicata fase dello zaino.
Apro le cinghiette, prendo il martello , assicuro lo zaino penzolante
al lato destro, ad un moschettone dell'imbragatura aggancio il martello
e con quattro colpi recupero lo stramaledetto friend.
"Bravo!".
"Ma va...".
"Dai non perdere tempo".
Accidente a lui. Mi rimetto lo zaino, riassesto la ferraglia e riparto.
"Ma dove sei passato?".
Lui:-"Prova a sinistra".
Metto il piede destro in opposizione, lo spingo fortemente come pronto
a perforare la roccia, incastro la mano destra dentro la fessura,
piede sinistro su micro-appoggio, slancio "tieni", maniglia,
passo. Bellissimo.
"Bravo Nane".
"Bravo Bepi".
Il Nane, ora saliva con la sua abituale sveltezza, trovando facilmente
gli appigli e gli appoggi anche se le difficoltà rimanevano
di quinto grado. La fessura alla Dùlfer la superiamo velocemente
non timoriti dal vuoto che c'è sotto ai nostri piedi e tutti
e due ci abbracciamo in cima.
Rispondiamo al saluto della cordata "Gransi" che dalla cima
Alleghe festeggia la nostra vittoria e velocemente ci caliamo giù
con le corde doppie.
Al rifugio gli amici si congratulano con noi. Io rimango per ultimo
nello scendere a valle. Penso alla Torre, al Nane, alla nostra amicizia
e a quanto sono stati bravi ad aprire quella via nel 1941.
Arrivo a Malga Pioda e l'ultimo bicchiere è nelle mani di compare
Orso che, con Fagio, Pepo, Nane e me brinda ai Gransi e all'amicizia.
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