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PREFAZIONE:
LA VALENTE GUGLIA, CONTROLLA GUARDINGA IL PASSO BALL, SORVEGLIANDOLO,
CON UN SOLIDO E POTENTE PROFILO. IL DUO, CASTIGLIONI - DETASSIS CON
S.SAGLIO E MARIUCCIA BARDELLI APRIRONO, UNA VIA, MANTENENDOSI AL CENTRO
DELLA PARETE, NORD OCCIDENTALE E SFRUTTANDONE I CEDIMENTI DELLA ROCCIA
VERTICALE. APERTA NEL 1934, LASCENSIONE E UNA VIA
CLASSICA E MERITA DI EFFETTUARLA SE SI SOGGIORNA AL VICINO RIFUGIO
PRADIDALI.
L'ITINERARIO
DESCRITTO E' MODIFICATO CON DUE VARIANTI: LA VARIANTE DIRETTA D'ATTACCO
INIZIALE ESEGUITA DA: g. FRANCESCHINI E D. BUZZATTI, 9 SETTEMBRE 1956
CHE CON LA SEMPRE LORO VARIANTE DI RACCORDO CON LA VIA DEI CAMINI NE
HANNO FATTO DIVENIRE UNA VIA. LOGICA, ELEGANTE, COSTITUENDO UN ITINERARIO
CHE SALE SU OTTIMA ROCCIA, VERTICALE E PRESSOCHE AL CENTRO DELLA PARETE.
DISLIVELLO DI CIRCA 350 mt. DIFFICOLTA: PARETE CENTRALE: DAL IIII°
AL IV° SOSTENUTO.
ACCESSO:
DAL RIFUGIO PRADIDALI SI SALE LUNGO IL SENTIERO CHE PORTA AL PASSO BALL.
ALLALTEZZA DELLA VIA SI PRENDE UN SENTIERINO CHE CONDUCE ALLATTACCO.
DESCRIZIONE:
1a VARIANTE) DALLA CONCA DI MASSI E GHIAIE SI SALE IL FONDO DELLA CONCA
VERSO UN CANALE SITUATO SULLA DESTRA E SI SALGONO LE ROCCE VERTICALE
CHE CONDUCONO AL PIEDI DI UNA FESSURA DELIMITATA DA DIEDRI APERTI (60
m. DI
IV°-, E IV°). SI SALE A DESTRA DEL CANALE ENTRANDO IN ESSO DOPO
40 MT. E CONTINUANDO LUNGO IL FONDO PER CIRCA 30 mt. , FINO AD UNA TERRAZZAERBOSA
SOTTO LA PARETE VERA E PROPRIA. SI
ARRAMPICA SU ROCCIA BELLISSIMA LUNGO UN SISTEMA DI NICCHIE PER CIRCA
25 mt. ATRRAVERSOUN CAMINETTO OBLIQUOED ALCUNI PASSAGGIESPOSTI SI ARRIVA
DOPO 50 mt. AD UNIRSI ALLA VIA ORIGINARIA ALLA BASE DELLA GRIGIA PARETE
VERTICALE. (Fine della prima variante).
SI SALE SULLA DESTRA (IV°) SEGUENDO POI UN DIEDRINO CHE PORTA SOTTO
ROCCE GIALLASTRE, SI PIEGA A DESTRA, SI OLTREPASSA UNO SPIGOLETTO SOSTANDO
SU ROCCE PIU' FACILI (50 mt., IV°).
2a
VARIANTE) SI LASCIA LA VIA ORIGINARIA SULLA SINISTRA, PER SALIRE DIRETTAMENTE
LUNGO LA PARETE PER CIRCA 60 mt. ANCORA VERTICALMENTE PER 20 mt. OBLIQUANDO
POI LEGGERMENTE A DESTRA FINO A UN TERRAZZINO. SI SALE OBLIQUANDO A
DESTRA PER 2 LUNGHEZZE FINO A CONFLUIRE NELLA VIA DEI CAMINI ALL'ALTEZZA
DELLA SVASATURA INCLINATA A SINISTRA SOTTO LO STRAPIOMBO. DIFFICOLTA'
IV°; CIRCA 150 mt. (Fine della seconda variante).
VIA ORIGINALE: SI TRAVERSA A SINISTRA SEGUENDO POI UN CANALE FINO A
SOSTARE ALLA SUA SINISTRA, A NICCHIE GIALLASTRE 45 mt.; II°, III°).
SI TRAVERSA 5-6 MT. A DESTRA RIENTRANDO NEL CANALE CHE BSI SEGUE FACILMENTE
FIN SOTTO LA CONCA (50 mt.; III°). SI SALE A DESTRA SU ROCCE GRIGIE
ARTICOLATE FIN SOPRA UN PILASTRINO (35 mt.,II°+, III°). SI PROSEGUE
DIRITTO SU BELLISSIMA ROCCIA GRIGIA ANDANDO PRIMA UN PO' SULLA DESTRA
E QUINDI A SINISTRA FIN PRESSO UNA PICCOLA CONCA (50 mt., III°,
II°+). SI SALGONO LE FACILI ROCCE SULLA SINISTRA RAGGIUNGENDO LA
CRESTA E VERSO DESTRA LA CIMA (40 mt., II°).
DISCESA:
SI SVOLGE LUNGO IL LATO NORD, SOVRASTANTE IL CIRCO DEL VALLON DI BALL.
DALLA CIMA, PER BREVE CRESTA, SI IMBOCCA UN CAMINO CHE PORTA A PIU
FACILI ROCCE. TRACCE E SANALAZIONI CON OMETTI.
SI TRAVERSA IN DIREZIONE OVEST, DOVE UN PILASTRO FORMA CON LA PARETE
UNA AMPIA INCISIONE DIAGONALE. GIU PER QUESTA UNA TRENTINA DI
METRI, ARRIVANDO SU UNA ASPRA CENGIA. SEGUIRE LA GENGIA, AVVIANDOSI
IN DIREZIONE OPPOSTA DOVE, SUPERATO UN GHIAIOSO GRADINO, SI TROVA UNA
GRANDE NICCHIA.
CON DUE LUNGHEZZE DI CORDA DOPPIA SI ARRIVA SULLE GHIAIE ALLA BASE DELLA
PARETE.
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CURIOSITA':
La montagna dei partigiani
Le Alpi, vissute fino a pochi anni prima come spazio di vita quotidiana
o meta di gite e villeggiatura, dopo l’8 settembre ’43 divengono
luogo di rifugio e di scontro
di Mario Frascione
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Strano destino quello delle montagne e del sapersi muovere in montagna.
C’erano tutti i presupposti perché il regime fascista considerasse
l’alpinismo un alleato per l’esaltazione della maschia e
italica virtù: spirito di sacrificio, senso della lotta e del
confronto volto al superamento delle difficoltà, la chiave simbolica
della salita verso l’alto così simile alla tensione per
un ideale, ecc.
Anche il nazismo del resto non mancò di applaudire ai successi
alpinistici di rilievo degli scalatori tedeschi, come nel caso del successo
sulla temibile parete nord dell’Eiger: portavano certamente acqua
al mulino della gloria, dell’identità nazionale e della
superiorità della razza.
Paradossalmente però – almeno per l’Italia –
fu proprio la montagna a diventare il terreno più adatto per
coloro che decisero di battersi contro l’esercito tedesco e i
soldati italiani rimasti fedeli al regime fascista.
Un acconto di libertà
L’8 settembre del 1943, data in cui l’Italia firmò
l’armistizio con gli Alleati, l’esercito nazista presente
sul nostro territorio con il quale Mussolini si era precedentemente
schierato, si trasformò di fatto in un esercito invasore.
La data dell’armistizio dunque, ancorché segnare la fine
dell’incubo della guerra, segnava per l’Italia un periodo
tragico di conflitto civile, lutti, incertezza, sbandamento e prostrazione
fino alla capitolazione definitiva del regime fascista e alla cacciata
delle armate tedesche.
La montagna divenne allora il territorio ideale per combattere per la
liberazione: metteva a disposizione di chi desiderava non essere visto
e controllato un terreno accidentato, su cui piccoli gruppi armati potevano
muoversi ben più agevolmente delle formazioni regolari; permetteva
la tattica della guerriglia, con veloci incursioni e altrettanto rapide
ritirate, permetteva di contare sull’appoggio – o almeno
sulla neutralità – delle popolazioni che vi abitavano,
che spesso diedero un contributo fondamentale, pagato anche con il carissimo
scotto delle ritorsioni subite.
Partire per combattere in montagna era molto duro: non si trattava più
di camminare sui sentieri delle Valli di Lanzo o della Val Chisone con
la ragazza o con gli amici, per una scampagnata domenicale o nel breve
spazio di un fine settimana. Ora sui sentieri si camminava sapendo di
dover combattere e di dover affrontare mille disagi per mesi interi:
freddo, fame, malattia, privazioni e la possibilità di perdere
la vita in uno scontro, o di venire catturati e condannati a morte.
Nonostante ciò, diverse furono le formazioni partigiane che si
mossero sui sentieri dell’arco alpino. Ispirate a fronti ideologici
diversi(comunisti, socialisti, laici, ecc. ) seppero quasi sempre, al
di là di episodi in cui affiorava un antagonismo di fatto esistente,
costituire un fronte comune coronando col successo la propria attività
e dando vita in diverse parti dell’arco alpino a esperienze di
governo democratico ancora prima della conclusione del conflitto, e
di fatto accelerandola.
È il caso della repubblica carnica, all’estremo orientale
dell’arco alpino, esperienza di autogoverno partigiano nella quale
la vita era riorganizzata secondo principi democratici, attuando tra
l’altro una gestione confederativa del patrimonio boschivo locale.
Anche in Val d’Ossola, nell’arco alpino occidentale, le
formazioni partigiane crearono una repubblica in una zona geografica
di importanza strategica in quanto valico naturale con la neutrale Svizzera.
Sentieri per combattere
Come in molti altri casi le Alpi divennero occasione di incontro per
uomini di paesi e di culture diverse: se nelle file dei partigiani valsusini
confluirono molti soldati di origine slava che disertavano dall’esercito
tedesco, sui monti del Bellunese il maggiore inglese Tilman, celebre
alpinista himalayano, trascorreva un lungo periodo con i partigiani,
a cui anche l’alpinista locale Attilio Tissi diede il proprio
contributo.
Anche altri celebri alpinisti si schierarono contro la dittatura: è
il caso dei trentini Ettore Castiglioni e Bruno Detassis, una delle
più forti cordate degli anni ’30. Il primo tentò
senza successo di organizzare una banda partigiana in Valpelline, una
delle valli laterali della Valle d’Aosta (morì poi nella
tormenta, in un tentativo di fuga dal carcere). Il secondo fu deportato
in un campo di prigionia tedesco ma, grazie alla propria tempra morale
e fisica, riuscì a sopravvivere e persino a essere un sostegno
per i propri compagni di prigionia.
Per quanto riguarda il settore occidentale, il territorio della Valle
d’Aosta subì la pressione dei tedeschi incalzati dallo
sbarco alleato sulle coste della Francia meridionale, avvenuto nell’agosto
del ’44.
Anche in Val Pellice, Val Germanasca, Val Chisone, non lontano da Torino,
si pagò un pesante tributo, oltre che per le perdite di partigiani,
anche a causa delle azioni di ritorsione attuate dai tedeschi nei confronti
della popolazione civile. Un copione di morte e devastazione che si
ripresentò con molte tragiche varianti anche sulle montagne del
Cuneese.
Con una metafora felice, Giorgio Vaccarino ha scritto che «un
intero territorio montano, con i suoi picchi, le sue valli, le sue radure
e i suoi sentieri, aspri o dolci» fu il sistema circolatorio della
lotta partigiana. Sono quelle stesse valli lungo le quali oggi si notano
monumenti o lapidi a ricordo dei tanti che pagarono con la vita la propria
scelta.
Nella valdese Val Pellice i “ribelli” si procurarono armi
e munizioni dalle caserme e polveriere abbandonate dall’esercito
regolare. Qui, grazie al contrabbandiere più anziano della zona,
e come in altre zone della montagna piemontese, i partigiani entrarono
in contatto con i maquisard francesi impegnati come loro nella lotta
di liberazione dai tedeschi. Il clima di appoggio dato dalla popolazione
valdese fu notevole, crescendo sul terreno fertile di chi per secoli
aveva dovuto difendere la propria identità religiosa con la lotta
e la clandestinità. Di fronte a un nemico comune uomini di fedi
diverse si unirono, e nelle bande, appoggiate anche da preti e da pastori,
convissero partigiani cattolici, valdesi ed ebrei.
Ripercorrendo i sentieri su cui altri prima di noi hanno camminato o
corso, da inseguitori o da inseguiti, sarà forse ancora più
facile pensare a quanto preziosa è la democrazia che da questa
tragica guerra abbiamo ereditato, augurandoci e lavorando affinché
mai più il confronto tra idee e schieramenti nel nostro paese
debba avvenire con le armi, e difendendo lo spirito della dialettica
impegnandoci a farne buon uso, quindi per la qualità e la levatura
del confronto democratico.
Mario Frascione
DIARIO PARTIGIANO
Quelle stelle, fredde e ostili da sembrar beffarde…
Ada Gobetti, vedova di Piero Gobetti, impegnata in Piemonte nella lotta
partigiana accanto al figlio Paolo, lascia le proprie memorie nel libro
Diario partigiano (Torino, Einaudi 1996), di cui riportiamo un breve
brano (p. 350-351), quanto basta per rendersi conto dei pericoli e delle
privazioni che dovette correre chi prese la via dei monti per combattere.
Ada, Paolo e i loro compagni sono qui di ritorno dalla Francia, dove
hanno curato i contatti con la Resistenza locale:
«Si trattava ora d’attraversare, a mezza costa, il vallone
di Rochemolles, e di raggiungere un valico da cui saremmo passati nella
Val Fredda. Per un tratto procedemmo abbastanza spediti; poi tramontò
la luna e avanzare al buio divenne molto più difficile; bisognava
andar cauti, perché i tedeschi non eran molto lontani, la pista
non era segnata e, se ci perdevam di vista, non potevamo chiamarci.
Ogni tanto qualcuno scivolava; varie volte mi sfuggì di mano
il bastoncino ed Ettore andò a prendermelo, con pazienza incredibile,
senza neanche imprecare. A un tratto, Virgilio si fermò, sussurrando
spaventato: – Zitti! Ho sentito delle voci! – Rimanemmo
immobili, col cuore sospeso; ma non s’udiva, come già la
notte prima, che il fruscio del vento. Mi chiesi a un tratto che cosa
sarebbe accaduto se, quella notte inverosimilmente calma e serena, si
fosse scatenata la tormenta [timore molto realistico, poiché
per assideramento in un altro drammatico episodio del novembre del ’44,
al Passo della Galisia, morirono dodici partigiani e 24 ex-prigionieri
inglesi nel tentativo di raggiungere la Val d’Isère, nda].
[…] Avevamo anche fame ché dal mattino non avevamo mangiato,
ma semplicemente masticato, camminando, qualche po’ di zucchero
e di cioccolata. Ma non c’era nelle vicinanze nessun rifugio.
Ci accucciammo per un momento sotto un’enorme pietra sporgente;
ma non ci si stava molto comodi e per di più avevo paura che
la pietra, che pareva in bilico, a un certo punto precipitasse schiacciandoci.
Insistetti quindi perché si ripartisse; e, mentre aspettavo che
gli altri si rialzassero e si rimettessero in marcia, appoggiai la testa
sui bastoncini e m’assopii: riscuotendomi, pochi minuti dopo,
alzai gli occhi e vidi il cielo incredibilmente tempestato di stelle;
ma queste non avevan più l’arguto umano ammiccare della
stellina che avevo visto sbocciare alla partenza da Bramans; erano fredde,
ostili, quasi beffarde; e i disegni geometrici che tracciavan nel cielo
mi parevano errati e assurdi, come usciti da un cervello sconvolto».
Tratto: http://www.comune.torino.it/infogio/rivista/archivio/02_00/a002p20.htm
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