PARETE
NORD CIMA GRANDE LAVAREDO m.3000
IL
CAPOLAVORO DI E. COMICI
”…INTENDO
L’ARRAMPICAMENTO SOPRATTUTTO COME UN’ARTE. COME PER ESEMPIO LA
DANZA O, SE VUOI, L’ARTE DEL VIOLINO. PERCHE’ SE SEI PADRONE ASSOLUTO
DELLA TECNICA, PUOI FACILMENTE DARE ESPRESSIONE AI TUOI SENTIMENTI, PROPRIO
COME NELLA MUSICA E NELLA DANZA. NEI PASSAGGI DIFFICILI IO MI ABBANDONO COMPLETAMENTE
ALL’IMPRESSIONE DI VIVERE NELLA ROCCIA, E CHE LA ROCCIA VIVA IN ME”
Emilio Comici.

Nei giorni 12 e 13 agosto 1933, con
i cortinesi Angelo e Giuseppe Dimai, Comici sale l’enorme parete
Nord della Cima Grande di Lavaredo, realizzando al massimo livello
la teoria della goccia d’acqua. Quattro anni dopo ripete, da
solo e senza corde, la via sulla Nord, impiegando tre ore e tre quarti
e realizzando uno dei massimi exploit dell’alpinismo. Comici
stesso, ricordando l’impresa, si chiede:
"Da che cosa ero pervaso
io? Da una forma di pazzia o di sadismo alpinistico, forse? Non so,
ero ebbro, si, ma cosciente: perchè mi sentivo la forza fisica
di superare lo strapiombo, e la sicurezza morale di dominare il vuoto.
Riconosco a priori che l'arrampicamento solitario su pareti difficili,
è la cosa più pericolosa che si possa fare... Ma ciò
che si prova in quel momento è talmente sublime che vale il
rischio."

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L'ascensione quando fu compiuta la prima volta
destò stupefazione, e che ai giorni nostri si tende sempre più
a disminuire la sua difficoltà per l'imissione sempre maggiore
di chiodi che ad ogni salita durante le sempre
più numerose ripetizioni immettono ripercorrendo lo storico tracciato.
Le difficoltà descritte sono quelle incontrate dai primi salitori. |
Descrizione:
Prima salita: G.e A. Dimai, Emilio
Comici, dal 12 al 14 agosto 1933.
1a salita solitaria: Emilio Comici
il 2 settembre del 1937.
1a salita femminile: Elda Bianchi
Bertaglia con la guida G. Dimai 23 settembre 1943.
Dislivello / Sviluppo: 450 / 500
mt.
Tempo di salita: 7 - 12 ore.
Difficoltà: VI°- /
A1 ( VII° in libera).
Materiali: 15 rinvii, friend,
nut.
Arrampicata su roccia discreta,
di grande soddisfazione in quanto si supera con eleganza la verticale parete
della parete Nord della Cima Grande di Lavaredo.
Avvicinamento:
Dalla Forcella lavaredo si segue
il sentiero sotto la parete nord della Grande. La via parte in prossimità
di uno zoccolo grigio nella parte destra della parete.
Relazione tecnica:
Si attacca a d. della grande muraglia
gialla e strapiombante della parete Nord. Tale attacco è costituito
da rocce che, dapprima facili, diventano poi un pò più difficili,
e portano dopo circa 30 mt. su una prima grande terrazza (4°).
Si sale a sinistra una fessura
molto difficile, alta 7 mt. (4°), per la quale si giunge ad un'altra terrazza
sotto le vere difficoltà della parete.
A sinistra di questa si sale dapprima
per una strettissima fessura (3 ch; 6°); dove la fessura si perde nella
parete si traversa orizzontalmente a sinistra per 4 mt. (2 ch; 6°). Si
prosegue poi su parete per 12 mt. fino ad una buona sosta.
Da questo punto si sale obliquamente
verso destra fino al diedro strapiombante per il quali si salgono circa 10
mt.; si traversa poi a destra in parete fino ad un terrazzino (Sosta e punto
di recupero).
Si prosegue traversando su parete
gialla e salendo per circa 10 mt. (4 ch; 6°) fino ad imboccare un'altra
fessura strapiombante, alta circa 25 mt. (6 ch; 6°) e per essa ad una
terrazzetta, sosta.
Da questa si sale a destra per
un diedro fessurato (4 ch; 6°), che dopo 10 mt. strapiomba fortemente;
dopo circa 5 mt, di forte strapiombo si giunge ad un altro terrazzino (3 ch;
6°).
Si continua a salire dritti per
circa 7 mt (3 ch; 6°) su roccia molto compatta, poi si traversa a destra
per circa 3 mt., salendo salendo quindi sotto piccoli soffitti e strapiombi
che si superano a sinistra (7 ch; 6°) e si perviene ad un terrazzino più
piccolo, lontono circa 18 mt. dall'altro.
Si prosegue per un diedro aperto
e strapiombante, di roccia molto compatta e nera, alto circa 20 mt. (12 ch;
6°), poi per qualche metro a destra fino ad una piccolissima terrazzetta
(3 ch; 6°), dalla quale, traversando in salita a destra su roccia scura,
si raggiunge un buon punto di sosta (chiodi; 6°).
Da questo, si salgono i pochi
metri su un pilastro rosso-giallo, poi si traversa a destra per una fessura
in roccia compatta, nera, si sale per circa 15 mt. fin sotto a un soffitto.
Si supera questo sulla destra
per una fessura (5 ch; 6°), e si sale ancora a destra per roccia nera
e salda fino a raggiungere un buon punto di sosta (terrazza; 3 ch; 4°+).
La impressionante verticalità
della parete gialla in questo punto incomincia ad attenuarsi; appaiono frastagliature
nella parete sovrastante (bivacco dei primi salitori, inizio della vriante
Costantini in fessura).
Si scende alcuni metri e si traversapoi
a sinistra per circa 10 mt. fino ad una serie di camini aperti (4°) che
portano verso un grande soffitto nero, posto circa 100 mt. più in alto.
Dopo 40 mt. di quest camini si
perviene ad una terrazza, donde si prosegue a destra per una fessura strapiombante,
con roccia nero-gialla, ma con buoni appigli (6 ch; 5°).
Si sale la fessura e dopo circa
60 mt. s'incontra dapprima un piccolo soffitto che si evita a destra per la
stessa fessura, poi un blocco giallo ed infine si giunge ad una terrazza (5°-,4°+;
6 ch.).
Dalla terrazza si sale per un
camino-colatoio nero, pervenedo al di sopra del grande soffitto nero menzionato
(inizio variante Aschenbrenner).
Da questo punto (2 ch;) si traversa
a sinistra per circa 27 mt. su parete molto esposta (4°); quando non è
più possibile attraversare perchè la roccia strapiomba, si scende
(2 ch; 5°) per circa 5 mt. Sosta.
Si traversa poi a sinistra per
alcuni metri; si prosegue l'arrampicata per camini, dapprima molto difficili
(4°+), poi abbastanza facili, per i quali, dopo circa 80 mt., si perviene
su una larga cengia con detriti e roccia molto friabile.
Si percorre questa verso destra
per circa 20 mt.
Da questo punto la via originaria
sale su rocce abbastanza facili ma friabili; circa 30 mt., dopo, s'imbocca
un camino.
Lo si sale e dopo circa 20 mt
presenta un grande soffitto giallo che lo si evita sulla destra (3 ch; 4°).
Si ritorna a salire il camino
sorpassando alcuni blocchi incvastrati e, dopo cica 20 mt., si giunge su una
grande gengia in prossimità della cima.
Si prosegue a sinistra per camini
di roccia alquanto friabile e alti circa 35 mt,; per essi si arriva brevemente
in cima. Oppure, volendo evitare l'ultimo tratto di parete, giunti sulla larga
cengia con detriti, si npuò proseguire sempre verso destra e, aggirata
la cresta occidentale si arriva alla grande terrazza Sud.
Discesa:
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Si effettua
lungo la via normale. Dalla cima si seguono tracce e ometti fino ad
arrivare alla grande gengia. Si scende un canale camino (ometto iniziale)
con due corde doppie da 50 mt. Si continua arrampicando fino alle ghiaie
sottostanti, si seguono gli ometti verso sinistra e poi una breve corda
doppia porta in prossimità di una forcella. Si raggiunge la forcella
(versante sd-est) che si affaccia su un ripido canalone (est) che si
può scendere con numerose corde doppie o arranpicando su difficoltà
di 2°. Il salto finale si evita traversando lungo una gengia verso
sinistra e raggiungendo il canalone detritico che divide la Cima Grande
dalla Piccola. |
Fare attenzione in caso di nebbia;
si deve avere una buona percezione della roccia in quanto questa è
resa lucida e marmorea dalll'usura delle continue salite lungo la via normale.

Curiosità
e notizie:
Giorgio
Brunner, nel breve corsivo premesso al capitolo "Alpinismo solitario"
scrive: "...Comici non è certamente il primo alpinista
che abbia osato scalare montagne da solo. Il fatto eccezionale e sbalorditivo
è che egli abbia compiuto da solo una salita di difficoltà
estreme, vincendo passaggi nei quali si impiegano generalmente staffe,
doppia corda e manovre; passaggi dove l'aiuto dei compagni è
necessario. E questa salita l'ha compiuta con rapidità eccezionale."
Rapidità eccezionale. Anche questo fattore importantissimo
non è stato forse mai sottolineato nella dovuta misura. Oggi
addirittura si tende a confrontare l'orario della prima solitaria
con quelli delle successive. Dimenticando il fatto che la seconda
ebbe luogo quattordici anni dopo, quando ormai anche questa forma
di ascensione aveva acquistato oltre ad una tradizione, anche una
precisa tecnica, maturata nel corso di numerose arrampicate. Ma
quando Comici attacca la Nord della Grande, non ha nessun esempio
davanti a sé, troppo diverse le imprese di Preuss e di Dülfer,
che del resto egli non aveva mai avuto occasione di studiare. - E
così la tecnica preordinata dell'autoassicurazione si dimostrerà
poco pratica, tanto ch'egli vi rinuncerà, come vedremo, dopo
una sola lunghezza di corda.
Rapidità eccezionale, dunque, specie se confrontata coi tempi
medi delle cordate che generalmente superavano la via con un bivacco
o impiegando l'intera giornata. Ora, confrontando l'orario d'un solitario
con quello d'una formazione di due elementi, si potrebbe pensare equo,
per questa, un tempo doppio in confronto a chi va da solo. L'errore
sarebbe però, anche questo, doppio. Innanzi tutto perchè,
ammesso che un capocordata impieghi lo stesso tempo d'un solitario,
è ovvio che il "secondo", agevolato dalla trazione
della corda, dalla sicurezza materiale e morale, ne adopererà
molto di meno. Non si usa forse dire che un buon "secondo"
deve ricuperare il tempo perso dal "primo"?
Poi un capocordata, mentre fa sicurezza, generalmente riposa, almeno
fisicamente, quindi si troverà avvantaggiato quando riparte
in confronto al solitario cui queste forzate pause non sono concesse.
Il
tempo "lordo" impiegato da Comici per la salita è
di tre ore e tre quarti. In realtà, per avere il suo tempo
"netto" o "effettivo" come si usa spesso
segnare oggi - bisognerebbe detrarre dal totale i minuti persi dopo
il primo innalzamento obliquo, quando dovette calarsi una decina di
metri per recuperare un capo della corda di autoassicurazione, caduto
nel vuoto che, dato il nodo in cima, non poteva passare attraverso
il moschettone
...
Con l'altra corda che rimaneva dovetti calarmi giù per la parete
strapiombante, senza però giungere al nodo, perchè il
tratto percorso, come dissi, era anch'esso in traversata. Fatica da
matti: dondolarsi su quel vuoto per arrivare al nodo! Feci due, tre
tentativi, prima di riuscirvi, con grande pericolo, perchè
le braccia cominciavano a sentire lo sforzo, e a non tenere più.
A
questo primo incidente ne va aggiunto un secondo che porta via altro
tempo. Comici ha raggiunto al "Bivacco degli Italiani" la
cordata austriaca Weissensteiner-Hòller che lo precedeva. Dopo
aver conversato con loro e sgranocchiato qualche zolletta di zucchero,
un pezzetto di cioccolata, riparte - "... Era già salito
alcuni metri sopra di noi, quando un blocco di considerevoli dimensioni
si staccò sotto di lui... Lanciammo un grido, ma fortunatamente
il masso, precipitando nel vuoto, ci sfiorò e ferì solo
leggermente il mio camerata Hòller. Comici, visto il masso
cadere ed udendo il nostro grido, fu preso dal timore di una disgrazia
ed immediatamente, in discesa libera, ci raggiunse. Noi lo accogliemmo
con molta riconoscenza per il suo pronto cameratismo e per il suo
alpinistico sentimento di aiuto: lo ringraziammo di cuore, lo assicurammo
che nulla di grave era accaduto e lo lasciammo riprendere
verso la sua alta meta." - Questi
due incidenti permettono quindi di accettare il giudizio di Comici
quando dichiara di poter ripetere l'itinerario in tre ore e un quarto.
Non ho certo fatto queste dichiarazioni sulla detrazione d'orario
per definire un record, ma per sottolineare la straordinaria facilità
con cui Emilio ha effettuato l'impresa. Con cui ha aperto un nuovo
capitolo nella storia dell'alpinismo. Perchè, ripeto, penso
che questa sua straordinaria superiorità sulle difficoltà
tecniche incontrate, non sia stata ancora sufficientemente evidenziata.
E costituisca un fattore importante per l'aura di leggenda che tuttora
aleggia intorno a Comici.
Non
esiste, per quanto ne sappia, un resoconto di Gianfranco Pompei, il
solo che abbia assistito a quell'ascensione dalla base. Abbiamo quindi
solo le poche righe stese da Weissensteiner che in pratica osservò
il triestino in azione solo lungo i tratti prima e dopo il "Bivacco
degli Italiani". Oltre naturalmente alla descrizione dello stesso
Comici, pubblicato in "Alpinismo Eroico" nel capitolo "Alpinismo
solitario". Vediamo innanzi tutto cosa scrive lo scalatore austriaco:
- "... Con l'occhio lo seguimmo per un tratto, ricavandone facilitazione
al nostro proseguire. La sua arrampicata fu rapida ma molto prudente
e ci diede la massima dimostrazione della sua inarrivabile potenza,
della sua squisita tecnica e del suo perfetto allenamento. Purtroppo
in breve lasso di tempo egli era di nuovo scomparso alla nostra ammirazione."
-
Si
tratta di poche righe, l'intero capitolo scritto dall'alpinista austriaco
non occupa che una facciata e mezzo del libro, ma sono sufficienti
a darci un'idea chiara della facilità, della padronanza con
cui il triestino compie la salita. Molto più esplicite, naturalmente,
le indicazioni che possiamo ricavare dal testo di Comici. Non ha mai
paura o dubbi, ma prova solo un senso di felicità:
...
Difficilmente potrei spiegare quell'ebbrezza, quella gioia di sentirmi
completamente solo su quella spaventosa parete... Che gioia! Gioia
di vivere; soddisfazione; intimo orgoglio di sentirmi così
forte da dominare da solo il vuoto e lo strapiombo. Che voluttà!
Mi misi a cantare alto una canzone a me cara, un motivo che fin dalla
mattina, appena svegliato, era dentro di me, come un ritornello della
mia subcoscienza. E quando poi la fatica cominciò a strozzarmi
il fiato, la mia canzone continuò a ripetersi ancora muta nel
mio cuore.
E
più sotto:
...
Gianco di sotto, come mi disse poi, non aveva staccato un attimo gli
occhi da me, e mi sentiva cantare. Mentre io godevo, lui soffriva.
E ancora:
... Ero ebbro, ma cosciente; perché mi sentivo la forza fisica
di superare lo strapiombo, e la sicurezza morale di dominare il vuoto
ciò
che si prova in quel momento è talmente sublime che vale il
rischio...
Dal punto di vista strettamente tecnico, troviamo poche indicazioni
dettagliate. Ma dall'insieme si ricava un tal senso di facilità,
di gioia, da farci quasi dubitare che si tratti di una via estrema,
considerata allora una delle più difficili in senso assoluto
di tutte le Alpi. Non aveva forse dichiarato Peter Aschenbrenner,
autore insieme al fratello Paul della prima ripetizione: "Non
si potrà mai superare maggiori difficoltà tecniche di
quelle che abbiamo incontrato in certi passaggi"?
I pochi richiami al reale livello della salita servono quindi a ricordare
quale fosse effettivamente la difficoltà, ed insieme ad esaltare
l'impresa del solitario, proprio perchè l'arrampicata, nel
racconto, non assume mai tinte fosche, drammatiche, ma sempre la gaia,
spensierata levità d'un gioco.
Il tratto iniziale della parete Nord è un'arrampicata da impensierire
qualsiasi alpinista, anche se attaccato con doppia o tripla corda
su tutti quei chiodi esistenti; anche se per vincere quel pezzo di
traversata in strapiombo adoperi due staffe di corda da poggiare i
piedi quanti alpinisti hanno battuto in ritirata, stremati di forze,
con i polsi grossi per lo sforzo, o quanti sono volati su quei chiodi
benedetti che hanno sempre tenuto!
Comici
inizia l'arrampicata:
... Mi legai a metà corda di trenta metri; misi venti metri
di cordino a tracolla; presi dieci moschettoni e dieci chiodi,
martello ed una staffa di corda. Tutti questi attrezzi li presi
principalmente per il caso che avessi dovuto ritornare indietro
se non me l'avessi sentita di andare avanti.Come abbiamo visto,
egli compie la prima traversata ed il primo innalzamento obliquo
autoassicurandosi sui chiodi; poi rinuncia a questa tecnica e
prosegue del tutto in libera. Nessun dubbio, nessun incidente,
se si toglie il momento in cui avendo le gambe "esageratamente
aperte", un piede gli scivola...
Ma io prevedevo che non mi avrebbe tenuto, e mi fidai unicamente
perchè avevo un buon appiglio in mano. In quell'attimo
mi sentii tanto sicuro che invece di provare sgomento, si sprigionò
dal mio interno una grande risata come di scherno.
La sua salita è così veloce, agevole, verrebbe da
dire, che raggiunge i due austriaci al "Bivacco degli Italiani".
... Nel tempo che essi impiegarono per sorbirsi quella ventina
di metri, io ne feci duecento.
Dopo una breve sosta sulla cengia con Weissensteiner e Hòller,
dopo essere salito e ridisceso una decina di metri per assicurarsi
che non erano rimasti feriti dal masso caduto, Comici riattacca
definitivamente e compie in un'ora e un quarto la scalata del
tratto superiore, lungo trecentocinquanta metri, "
con
continuità di passaggi straordinariamente difficili".
Arriva in vetta verso le due e tre quarti. Ha impiegato per l'intera
salita meno di 3 ore e 45 minuti. Lorde.
Sono
noti gli episodi caratteristici che Comici scrittore-conferenziere
si concede, e che gettano luce particolare non solo sull'impresa
incredibile per i tempi, ma anche sull'aspetto un po ingenuo
di Emilio, sempre pronto, quando ne ha occasione a "fare
teatro".In
vetta ci sono quattro giovani tedeschi giunti per altro versante
che vedendolo sbucare da Nord, lo salutano cordialmente. Emilio
risponde, fa finta di niente, cava giubbetto, camicia e si sdraia
tranquillo a prendere "beatamente il sole". I quattro
gli chiedono se aveva fatto la Nord e si meravigliano molto per
il fatto che una cordata sia giunta in cima così presto
per quella via. Comici continua a fare lo gnorri....Dopo
un po` di tempo vidi i Tedeschi inquieti borbottare fra loro;
poi uno mi rivolse la parola in tedesco: - E i compagni non vengono
ancora? Non ho compagni, sono salito da solo - E qui altre
fotografie e autografi di prammatica. |
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Prima
di scendere egli annota l'ascensione sul libro-vetta:
Salito da solo su per la parete Nord, impiegando tre ore e tre quarti.
Una settimana dopo Comici torna sulla cima della Grande di Lavaredo
per la Normale con una cordata di clienti e trova le sue parole scritte
per la Nord cancellate con un tratto di matita e sotto aggiunto a
lettere cubitali: « ESAGERATO!» e poi un magnifico «BUM!».
E questo commento ineducato e denigratorio fa più piacere ad
Emilio di qualsiasi elogio, gli dà la portata esatta della
sua impresa.
...
perché il gesto di quello sconosciuto ha denotato una meraviglia
così grande da trasformarsi in incredulità, e d'altro
canto mi ha rivelato l'astrusità di quanto avevo fatto.
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